Alfio Caltabiano
Le due vite del mitico maestro d’armi raccontate da chi lo conosceva bene
di Luigia Miniucchi,
Gremese,
Roma 2009,
p. 127 con DVD, € 15,00

Da diversi anni a quella che, impropriamente forse, può dirsi “grande” letteratura cinematografica (storie generali del cinema, ormai multidisciplinari, enciclopedie, dizionari critici, filmlexicon, ecc…) si sono sempre più affiancati studi a carattere localistico o particolari, piccole biografie, saggi critici su tematiche monografiche periferiche, ecc.... “Marginalità”, o presunte tali, che hanno determinato una vera e propria riscoperta di fatti, personaggi, avvenimenti (perfino film, ritenuti distrutti o smarriti) per molto tempo rimasti sepolti, sebbene a pieno titolo protagonisti (spesso in ombra) dell’avventurosa storia del cinema italiano.
Quest’infiorescenza di ricerche, dovuta a studiosi, critici cinematografici o semplici cinefili, spesso compiuta al di fuori degli organismi istituzionali, ha origini anche in una maggiore consapevolezza della complessità dell’industria cinematografica e nella difficoltà di definire la figura dell’autore del film, “opera d’arte collettiva” nata appunto dalla collaborazione di decine di figure professionali creative (registi, soggettisti, sceneggiatori, musicisti, direttori della fotografia, attori, montatori, scenografi, operatori…), ma anche da esigenze d’ordine economico, tecnico e industriale. Convenzionalmente il “fattore unificante” è considerato il regista ma, per usare le parole di Di Giammatteo, “è appunto una convenzione. O anche, una comodità, una scappatoia non sempre onorevole” che “si accetta, tuttavia, a malincuore, con un poco di vergogna”.
Pur mantenendo il regista (almeno fino a quando non si saranno trovate altre strade) al centro del processo creativo e di coordinamento della complicata macchina che produce come risultato finale il film, l’attenzione si è pertanto estesa ad altri soggetti creativi, attraverso un processo potremmo dire di “riabilitazione” e assegnazione d’uno status, di un ruolo, prima pressoché ignorato almeno dal pubblico delle sale.

Non nuova a simili iniziative, al suo attivo già una bella monografia sull’attore siciliano Tano Cimarosa, recentemente scomparso (Tano Cimarosa. Cinquant’anni di cinema italiano) l’apprezzata sceneggiatrice romana Luigia Miniucchi, laurea in Storia e Critica del Cinema all’Università “La Sapienza” di Roma, ha dato alle stampe un altro prezioso anello di quello che non difficilmente s’indovina come un personale percorso di riscoperta artistica ed umana di personaggi apparentemente “secondari” del mondo del cinema. Anche stavolta, dunque, la scelta dell’oggetto-soggetto della ricerca si è non casualmente fermata su uno dei più eclettici e straordinari protagonista dell’age d’or del cinema nazionale: Alfio Caltabiano.
Di origini siciliane, il padre “avvocato playboy” era catanese, vero e proprio uomo-cinema, dai mille ruoli e dalle mille attività (purtroppo prematuramente scomparso nel 2007), Caltabiano è stato acrobata e attore negli osannati film storico-mitologici e d’avventura a cavallo tra gli anni cinquanta-sessanta, che hanno mandato in visibilio generazioni di spettatori (Ulisse, Attila, Elena di Troia, Spartacus, Guerra e pace, Sodoma e Gomorra Il colosso di Rodi, L’armata Brancaleone…); controfigura (la più famosa resta quella di Charlton Heston in Ben Hur di William Wyler, dove interpreta anche Gesù Cristo). Quindi, spinto da Sergio Leone, maestro d’armi di decine di film (e bastino tra tutti Barabba e gli stessi Il colosso di Rodi e L’amata Brancaleone); poi soggettista, sceneggiatore, regista di b-movies (Ballata per un pistolero, Una spada per Brando, Così sia, Tutti figli di mammasantissima…) molti dei quali interpretati dal compianto Tano Cimarosa) ed infine imprenditore. Una summa di cervello e azione, di teoria e pratica, dimostrazione vivente d’una interazione altrimenti ritenuta generalmente impossibile.


Ora quest’incredibile puzzle artistico-imprenditoriale è raccolto nel volume “Alfio Caltabiano. Le due vite del mitico maestro d’armi raccontate da chi lo conosceva bene” (Gremese, Roma, 2009, p. 127, € 15,00, con illustrazioni, accompagnato da un DVD, ricco di foto, interviste, spezzoni di film e immagini della faraonica residenza di Monte d’Oro) che narra speditamente, attraverso testimonianze dirette, la vita di questa specie di gigante mitologico al pari degli eroi dei “pepla” da lui interpretati, alla fine deluso dal cinema e ritiratosi aristocraticamente nel suo eclettico e sontuoso antro di Grottaferrata, costruito giorno dopo giorno su suo progetto e con le proprie mani. Una specie di gigantesca domus romana traboccante di portali, colonne, sale, balaustre, soffitti in stile pompeiano, mosaici, piscina…, in passato al centro di varie attività imprenditoriali polisportive (campi da tennis, campo di calcetto, palestra) ed oggi sede di ricevimenti e prestigiosi eventi.

 

All’intervista diretta con Caltabiano (registrata nel 2007, vera e propria autobiografia orale, che - partendo dalla difficilissima infanzia trascorsa in vari istituti a causa dell’abbandono dei genitori separatisi ancor prima che Alfio nascesse - si spinge alla mirabolante vita nel cinema, alle regie, alla costruzione di Monte d’Oro), Miniucchi ne fa seguire un’altra con la moglie Donatella Todini, figlia del produttore cinematografico ed una con il figlio Cristiano, entrambe pencolati tra affettuosi ricordi personali e professionali. Infine a completare il quadro della complessa personalità di Caltabiano si giunge ad seconda parte fitta di testimonianze di colleghi e amici che ne rievocano affettuosamente la figura. Tra loro: Mauro Bolognini, Giuliano Gemma, Angelo Infanti.


Nell’appendice un’altra intervista-chiacchierata con Caltabiano - sempre curata della Miniucchi, registrata in occasione d’una visita a Grottaferrata della stessa autrice-sceneggiatrice accompagnata per l’occasione da Tano Cimarosa - seguita da una biografia e dalla sbalorditiva filmografia completa del “gigante”. Un lavoro di scavo, di ricerca minuta ed analitica, fatto anche di folgoranti intuizioni e d’un viscerale amore per la materia trattata, che riporta alla luce una zolla sepolta di quell’incredibile giacimento culturale ed iconico che continua ad essere il cinema italiano.
 

 

 Franco La Magna