Ricordo di Tano Cimarosa

di Franco La Magna



 Ruvido, sgraziato, con un corruccio perennemente stampigliato sul viso grifagno, lo sguardo torvo e sospettoso e una parlata inesorabilmente sicula – tutte “negatività” che ne hanno fatto uno degl’indimenticabili caratteristi del grande cinema italiano – al mio sfrontato tentativo di rompere subito il ghiaccio porgendogli la mano con un confidenziale: “Ti conosco”, mi abbaia contro un raggelante e disarmante: “E chi ficimu i scoli ‘nsemi ?” (“Ma abbiamo frequentato le stesse scuole”?), ricacciandomi in gola (confesso) l’ipocrita sorriso di convenienza.

 

 

 

 

L’ingrugnito è il messinese Tano Cimarosa, sintomatico rappresentante della poco ciarliera sicilianità che – dal Giorno della civetta  (1968) di Damiano Damiani, in cui invece, nei panni di “Zecchinetta”, scompostamente inveiva contro il bel capitano Bellodi-Franco Nero, passando per l’inquietante e kafkiana commedia nera Detenuto in attesa di giudizio (1971) di Nanni Loy o attraverso le tragicomiche vicissitudini dei nostri connazionali all’estero (Bello onesto emigrato in Australia… 1972, di Luigi Zampa e Pane e cioccolata, 1974, di Franco Brusati, in un grottesco e ripugnante travestimento) o nei panni dello spocchioso venditore ambulante nella dolente commedia Per grazia ricevuta (1971) di Nino Manfredi, segno tangibile della non taciuta ammirazione ed amicizia per l’attore-regista laziale – ha lasciato in quell’irripetibile ventennio che va dalla fine degli anni ’50 a quella degli anni ’70, “age d’or” della grande “commedia all’italiana”, una traccia indelebile nella sterminata galleria di personaggi minori, defilati, scamiciati, ricco corredo d’un cinema già in odor di leggenda anche grazie alle presenze a volte del tutto marginali, discrete e ingenerosamente sottaciute, dei caratteristi. Poche pose, a volte due o tre battute, ma senza le quali molti film sarebbero alla fine risultati più poveri, imbozzolati in una sorta d’indeterminatezza, di non raggiunta completezza, come ben compresero, ad esempio, Vitaliano Brancati nelle vesti di sceneggiatore o il sanguigno Pietro Germi, squisiti cesellatori di personaggi secondari, tasselli d’un mosaico altrimenti mutilo.

 

 Rivedendolo e ripercorrendo con stentata memoria una strepitosa carriera cinematografica   tornano in mente quegli anni di boom fittizio e fracassone, quando acquistando una lavatrice o un frigorifero si aveva l’impressione d’un raggiunto benessere e d’una mondanissima felicità a portata di tasca, che furono poi gli stessi anni dell’inizio della commedia all’italiana, allettante impasto di comicità e dramma, impietoso genere al vetriolo, come tale “istituzionalizzatosi” negli anni ’60, che oggi restituisce come enorme giacimento culturale – a chi sappia o abbia voglia di conoscere – quella obliata “air du temps” e quella mutazione antropologica degli italiani di cui scriverà e più avanti tenterà di rappresentare Pasolini, “nemo propheta in patria”, inseguendo il sogno d’una età “dell’innocenza” ancora non appestata dalla lebbra dell’edonismo e del consumismo di massa.

 

Anni di grandi presenze registiche ed attoriali, comici strabilianti, salaci vignettisti, perduti figurinisti, dialogisti e sceneggiatori di provenienza “colta”, che continueranno a recuperare sull’onda lunga dell’ormai spento neorealismo la grande tradizione letteraria e al pari d’un Verga o d’un Gadda riconquisteranno o “inventeranno” esilaranti espressioni gergali, trasfondendo linfa vitale ad un cinema precipitosamente convertito ai toni più scanzonati del neorealismo rosa e poi pencolante tra comédie du miracle, pepla, politique des auteurs, western (o antiwestern di Leone), tardivi filoni antifascisti, sperimentalismi e militanze, prima del baratro in cui precipiterà inghiottito dall’esplosione dei net-work alla fine degli anni ’70. Un cinema nazionale saldamente dominato da una commedia ruffiana, accattivante, intrigante, che abbraccia il prodotto d’autore e l’ignobile pecoreccio e impudicamente strizza l’occhio al box-office, strega e incanta gli spettatori del tempo rivaleggiando e infliggendo, seppur momentaneamente, clamorose sconfitte perfino ai suadenti incantamenti hollywoodiani (nel 1969 gli introiti dei film nazionali saliranno fin quasi al 60% !), ma generalmente lascia tiepida la critica “engagée”, suscitando a volte vere e proprie ripulse da parte di teorici e studiosi da Calvino a Ferrero, da Argentieri ad Aristarco, da Miccichè a Torri, da Fofi a Baldelli ed altri che ne denunciano (e aborrono) il compiacimento e l’indulgenza. “L’ambiguità della commedia all’italiana – il suo mettere in campo eroi negativi per poi riderci su e in definitiva per assolverli data la nequizia dei tempi – ancora una volta sembrò rispecchiare gli ondeggiamenti e le ambiguità di una società pronta a censurare e subito dopo a dimenticare, a ergersi a moralista e subito dopo a transigere, a provare tutto sommato una oscura e inconfessata ammirazione per imbroglioni, corrotti e corruttori”. 

 

   E’ un figlio di quegli anni Tano Cimarosa, presenza costante d’un cinema talvolta cinico e immemore, dove spesso si ritrova in produzioni minori quasi sempre “imprigionato” nei ruoli canonici del siciliano (il mafioso, il poliziotto, l’emigrante…): dal bellico-picaresco Il tesoro di Rommell (1955) di Romolo Marcellini, al truculento Mafia alla sbarra (1963) di Oreste Paolella; al grottesco e convenzionale (nel solito retrivo e sessuofobico paesino siciliano abitato da torva genìa di mostri alla Germi) La smania addosso (1963) di Marcello Andrei, insieme a Vittorio Gasmann, Gino Cervi e Lando Buzzanca; a Mare Matto (1963) di Mario Mattoli, accanto all’ingiustamente dimenticato Michele Abruzzo (colonna portante del teatro siciliano), Jean Paul Belmondo e Gina Lollobrigida; al grossolano I due parà (1966) di Lucio Fulci, palcoscenico dei funambolici Franco Franchi e Ciccio Ingrassia; al gangster-movie di produzione italiana Cinque figli di cane (1968) di Alfio Caltabiano, in cui il messinese interpreta l’irlandese “Moncio”; allo sconosciuto La morte sull’alta collina (1968, qui come generale Valente), western falso-USA di Alfredo Medori (dal pittoresco pseudonimo, come si usava un tempo, di Ringoold Fred); un cinema basso che tuttavia a volte riesce a cogliere spezzoni di verità non raramente negati a coevi prodotti autoriali. Il blasone, però, arriverà alla fine di quel decennio, proprio in quel troppo mitizzato 1968, anno dell’esplosione della contestazione, ma che per lui significa soprattutto Il giorno della civetta (1968, dal romanzo omonimo di Leonardo Sciascia), fulminante incontro e vero e proprio coup de foudre del regista veneto Damiano Damiani, che lo abbiglia con i panni calzanti dell’urlante mafioso Machica, detto “Zecchinetta”, uomo d’onore innamorato del gioco d’azzardo che quando fa l’amore pensa a Stalin, insieme consacrazione e atto di nascita dei già ricordati “scamiciati” doc e di molte altre secondarie ma insostituibili figure di contorno: da La moglie più bella (1969) ancora di Damiano Damiani, dove con il suo stesso nome e cognome, Gaetano Cimarosa, gioca il ruolo del burbero padre della coraggiosa Francesca Cimarosa (l’esordiente Ornella Muti), opera ispirata al clamoroso caso di Franca Viola (la ragazza che rifiutò di sposare il mafioso-violentatore denunciandolo alla polizia); allo stereotipato (così lo vuole certo cinema) agente Cariddi dell’amarissimo Il commissario Pepe (1969) di Ettore Scola; al prolifico Salvatore Laganà, affaristico e scaltro multipadre con cui viene a patti il dottor Guido Tersilli (Alberto Sordi) de Il medico della mutua (1968) di Luigi Zampa; al morituro Sebastiano Colicchia socio di Nino Peralta (Giuliano Gemma) dell’ingiustamente sottovalutato Un uomo in ginocchio (1977) sempre di Damiani, prodotto mafiologo di cui non è stata colta la sconvolgente novità della ribellione al potere mafioso da parte di un uomo della strada; fino al nostalgico e pluripremiato Nuovo cinema Paradiso (1988) e all’inquietante Una pura formalità (1994) entrambi di Giuseppe Tornatore, in quest’ultimo nel personaggio dell’inserviente; per chiudere con Anni 90. Parte II (1993) ignobile sequel del primo, firmato dallo stesso Enrico Oldoini, vero contemporaneo horror vacui, in cui la fulminea apparizione iniziale di Cimarosa (Mimì Cantalamessa,  abituale mafioso di turno) si fa metafora del cupio dissolvi della commedia, scaduta ad insulso trash televisivo godereccio e incarognito – palcoscenico di fondischiena e scosciatissime veline – incarnato da un manipolo d’attori monocordi e (probabilmente) ultrapagati.

 

 

            Tutto questo avrei voluto dire o ricordare a Cimarosa (inutile rispolverare un altro sprofondato incontro avvenuto durante un piccolo festival anni prima, in cui m’era capitato di spezzare una lancia, rischiando di rompermi il collo, a favore d’un cinema povero e demodé), ma di fronte all’imperiosa calata degli zuccheri nell’assolato e sonnacchioso post-mezzoggiorno estivo tirrenico siciliano e all’ormai inquietante ritardo del desinare, preferii tacere affidando la conversazione alle gioiose ebbrezze che da li a poco Bacco ci avrebbe immancabilmente donato in accordo alle locali delizie mangerecce. Sicché, puntualmente, poi tutti rabboniti dall’intenso lavorio dei succhi gastrici e vagamente obnubilati dal rosso nettare degli dei, mentre l’Es festaiolo brigava per sgambettare bonariamente l’occhiuto Super-Ego, predisposti a più benevolo colloquio, alla fine trottammo verso il mare cristallino di San Gregorio, godendo d’una limpida vista sull’arcipelago di Eolo, in quei giorni soporosamente dormiente.

 

E così ci ritrovammo nel pomeriggio nella hall d’un hotel ormai come vecchi amici a fotografarci insieme e a sera a discorrere al bar di progetti, compagnia raccogliticcia d’attori, sceneggiatori, critici, giornalisti nelle cui vesti ero stato li invitato per parlare d’un mio modesto scritto: Tano, Enzo, Alessandro, Luigia, Barbara, io e un piccolo codazzo di presenze indigene. Seppi così che tornato al vecchio amore per il teatro l’ottantenne Cimarosa portava sul carro di Tespi (si perdoni l’allegoria) una farsa, “Mogli e buoi…” di cui conosciuta la trama, nulla dico sulle evidenti ascendenze martogliane e per la quale inaspettatamente mi si offre una sponsorizzazione. Oddio! nelle vesti d’impresario teatrale mi par che m’aspetti la fatica di Sisifo (proverò, inutilmente, a piazzare lo spettacolo nella mia città, subito evirato dei già deboli entusiasmi da solerti impresari locali). Ma, mentre tutta l’attenzione liquidamente si riversava sui diafani cristalli d’una granita di mandorla, qualcosa comincia a non funzionare. Vedo Tano armeggiare avvilito e imbufalito intorno ad una macchia di colore giallo (o rosso), oggetto misterioso che a stento identifico come un telefonino. Impreca contro le diavolerie moderne: “U ietto, u ietto” (“Lo butto, lo butto”), ma ormai conquistato (?) da mia sincera ammirazione decide di seguirmi (faccio anche da chouffeur) in un azzardo tecnologico a Capo d’Orlando, dove sull’incantevole lungomare ci rechiamo alla ricerca d’un negozio d’elettronica. Ed è qui, nel rovente meriggio luminoso, che l’ipnotica fascinazione del cinema esplode con inatteso fragore pirotecnico.

            Dapprincipio ritrosamente esoso alle mia richiesta di rattoppare alla meno peggio l’improvvido mutismo del variopinto portatile di Tano, il titolare del negozio – come fulminato da messianica rivelazione – all’improvviso esclama: “Ma lei è Tano Cimarosa!”. E per la prima volta vedo il viso imbronciato di Tano amabilmente incresparsi in un sorriso, incerto come un bimbo tra l’improbabile gesto di schermirsi e un riluttante (o compiaciuto?) esibizionismo, pencolante tra “quella saggezza dell’uomo che coincide con la sapienza dell’attore” e il legittimo compiacimento d’essere ancora, ormai solo saltuariamente presente sul grande schermo, riconosciuto come quei grandi accanto ai quali ha compiuto la sua cinquantennale parabola d’attore: Alberto Sordi, Nino Manfredi, Massimo Girotti, Vittorio Gasmann, Gerard Depardieu e poi Leopoldo Trieste, Lando Buzzanca, Giuliano Gemma, Ornella Muti, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Lino Banfi, Johnny Dorelli, Aldo Giuffrè, Mario Carotenuto, Eleonora Giorgi…; e ancora i registi: Damiano Damiani, Luigi Zampa, Nanni Loy, Giuseppe Tornatore, Franco Brusati, lo stesso Manfredi. Il “cimarosiano” orlandese però, lanciatissimo in una spericolata gimcana di titoli e attori, confessa infine con impeto “mulleriano” il suo inconffesabile “guilty pleasure”: i b-movies thriller-erotico-voyeristici degli anni ’70 e i polizieschi-giustizialisti alla Bronson. E al culmine della sarabanda cinefila ecco citare altezzoso (ma prima non manca di ricordare un raccapricciante Delirio caldo, 1972, di Renato Polselli, prudentemente celato dietro lo pseudonimo di Ralph Brown) le due regie di Cimarosa:  Il vizio ha le calze nere (1975) già da tempo in odore di cult ma odiato da tutti i dizionari del cinema e il poliziesco-casareccio No alla violenza (1977), di cui ricorda l’ambientazione messinese e il locale giustiziere della notte (lo stesso Tano, uomo-cinema alla Kim Ki duk o alla Tarantino, attore-regista-soggettista, paladino del bene ma alla fine liquidato per errore).

 

            E non è tutto. Defilatosi nel retrobottega in men che non si dica l’allegro bottegaio, esperto in telefonia mobile, restituisce al cellulare di Tano voce squillante e sicura, rifiutando sdegnosamente ogni vile mercede in euro, l’oscura moneta europea su cui Tano non manca d’inveire (“Cu st’euru non si capisci cchiù ‘nenti”), mentre ripone nel portafoglio multicolori banconote. Finalmente trattenendo a stento la voglia di approfittare delle insperate e ora rivelate passioni segrete del “cimarosiano” doc, barattando il mio vecchio telefonino con uno nuovo in cambio d’un autografo di Tano, ciurlo d’improbabili impegni sicché lasciato rapidamente Capo d’Orlando rientriamo raggianti a San Gregorio. La sera poi nella piazzetta del borgo, ex paese-presepio rivierasco ora borgo vacanziero affidato a solerte gestione imprenditoriale (la casa al mare va prenotata sei mesi prima), mescolati alla piccola folla accorsa assistiamo al piccolo trionfo di Tano, di cui rivediamo sullo schermo montato nella piazzetta fronte-mare un bel collage d’immagini e perfino uno short-film, immerso in tirreniche location, girato da un locale aspirante regista a cui l’uomo di Zancle ha generosamente prestato il suo volto.

 

            La kermesse si chiude a tarda sera con strascico di festeggiamenti privati prolungatisi fino al secondo canto del gallo (un dubbio amletico mi rode: il ristorante è uno sponsor occulto?) e immancabile spaghettata delle tre di notte, preparata dall’altrettanto inevitabile commensale-esperto in aglio-olio-peperoncino, che provvede all’abbiocco definitivo. Nel buio torracchione dove tutti gli ospiti veniamo raccolti, al debole stormire delle frondi colti da insana passione canora (e, per quanto mi riguarda, obnubilato da sconveniente quantità di tasso alcolico) io e Tano intoniamo, a beneficio degli astanti, una stonatissima “Vitti ‘na crozza”, prima di stramazzare nei rispettivi giacigli, mentre le donne salgono come castellane verso un’ala nascosta della torre e le prime luci dell’alba sbiadiscono la stellatissima calotta del cielo d’agosto. In stazione, dopo poche ore di sonno martoriato, il commiato s’allunga sul ritardo del treno. Mi riservo Tano per ultimo, finché lo sferragliare delle carrozze tace e il capotreno sta per lanciare il fischio di partenza. Con enfasi, abbracciandolo, sbaglio guancia e piombo sul suo collo taurino: “Ciao!” gli sbotto brusco sull’abbondante padiglione sinistro. “E chi ficimu i scoli ‘nsemi ?”, mi fionda per tutta risposta stritolandomi la mano destra e spalanca su quello straordinario e mobilissimo faccione da bulldog, baluginante topografia di mezzo secolo di cinema italiano, un sorriso burlone d’attore consumato.