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CATANIA
FESTEGGIA S.AGATA |
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GEMELLAGGIO
CATANIA - PHOENIX |
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CELEBRAZIONE
DEL DECENNALE DEL GEMELLAGGIO DI CATANIA CON LA CITTA' DI
PHOENIX
Incontro in Municipio con
Mary Anne Desmond,
- in rappresentanza dell'Associazione "Phoenix Sister Cities"
- il Sindaco di Catania avv. Raffaele Stancanelli; il
dott. Carmelo Marino di STMicroelectronics; l'ing.
Mario Venticinque, consulente del Sindaco; i componenti
dell'Associazione "Catania & Sister Cities": Emanuele
Rapisarda, presidente, Roberta Barbagallo,
Riccardo Lombardo, Daniele Giuffrida ed Salvo
Vazzana.
Nel corso dell'incontro è stato definto il programma della
visita a Catania del
"The Phoenix Children's Chorus"
(Catania 15- 19 Giugno 2012) |
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Scoprite
Catania, città simbolo di rinascita |
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Catania, nel corso dei suoi
2700 anni di storia
(la sua fond azione risale al 730 a.c.),
ha
vissuto epoche di splendore.
In età romana doveva
essere una città fiorente se potè costruire un anfiteatro che per
dimensioni era secondo solo al Colosseo.
Durante le dominazioni
normanna, sveva e aragonese è st ata residenza reale e per circa un
secolo capitale del Regno.
In quel momento storico la città era considerata un importante presidio strategico e
Federico II di Svevia, che coltivava il sogno
di portare il centro dell'Impero nel cuore del
Mediterraneo, qui fece costruire il Castello Ursino .
Alfonso d’Aragona,
invece, scelse Catania per fondare la prima
Università degli Studi siciliana (tra le prime d’Italia) nel 1434,
che sarà un punto di riferimento della cultura del tempo.
Non fu mai, per indole, una
città egemone, piuttosto un operoso centro di attività economiche e di
scambi commerciali, un luogo d’incontro di popoli e culture.
Ma non fu mai neppure supinamente accondiscendente verso i dominatori:
a coloro che seppero rispettarne l’identità manifestò apprezzamento e
fedeltà (è il caso dei re aragonesi); contro i cattivi
governanti seppe
reagire e insorgere.
E’ stata una città
greca, romana, bizantina, araba, normanna, sveva, angioina, aragonese,
spagnola: dunque, inevitabilmente, una città aperta e tollerante.
Ma soprattutto
Catania può essere considerata un simbolo della
rinascita:
tante volte distrutta dalle forze della natura – il suo Vulcano,
i terremoti – e dai conquistatori che in più occasioni l’hanno
saccheggiata e rasa al suolo,
altrettante volte è risorta dalle macerie, con perseveranza e coraggio.

Oggi
il visitatore vedrà principalmente una città barocca, ridisegnata da
illustri architetti dopo il terremoto del 1693, in un fervore di
ricostruzione che la farà rinascere in pochi anni.
Benvenuti nella
nostra città!
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Teatro |
GAROFANO POMPOSO, DOLCE AMORE
di Carmelo La Carrubba
In
un’epoca in cui il regista è diventato l’imperatore assoluto della scena
e ogni manipolazione pretestuosa del testo una consuetudine notare, di
contro, chi porta in scena l’opera di un autore non con spirito
filologico – cosa assurda in teatro - ma con il preciso compito di
svelarne la poesia con il linguaggio dii più forme artistiche che
interagiscono sul palcoscenico significa creare uno spettacolo ricco di
profonde emozioni.
Parliamo dello spettacolo “Garofano pomposo, dolce amore” (da “La lupa”
dal libretto per un’opera lirica scritto da Verga con l’amico Federico
De Roberto nel 1692 ispirato alla novella “La lupa” musicata nel 1919 da
Pierantonio Tasca ed andata in scena nel 1932 al Teatro lirico di Noto
città di origine del compositore) andato in scena al Piccolo Teatro di
Catania su progetto scenico e regia di Gianni Salvo che da un libretto
d’opera risale alla poetica verghiana sottolineando gli aspetti ora
lirici ora drammaturgici di un grande scrittore che seppe della Sicilia
raccontare l’epica della “roba” ma soprattutto eros e tanatos che
caratterizzano la storia della ‘gna Pina e del suo “garofano” Nanni
simbolo di un’intesa passionale fra uomo e donna, che è, fra l’altro,
una delle principali arie dell’opera nonché la metafora di un fiore
adescatore che nella letteratura amorosa – dice Gianni Salvo – ha semp re
avuto rilievo...
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LA GOVERNANTE
di C.L.C.
Con
la pièce “La governante” di Vitaliano Brancati un caso di coscienza
diventa tragedia: una tragedia nata dall’ipocrisia e scaturita dal clima
culturale degli Anni Cinquanta che allevava come figlia dell’ipocrisia
la censura che manteneva a gestirla uomini e apparati del vecchio regime
e veniva usata dagli ambienti clericali per una presunta moralizzazione
della vita e dell’arte.
Parliamo dello spettacolo “La governante” in scena al Teatro Stabile di
Catania con la regia di Scaparro in un’ottica mediterranea in cui la
polifonia delle voci, delle lingue, dei dialetti esprime le
sedimentazioni culturali che l’Isola, L’Italia, l’Europa hanno in serbo
e ne condizionano gli scontri.
La pièce scritta nel ’52 fu bloccata dalla censura e potè andare in
scena soltanto nel ’65 con la Proclemer per cui era stata scritta; e,
per uno scrittore come Brancati che raccontava la Sicilia per
migliorarla e correggerla con un afflato morale unico fu un’amara
esperienza l’impatto con la censura anche perché – non so quanto
involontariamente – l’Autore avesse già cercato di colpire uno dei
comportamenti ipocriti di un popolo che già era stato vittima
del
gallismo come la vicenda del Bellantonio insegna...
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Appunti |
C'ERA UNA VOLTA IL
TEATRO
di Vittoria Timmonieri
C’era
una volta il teatro d’autore: si diceva “La locandiera” di
Goldoni, la “Tosca” di Puccini, “Edipo Re” di Soflocle.
Poi, nel ‘900, comparvero e giganteggiarono nelle locandine i nomi degli
interpreti, nomi che facevano impazzire il pubblico degli
amatori: la Duse, Ida Galli, la Merlini, Gandusio, Ricci, Zacconi. Nel
secondo dopo-guerra continua la tradizione del grande attore, continua
la stagione degli interpreti eccezionali che sono ancora vivi nella
memoria degli ultra-sessantenni da Randone a Benassi, da Gassman a
Stoppa , da Sbragia a Lionello a Turi Ferro nel campo maschile, dalla
Pagnami alla Frignone, dalla Morelli alla Morione per citare solo quelli
che non sono più vivi. I loro nomi nereggiano nelle locandine, mentre
comincia ad apparire, in piccolo e in fondo il nome del regista.
Poi, passo dopo passo, inizia l’ora del “regista” e sono nomi
entrati nella storia del teatro di prosa e in seguito anche in quello
della lirica. Si comincia a citare “Le tre sorelle” di Visconti,
l'Arlecchino servo di due padroni” di Strelher, le regie di Zeffirelli,
di Squarzina, di Enriquez, di De Lullo. Sono mitiche le loro messe in
scena che rispettano “rigorosamente” i testi, dando però una loro
impronta ed esaltando anche gli interpreti che, sotto la loro direzione,
eprimeranno il meglio della loro arte.
Ma il tempo passa e, tranne Zeffirelli, i grandi registi del passato
lasciano il campo agli ultimi arrivati.
Gli addetti ai lavori si lamentano della crisi del teatro dal pubblico
in calo, chiedono maggiori sovvenzioni allo Stato, invece di domandarsi
del perché il pubblico volta le spalle, esce spesso alla fine del primo
atto, non rinnova gli abbonamenti. Ho sentito personalmente tanti amici
e spettatori commentare disgustati certi spettacoli, ho visto vuoti
significativi perfino alle “prime” e viceversa vedere aumentare gli
spettatori a spettacoli “normali”, senza le cosiddette
“attualizzazioni”, divertirsi o commuoversi e applaudire calorosamente
alla fine.
Sono spettatori ignoranti? Che non capiscono l’arte del “nuovo”? legati
ancora al folklore spagnolo della “Carmen”, al romanticume di “Giulietta
e Romeo”? E se fosse veramente come sostengono certi critici, il
pubblico non fa parte dello spettacolo? Non ha forse il diritto di
essere rispettato anzicchè snobbato con disprezzo?
Vogliono svecchiare, rivisitare, attualizzare il teatro e invece di
cercare di scoprire nuovi testi, saccheggiano, espropriano, devastano i
classici. Gli autori sono citati in lettere minuscole, gli attori
(dove sono i grandi di una volta?) sono costretti ad acrobazie e a
sottoporsi a folli manomissioni. E così al severo Teatro Greco di
Siracusa sfilano divise naziste, locomotive, rottami d’auto, dività in
frac e cilindro e altre simili amenità che vengono ammirate da turisti,
scolaresche e certi critici pronti ad esaltare tutto ciò che è “nuovo”.
E così nell’ultima “Carmen” rappresentata al Bellini di Catania
ecco Don Josè essere “panciuto” col rito mafioso un ragazzo essere
sciolto nell’acido, una Micaela aureolata di luminosi crocifissi. Eppure
questa regia di Vincenzo Pirrotta risulta di gran lunga
accettabile se la si paragona a quella scaligera di Emma Dante dove, tra
le tante astruserie, don Josè ed Escamillo entrano in scena scendendo da
un ascensore. O quella di Calixto Bieito al Massimo di Palermo dove,
oltre a un ammasso di stranezze incomprensibili, don Josè porge a Carmen
le mutandine che le ha sfilato nell’amplesso precedente.
Spero che anche questa moda finisca presto e nel frattempo mi rifarò gli
occhi e le orecchia con le video cassette e le incisioni dei grandi
protagonisti del passato: la Verrete, la Baltsa, Corelli, Carreras, von
Caravan, Levine, Mehta. |
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