Le eruzioni

L'Eruzione del 1669


 

Quella del 1669 è la più grande eruzione laterale avvenuta in epoca storica. Dalla fenditura prodottasi in quei giorni sgorgò una delle più disastrose colate laviche che la storia etnea ricordi; la colata che stravolse il versante sud-orientale del vulcano distrusse non solo numerosi centri abitati ma gran parte della stessa città di Catania. Una enorme tragedia vissuta dalle genti dell'Etna e che segnò inesorabilmente la vita di decine di migliaia di persone.

A partire dal giorno 8 marzo sino alle ore 06.00 dell'11 marzo 1669 una sequenza impressionante di terremoti interessò l'area compresa tra gli abitati di Nicolosi, Pedara, Trecastagni, Mascalucia e Gravina causando notevolissimi danni alle abitazioni. L'11 marzo accompagnata da sinistri rimbombi si aprì una fenditura profondissima e larga circa 2 m. che si estendeva da Piano S. Leo (circa 6 km. dall'abitato di Nicolosi) sino alla sommità dell'Etna. Quella stessa mattina nel pianoro sottostante il monte Nocilla (2 km a Nord-Ovest di Nicolosi) si aprì un'enorme voragine da cui proruppero globi di cenere e blocchi accompagnati da …grandi tuoni, fragori, e tremuoti….durante lo stesso giorno si aprirono altre voragini allineate lungo la medesima direzione dalle quali si …cacciava con urli, e strepiti spaventosissimi un denso fumo nero. Dopo il tramonto, si aprì un'enorme voragine che nella notte cominciò a vomitare un gran profluvio di liquidi sassi, che all'aspetto dell'aria acquistando durezza, e tetro rosseggiante colore di schiumoso ferro, formavano quel vario misto che la lava si appella….

Nel frattempo, alle bocche (attuali Monti Rossi) l'accumulo dei brandelli lavici lanciati in aria dalle esplosioni aveva formato un monte bicorne alto 50 piedi. L'attività esplosiva di questo monte fu talmente violenta che le ceneri vulcaniche spinte dai venti raggiunsero non solo le contrade meridionali della Sicilia ma anche molte zone della Calabria. Questo cratere bicorne, che crebbe come un malefico bubbone in corrispondenza delle bocche effusive del 1669, fu per tanto tempo denominato Monti della Ruina. Il tempo ha steso un velo di oblio su di esso rendendolo parte integrante del paesaggio geografico e su di esso é stata impiantata una verde pineta. Ai suoi piedi oggi si gioca e si passeggia, si recita e si amoreggia. Pochi ricordano però che esso è una sorta di santuario, un posto dove Madre Natura ha scritto con lettere di fuoco, una delle pagine più drammatiche della storia etnea.

Giorno 25 marzo, un fortissimo terremoto distrusse parzialmente il cratere centrale che, sollevando un'altissima colonna di ceneri, crollò al suo interno. 
Nel frattempo le colate laviche scaturite andarono espandendosi in diverse direzioni divorando Malpasso, Mascalucia, S. Pietro Clarenza, Camporotondo, San Giovanni Galermo e Valcorrente


Il 29 marzo 1669, 2 bracci circondarono Misterbianco e la sera del 30 la lava distrusse quasi tutte le abitazioni. 
Il giorno 1 aprile 1669 le lave si trovavano a 2 miglia ad occidente della cinta muraria di Catania; avvicinandosi la colata investì dapprima la borgata di Cibali e ricoprì il pianoro del lago di Nicito nei pressi del Bastione degli infetti. La lava abbatté un antico acquedotto e molti altri monumenti per scavalcare poi le mura di cinta della città; dopo aver distrutto la parte sud-occidentale di Catania, le lave raggiunsero il mare alle due di notte del 23 aprile 1669. 
Il suo pauroso fronte, largo ben 2 miglia ed alto più di dodici metri, fece avanzare la costa di oltre un miglio.

Giorno 9 giugno 1669 nella zona di Nesima si aprì una bocca effimera dalla quale sgorgò una copiosa colata lavica che circondò il Castello Ursino (che allora dominava la costa) per riversarsi poi in mare a formare una sorta di promontorio.

L'eruzione cessò del tutto verso la metà di luglio dopo che lava, scaturita dalle bocche eruttive poste a circa 820 m. s.l.m. aveva raggiunto il mare e aver emesso quasi un miliardo di metri cubi di lava.

Nell'immaginario collettivo delle popolazioni del versante meridionale dell'Etna e degli abitanti di Belpasso e Paternò, anche se per motivi diversi, è ancora presente il triste ricordo della grande eruzione iniziata l'11 marzo 1669 e conclusasi dopo 122 giorni. Un fiume di fuoco lungo 16 km rese sterile oltre 38 kmq di territorio, distrusse migliaia di costruzioni e con oltre 970 milioni di metri cubi di lave seppellì 16 centri abitati minori e parzialmente distrusse la città di Catania. 

Il 20 marzo 1669 come descrittoci dal Canonico Alessi, "…l'infocato profluvio giunse a Malpasso, abitato da 8000 persone e nell'arco di 20 ore fu tutto ricolmo da quel fiume di fuoco e dagli ammassati sassi…". Ricostruito più in basso con il nome di Fenicia Moncada venne distrutto dal terremoto del 1693. Riedificato nello stesso luogo, dal 1695 prende il nome di Belpasso.

Quest'eruzione è nota anche per il primo tentativo documentato di deviazione di una colata. La lava che aveva scavalcato le mura di Catania fu infatti deviata tramite barriere di terra, sassi e macerie delle case crollate. 

Ma ancora più sorprendente per quel tempo, fu il tentativo effettuato da un manipolo di temerari guidati dal sacerdote Don Diego Pappalardo, effettuato nei pressi di Malpasso; con incredibile audacia, tentarono infatti di praticare una breccia nell'argine della colata. Coperti con velli di bue bagnate d'acqua, attraverso delle aste di ferro, riuscirono ad arrivare al cuore del canale, tanto che il liquido fuoco si riversò lateralmente iniziando a scorrere nella campagna circostante per notabile spazio. Avrebbero potuto continuare nella loro opera se non fossero stati bloccati dagli inferociti abitanti di Paternò, preoccupati della possibile invasione del loro paese a causa dell'intervento operato. 

Che si lasci correre il fuoco laddove la Provvidenza l'ha destinato.