Vulcanologia

Evoluzione morfostrutturale del complesso vulcanico poligenico dell’area etnea


Diodoro siculo, Pindaro, Tucidide, Empedocle, Virgilio, Lucrezio, Ovidio ci hanno narrato dell’Etna e della sua incessante attività vulcanica che ha profondamente segnato la storia degli uomini che da molte generazioni vivono in questa parte della Sicilia orientale, dove l’interazione tra le forze primordiali e le forme di vita vegetale ed animale che si sono succedute nello spazio e nel tempo, ha portato all’evoluzione di una straordinaria varietà di paesaggi naturali unici nel bacino del Mediterraneo.

Gli arabi, la chiamavano, Djebel-Utlamat (Montagna per eccellenza), i romani, la chiamavano Mons-Djebel (Monte-Monte), i siciliani Mungibeddu, (Bella Montagna). Il veneziano Pietro Bembo nel De Aetna (1496), la definì “Montagna non coniugata” per sottolineare la sua unicità nel contesto geomorfologico della Sicilia.
Denominata anticamente Aìtnë, con i suoi 135 km di perimetro, l’Etna, la mitica Fùcina degli Dèi, è un vulcano composito assai complesso, originatosi in seguito alla sovrapposizione e giustapposizione di prodotti eruttivi emessi in tempi differenti attraverso diversi sistemi di risalita magmatica.
Sviluppata, modificata, distrutta e ricostruita attraverso una molteplicità di eventi geologici che si sono succeduti nel corso di molte decine di migliaia di anni, in questa parte della Sicilia orientale, questa speciale “finestra astenosferica” rappresenta una “risposta” al complesso processo di convergenza litosferica tra la placca africana a Sud e quella euroasiatica a Nord nonché ai molteplici eventi geodinamici che hanno caratterizzato il bacino del mediterraneo. Le migliaia di colate di lava, le immense quantità di scorie, ghiaie, sabbie, ceneri, tufi emesse nel corso dell’incessante attività vulcanica di questa straordinaria macchina termodinamica naturale, hanno distrutto e in alcuni casi sigillato o semplicemente nascosto per sovrapposizione stratigrafica, i resti dei vari centri eruttivi preesistenti. Sin dal XVIII secolo gli studiosi, Carlo Gemmellaro in testa, si resero conto che non erano in presenza di un unico grande edificio vulcanico ma almeno di due (Il Trifoglietto e il Mongibello) che si erano succeduti e sovrapposti nel tempo. Ma è attraverso la paziente opera di rilevamento geologico unitamente alle analisi eseguite sulle rocce campionate, alle informazioni desunte attraverso i terremoti e le eruzioni vulcaniche, che i geologi hanno potuto scrivere la storia del complesso vulcanico poligenico, seppur incompleta. Oggi, ad esempio, sappiamo che l’attività vulcanica dell’Etna è fortemente condizionata dall’assetto tettonico regionale e ciò consente agli studiosi di stabilire dove è molto più probabile che si ripropongano le grandi eruzioni laterali.


Per cercare di capire l’inizio dell’affascinante storia di questo complesso vulcanico poligenico, cercheremo di fare un brevissimo viaggio nel tempo trasportandoci nel Pleistocene medio-inferiore attraverso le informazioni geologiche in nostro possesso. In questo periodo remotissimo per noi: 570.000 anni fa, ma molto breve rispetto all’età del nostro pianeta, stimata in oltre 4 miliardi e 600 milioni di anni) hanno avuto inizio le prime manifestazioni eruttive! Se ci trovassimo a guardare l’area nella quale siamo soliti vedere gli abitati di Acicastello, Acitrezza, Ficarazzi, Capo Mulini…osserveremmo un immenso golfo marino dove delle eruzioni sottomarine avrebbero creato quegli inconfondibili scenari geografici che oggi siamo soliti vedere. I prismi basaltici della bellissima isola Lachea e dei mitici faraglioni di Acitrezza; l’imponente ammasso di brecce vulcaniche vetrose (Jaloclastiti) e di lave a cuscino (pillow-lava) su cui sorge il castello di Aci; le testate pentagonali del porto di Acitrezza, sono soltanto alcune delle più rappresentative testimonianze geologiche giunte sino ai giorni nostri e testimoni di quei lontani accadimenti. Tali eruzioni hanno contribuito a riempire parzialmente il golfo pre-etneo. Il rinvenimento di affioramenti di argille azzurre siltose pleisoceniche a circa 700 m. slm nel versante nord orientale e l’esistenza di terrazzi marini e fluviali posti a varia altezza nei versanti sud orientale e sud occidentale, dimostrano il sollevamento complessivo dell’area Jonico-etnea ad opera di quelle spinte tettoniche tutt’ora attive.
Tra i 350.000 e 200.000 anni fa, attraverso enormi fessure eruttive lineari, si poteva assistere alla formazione di imponenti bancate laviche tabulari estremamente fluide che in diversi punti raggiungevano oltre 50 metri di spessore e che oggi ritroviamo sotto forma di ampie superfici terrazzate poste a quote variabili dai 600 ai 300 m. slm nell’area geografica su cui sorgono gli abitati di Valcorrente, S. Maria di Licodia, Biancavilla e Adrano.
Purtroppo moltissime informazioni geologiche relative al periodo compreso tra le prime manifestazioni subacquee e quelle in terra ferma sono state obliterate da colate laviche preistorihe e storiche e così dobbiamo ricorrere a delle plausibili ricostruzioni: un po’ come dare forma ad un mosaico del quale sono andate perdute irrimediabilmente numerosissime tessere. Entrambi questi prodotti vulcanici (subacquei e subaerei) rappresentano le cosiddette Vulcaniti Tholeiitiche Basali ed appartengono allo stesso periodo geologico al quale è da attribuire anche la rupe isolata di lave colonnari di Motta S. Anastasia. (Neck di Motta). Questi particolari Basalti pre-etnei hanno anticipato lo sviluppo dell’Etna propriamente detta.


Dopo un considerevole lasso di tempo (Pleistocene Superiore: 200.000÷100.000 anni dal presente), in seguito a processi fisico-chimici di differenziazione magmatica e ad uno spostamento degli assi eruttivi verso nord e verso Ovest e a mutamenti nel meccanismo di risalita e messa in posto nonché nella composizione chimica dei magmi e nel tipo di attività, ebbe inizio il Vulcanismo detto delle “Timpe” che portò all’emissione di lave a tessitura porfirica con fenocristalli di pirosseni, olivine e plagioclasi, di colore grigio-chiaro, a morfologia anche colonnare, con intercalati livelli di ceneri giallastre e scorie bruno-rossastre, originati dall’attività dei primi apparati vulcanici etnei a carattere centrale (Calanna) o di apparati fissurali ubicati lungo la costa attuale (Timpe). Composizionalmente questi prodotti vulcanici sono rappresentati da lave di tipo basaltico-hawaiitico nonché tefriti e tefriti-fonolitiche. Nella periferia settentrionale della città di Catania, mostrano andamento tabulare e coronano scarpate di paleofalesie marine di età Tirreniana, mentre lungo la Timpa di Acireale, sono sormontate da prodotti vulcanoclastici (conglomerati e brecce) in facies continentale e marino (tufi fossiliferi biancastri).
Un cambiamento ancor più radicale nei meccanismi di formazione e risalita magmatica, avvenne tra la fine del Pleistocene superiore e l’inizio dell’Olocene inferiore (100.000÷60.000 anni fa), e portò all’emissione di colate laviche alternate a livelli di scorie, brecce e lapilli, i cui affioramenti a reggipoggio formano le pareti occidentali e meridionali dell’attuale Valle del Bove. Composizionalmente ascrivibili a Mugeariti e Benmoreiti, queste lave a tessitura porfirica con fenocristalli di plagioclasi e pirosseni, presentano anche l’anfibolo kaesurtitico. Questi prodotti, unitamente ai corpi subvulcanici a giacitura subverticale con tessitura massiva e sviluppo di giunti colonnari, costituiscono i prodotti dell’attività dei Centri Eruttivi di Trifoglietto, Giannicola, Salifizio-Vavalaci e Cuvigghiuni e più a Sud, di Tarderia.


Prodotti lavici e vulcanoclastici attribuibili all’attività effusiva ed esplosiva del Centro Eruttivo dell’Ellittico, il cui asse eruttivo è localizzato all’interno della omonima caldera di collasso, (60.000-18.000 anni fa), costituiscono le colate e i livelli scoriacei e di brecce, che affiorano lungo le pareti occidentali e settentrionali della Valle del Bove. Trattasi di Hawaiiti e Mugeariti a tessitura porfirica, con fenocristalli di plagioclasi e pirosseni ed olivine. Nella parte apicale di quest’Unità, si distinguono delle Trachiti a facies di cupola e lave autobrecciate (M. Calvario) e colate di Foam di colore rossastro e fortemente vescicolate affioranti a Punta Lucia. L’area di Pizzi Deneri è caratterizzata da depositi piroclastici di caduta (sabbie, scorie e brecce scarsamente saldate rossastre e pomici giallastre, di tipo Benmoreitiche. L’area compresa tra Giarre e Valverde, presenta altresì gli stessi prodotti vulcanoclastici mentre tra Biancavilla e Ragalna, affiorano depositi di Debris flow ed epiclastiti laviche costituite da blocchi eterogenei di dimensioni metriche disperse in matrice arenitico-limosa. Depositi di frammenti di lave a spigoli vivi ed estremamente eterogenee: brecce vulcanoclastiche, lapilli, scorie, sabbie e bombe di dimensioni varie e a disposizione caotica, si rinvengono nei pressi di Milo, Ragalna, Biancavilla, S. Maria di Licodia, Montalto. In quest'ultimo sito, è possibile osservare una tipica colata piroclastica di tipo ignimbritico (estremamente acida). Lo smantellamento delle Unità denominate del Trifoglietto, ha dato origine ad un'estesa conoide, costituita da depositi detritici alluvionali più o meno cementati e irregolarmente stratificati in banchi, costituiti da ciottoli e blocchi vulcanici litologicamente eterogenei immersi in una matrice sabbiosa nonché a tufi. Tali depositi potenti centinaia di metri, come hanno meglio chiarito dalle indagini geofisiche e le campagne oceanografiche, eseguite negli ultimi anni, affiorano estesamente nel basso versante orientale, tra gli abitati di Giarre e Riposto e sono localmente noti come "Chiancone".
Fenomeni violentemente esplosivi e colate di fango devono essere occorsi tra la fine delle manifestazioni eruttive del Calanna e delle attività delle Unità del Trifoglietto (Giannicola, Salifizio, Vavalaci Cuvigghiuni e Tarderia) che hanno lasciato tracce in tutta l’area sudorientale dell’Etna dove affiorano estesi depositi di materiale tufaceo e lahaars, originatesi in seguito a colate di fango bollente (“Tufiti e lahaars inferiori”)

Valle del Bove

La Serra del Salifizio ad Est e quella delle Concazze ad Ovest, delimitano l’enorme anfiteatro naturale della Valle del Bove dalla caratteristica forma “a ferro di cavallo” (perimetro circa 18 km – area circa 37 km2), che rappresenta uno dei più affascinanti e selvaggi ambienti naturali dell’Etna.
Il recinto calderico è costituito, a Nord e a Sud, da alte pareti scoscese, con altezze comprese tra i 400 e 1000 metri. Queste pareti sub-verticali includono le testate di antichi banchi lavici, che con pendenze varie si immergono in direzione opposta alla Valle e costoni rocciosi, noti come Serre, costituiti da Dicchi magmatici (ossia intrusioni di lave lungo assi strutturali) messi in luce dall’erosione selettiva, che tagliano le formazioni geologico-stratigrafiche affioranti, e rappresentano gli antichi sistemi di alimentazione magmatica.
Alle Serre si alternano i Canaloni, incisioni vallive dove si accumulano i detriti provenienti dallo smantellamento dei banchi lavici e che danno luogo, a valle, a conoidi di deiezione. Mentre gli orli delle pareti settentrionale ed occidentale digradano dolcemente rispettivamente verso Est e verso Sud, l’orlo della parete orientale presenta invece delle forti discontinuità, sotto forma di avvallamenti, in corrispondenza di profondi solchi vallivi che interessano il versante esterno della parete (Valle del Tripodo, Valle degli Zappini). Tali discontinuità sono il risultato sia di limiti stratigrafico-strutturali di differenti complessi eruttivi sia di “accidenti” vulcano-tettonici
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In tempi molto recenti dal punto di vista geologico (Olocene medio-superiore:18.000÷10.000 anni fa) si sono determinate le condizioni per la costruzione del più imponente vulcano che le testimonianze geologiche ci hanno permesso di ricostruire, la cui altezza massima stimata era di 3880 metri s.l.m. Gran parte delle formazioni vulcaniche presenti lungo il versante settentrionale e nell’alta Valle del Leone o i notevoli depositi tufacei di colore rossiccio di potenza superiori ai 10 m. che possiamo osservare percorrendo la strada provinciale che da Paternò conduce ad Adrano, in località Montalto di Biancavilla, rappresentano i prodotti emessi da questo Vulcano durante violentissime attività esplosive parossistiche che hanno dato luogo ad immense colate piroclastiche con meccanismi di nubi ardenti e colate di fango bollente (lahaars).
Un vero e proprio cataclisma (-14.000 anni fa) fece collassare la parte sommitale di quest’immenso edificio vulcanico formando la cosiddetta Caldera del Cratere Ellittico (4 km per 3 Km). Pizzi Deneri a NE e Punta Lucia a NO, rappresentano i resti dei bordi originali di questa depressione vulcanica.
Solamente molte centinaia di anni dopo la fine del vulcanesimo dell’Ellittico, nella parte Sud della caldera, iniziò ad aversi un’attività vulcanica che avrebbe portato all’edificazione del Mongibello recente o Etna di cui si distinguono le colate e le vulcanoclastiti a morfologia superficiale degradata da quella ben conservata. Ripetuti eventi esplosivi parossistici di grande intensità avvenuti nel 8140 a.C.; 7100 a.C.; 6100 a.C.; 5000 a.C.; 4280 a.C.; 2840 a.C.; 1280 a.C.; 122 a.C., caratterizzarono le fasi giovanili di questa irrequieta montagna fumante. Alcuni di questi parossismi non furono nemmeno dipendenti dall’attività del Cratere Centrale bensì dalle ultime fasi della formazione della Valle del Bove attraverso una ripetuta serie di svuotamenti di camere magmatiche superficiali.
Testimonianze geologiche recentemente acquisite da parte degli studiosi attraverso campagne oceanografiche al largo del mare Jonio, hanno consentito di ricostruire l’apocalittico evento vulcanico che 6000 anni prima di Cristo, fece collassare, per ragioni strutturali, verso il mare Jonio, buona parte della porzione terminale dell’Etna, provocando nubi di pomici e vere e proprie tempeste rasoterra di sabbie bollenti che carbonizzarono grandi estensioni di terreni. I prodotti di questi eventi estremi giunsero sino in mare attraverso colate di fango bollenti (lahaars) e anche in seguito ad intensi fenomeni di dissesto dovuti all’attività torrentizia dei corsi d’acqua superficiali, determinando estese formazioni vulcanoclastiche soprattutto nel versante orientale che contribuirono a generare un immane tsunami nel Mediterraneo; un vero e proprio cataclisma con la formazione di onde gigantesche che in poche ore colpirono le coste della Calabria, dell'Albania e della Grecia occidentale per poi raggiungere l’Egitto e la Libia sino alle coste libanesi e Siriane
Attraverso il metodo radiocronologico del Carbonio 14 è stato possibile ricostruire un altro apocalittico evento vulcanico occorso nel 1280 a..C. (attività violentemente esplosive, oggi conosciute come attività sub-pliniane e caratterizzate dal deposito di estese coltri di materiali tufacei, talora formati con meccanismi di “nube ardente” o di colate di fango), del quale potrebbe essere rimasta un’eco in Diodoro Siculo, nella leggenda dei Sicani che avrebbero abbandonato la Sicilia orientale a seguito di continue eruzioni dell’Etna. È probabile che dietro questa notizia si nascondano in realtà i complessi fenomeni che determinarono la diminuzione dei siti archeologici nel Bronzo Medio e ancor più nel Bronzo Recente (1270-1050 ca. a. C.). Altro evento significativo è quello occorso nel 122 a. C., che determinò la fondazione del grande Cratere del Piano. Di tale episodio rimangono anche le testimonianze archeologiche.
Il dinamismo che oggi conosciamo sull’Etna si è stabilito da poco meno di 2000 anni. Nel 1669 si é originata l’ultima grande eruzione con le conseguenze che ben conosciamo. A partire dal 1971 abbiamo osservato un ripetersi di eventi effusivi ed esplosivi con una frequenza che negli ultimi dieci anni ha raggiunto valori molto elevati. Questa condizione naturale, pur nella eccezionalità degli eventi vulcanici, rientra nella dinamica evolutiva dell’Etna.
Centinaia di coni ed apparati secondari, di sabbie, ghiaie e scorie vulcaniche, talora dalle dimensioni imponenti, isolati o allineati lungo fratture eruttive, rappresentano i punti di emissione di prodotti piroclastici generati durante un’intensa attività esplosiva delle bocche periferiche durante un’eruzione laterale e rappresentano una delle peculiarità della fisiografia generale dell’Etna sui cui fianchi si sono spesso avvicendate numerose generazioni di genti che imparando a convivere con la Muntagna, ne hanno modellato l’ambiente al punto da creare nuovi paesaggi rurali, sviluppatisi spesso intorno all’agricoltura e all’allevamento, lasciando un’impronta indelebile attraverso segni inconfondibili e pregnanti nella strutturazione del paesaggio.
Costruzioni di pregevolissima fattura; strade in basolato lavico, muri a secco, terrazzamenti, casudde in pietra lavica, torrette…, tutti elementi mediante i quali gli etnei, si sono correttamente inseriti nell’ambiente, “sfruttandone” e valorizzandone le enormi potenzialità produttive ed economiche determinando l’identità culturale specifica di questo territorio.
L’evoluzione delle tipologie abitative, le geometrie delle colture, la loro distribuzione rispetto ai vecchi sistemi di irrigazione, l’immane lavoro di spietramento dei campi coltivati rappresentano le pagine di un libro geografico che ci consente di ripercorrere alcune tappe fondamentali della lunga e complessa storia contadina etnea le cui tracce ed i cui segni distintivi si stratificano nel territorio e ci svelano il plurimillenario rapporto Uomo-Natura in termini di continua evoluzione e di reciproca sollecitazione spazio-temporale, ossia quell’espressione geodinamica integrata di molteplici componenti naturali e antropiche che estrinseca la sintesi visibile del contesto naturale, delle attività dell’uomo e della loro collocazione in un ambito culturale specifico.
In tal senso l’immagine della strada, della masseria isolata, del muro di contenimento in pietra lavica, del latifondo, sono rivelatori della storia dei luoghi in cui si trovano e rappresentano quel valore aggiunto che ha consentito nei secoli di far conoscere ed apprezzare il paesaggio etneo, facendoci riflettere circa la preziosa valenza storico-culturale che essi rappresentano.
L’impianto di vigneti e frutteti, ha costituito e costituisce un elemento di utilizzazione agraria delle pendici del vulcano e determinato quella ruralità diffusa che costella il paesaggio collinare di case, padronali e contadine, complete di cantine e palmenti.
La civiltà dell’Etna è soprattutto una civiltà contadina, ed in essa la casa dell’uomo rappresenta l’espressione più concreta e palpabile per le caratteristiche intrinseche dei materiali e delle forme dell’architettura, sicché può tranquillamente affermarsi che i vigneti sono un elemento strutturante del paesaggio etneo tanto quanto forti sono le qualità e il gusto del loro prodotto.
L’ambiente naturale etneo è profondamente diverso da quello primitivo, in pochi secoli, abbiamo occupato quasi tutti gli spazi naturali, differenziandone gli aspetti, trasformandoli e variandoli per effetto della nostra stessa presenza e delle nostre innumerevoli attività, pertanto, il paesaggio etneo considerato nella sua complessità e unitarietà, consente di individuare le principali variabili che concorrono, e hanno concorso nel passato, alla sua formazione e alla sua evoluzione dandoci la possibilità di individuare tutte le componenti, biotiche e abiotiche (anche le meno visibili o le più remote), per arrivare a una effettiva comprensione in chiave dinamica del Paesaggio geografico “umanizzato”, consentendoci di ricostruire come questi fattori interagiscono tra loro, con quali equilibri, in quali spazi e con quali tempi partecipano alla loro evoluzione affinché la realtà e l’ambiente, in cui tutti noi viviamo e di cui facciamo parte, non siano solamente “visti”, “osservati” e “descritti”, bensì “compresi”!
Tutto ciò è stato reso possibile attraverso le idee ed il lavoro di uomini che hanno sentito il dovere morale di contribuire alla tutela e alla salvaguardia di questi luoghi attraverso l’istituzione del primo Parco naturale regionale siciliano che, concorrendo alla salvaguardia, alla gestione, alla conservazione ed alla difesa dell’ambiente naturale, ha consentito migliori condizioni di abitabilità nell’ambito dello sviluppo dell’economia e di un corretto assetto dei territori interessati. Starà a tutti noi evitare che ciò venga vanificato.