Vulcanologia

Il contesto geodinamico

 

 

L’evoluzione del contatto tra le placche litosferiche africana ed euroasiatica, ha conosciuto diverse fasi di collisioni e distensione che hanno portato alla frammentazione della struttura litosferica originaria, creando un mosaico di microplacche africane ed europee più o meno stabili. A partire dal Cenozoico la tendenza geodinamica dominante è la convergenza dei margini continentali.

L’area etnea e l’arcipelago eoliano non sono gli unici centri vulcanici siciliani. 
Il Vulcanismo Mio-Pliocenico dell’altopiano Ibleo e del siracusano, l’isola Ferdinandea al largo di Sciacca (Luglio 1831), le emissioni di vapori e le sorgenti termali di Pantelleria e di Lipari, le fumarole sottomarine presso Salina e Panarea, le "stufe" del monte S. Calogero presso Sciacca, le sorgenti termali di Acireale, di Termini Imerese, di Castroreale Bagni, di Alì, le "Salinelle" di Paternò e Belpasso, le emissioni del lago del Palici a Palagonia sono alcune delle manifestazioni secondarie di un vulcanismo che ha profondamente "segnato" la geomorfologia dell’isola.

Verso la fine dell'attività dei Centri eruttivi del Trifoglietto (Olocene), si ebbe una significativa migrazione verso nord-ovest dell'asse eruttivo principale di alimentazione magmatica. I prodotti emessi negli ultimi 27.000 anni, hanno determinato la formazione di un altro imponente vulcano-strato, il Mongibello sensu strictu. Studi geofisici, geologico-stratigrafici, geomorfologico-strutturali e minero-petrografici, hanno permesso agli studiosi, di delineare due differenti Unità: il Mongibello antico o Ellittico e il Mongibello recente o attuale

Con un diametro basale pari a circa 40 Km, un'area pari a circa 1.265 Km2 ed un'altezza superiore ai 3.340 m s.l.m. (basamento di spessore complessivo pari a circa 2.000 m). è uno dei complessi vulcanici più grandi del mondo ed il maggiore in europa.

Gli antichi conoscevano già la natura vulcanica di tale "montagna".
Diodoro Siculo ci ricorda che, circa 3.000 anni fa, a causa di attività violentemente esplosive (oggi conosciute come attività sub-pliniane e caratterizzate dal deposito di estese coltri di materiali tufacei, talora formati con meccanismi di "nube ardente" o di colate di fango: "lahaar"), l’Etna costrinse i Sicani a ritirarsi nelle parti occidentali dell’isola.

La genesi dell’Etna si integra con l’evoluzione del bacino del mediterraneo.
Il vulcanismo etneo è legato al fatto che l’area in questione è molto prossima alla zona di collisione tra la placca euroasiatica a nord e quella africana a sud. Questa situazione geodinamica mentre da luogo a nord al vulcanismo essenzialmente acido (riolitico-riodacitico-andesitico) dell’arcipelago eoliano per la fusione parziale della crosta continentale della placca africana che subduce sotto quella euroasiatica favorisce a sud l’apertura di fessure distensive profonde nella crosta che permettono la risalita dei magmi dal mantello superiore (astenosfera).

Sin dal XVIII secolo gli studiosi, Carlo Gemmellaro in testa, si resero conto che non erano in presenza di un unico grande edificio vulcanico ma almeno di due (il Trifoglietto e il Mongibello) che si erano succeduti e sovrapposti nel tempo.
La successione dell’attività vulcanica riconosciuta finora nella regione etnea risulta costituito da prodotti iniziali a chimismo tendenzialmente tholeiitico passanti a termini di serie alcalina.

L'Etna, presenta una struttura complessa (vulcano multiplo) dovuto alla sovrapposizione stratigrafico-strutturale di prodotti eruttivi emessi in tempi differenti, attraverso diversi sistemi di risalita magmatica (assi eruttivi), in corrispondenza dei quali si sono formati diversi apparati (Centri) alcuni dei quali sono tuttora riconoscibili o interpretabili in base ai caratteri petrografici dei materiali emessi o per la morfologia delle pendici (Cristofolini R., 1993)

Nel substrato sono riconoscibili tre principali elementi strutturali: l’Avampaese ibleo costituito da una potente serie carbonatica estesa dal Triassico al Quaternario e interessata da ripetute manifestazioni vulcaniche basiche; l’Avanfossa Gela-Catania e la Catena settentrionale, che rappresenta la connessione tra l'appennino e le catene montuose del nord Africa (Cataena appeninico-maghrebide). Essa consiste in una serie di coltri di ricoprimento costituite da unità stratigrafico-strutturali a loro volta riconducibili a differenti aree paleogeografiche. Le varie unità sono oggi il risultato di fasi di deformazione succedutesi dall’Eocene al Quaternario.

Disegni di Santo Pappalardo
Elaborazione grafica  Salvo Caffo e Salvo Spina