Vulcanologia

Le sciare di S. Venera (Maletto)

 


A nord dell’abitato di Maletto, 
al limite più elevato della saldatura tra le vulcaniti e le formazioni rocciose sedimentarie (Flysh, argille scagliose, marne, calcari marnosi e arenarie quarzose), si distende una colata lavica tra le più imponenti eruttate dall'Etna. Il barone tedesco, Sartorius Von Walterhausen (1880), che dedicò la sua vita e i suoi averi, allo studio dell’Etna, chiamava quella colata "Lava della Nave", in analogia al nome del cratere dal quale era stata emessa. M. Carapezza (1960) in uno studio su questi prodotti, stabilì che essi furono emessi tra il 1150 e il 1170 e le chiamò lave di "S. Venera". 
Evidenze geologiche e soprattutto petrografiche, supportate da indagini petrochimiche e geochimiche nonchè sulla base di rilevamenti effettuati congiuntamente ad archeologi, mi fanno, personalmente, propendere per un'età preistorica (- 2000-2500 a.C.) delle lave di S. Venera.
 

Il meccanismo di solidificazione di queste lave fu condizionato dal fatto che la colata colmò una depressione precedentemente occupata da un laghetto stagionale. Soltanto in questa zona, per ragioni geo-morfologiche, potevano realizzarsi le condizioni per la formazione di depressioni colme d’acque. Quest’area costituisce infatti, un ambiente unico per le particolarissime morfologie delle lave, e rappresenta un importante spartiacque tra il torrente della Saracena da un lato e il fiume Alcantara dall’altro. Tra questi due corsi d’acqua ve n’è un terzo, il Flascio, le cui acque alimentavano, sino agli anni '50, il lago stagionale Gurrida.

 L'applicazione di opere idraulico-forestali ha consentito nel corso degli ultimi decenni di utilizzare le acque di esondazione stagionale per usi agricoli, creando l'attuale paesaggio. L’assetto idrogeologico del comprensorio Flascio-Gurrida ha avuto nel passato una storia travagliata a causa del continuo rimaneggiamento operato dalla messa in posto delle prodotti vulcanici. Nel 1536, una colata lavica proveniente dal Monte Pomiciaro (a SE di M. Spagnolo), ha contributo a sbarrare ulteriormente il lato orientale del fiume Flascio, determinando così l’odierno bacino (Salvatore Cucuzza Silvestri, 1967). In realtà, piuttosto che di un lago, il Gurrida è perlopiù un’area impaludata nel periodo invernale che si dissecca quasi del tutto nel periodo estivo, anche per la presenza di inghiottitoi naturali (pirituri).

 Le Lave di "S. Venera", composizionalmente ascrivibile ai Basalti andesinici e ai Basalti olivinici, appaiono come un’immensa distesa pseudo-pianeggiante costellata da grandi accumuli a sezione ellittica o circolare, costituiti da scorie, blocchi e lastroni di lava. Tali accumuli in qualche caso, soprattutto verso la zona centrale della colata, assumono l’aspetto di pseudo-crateri (ammassi di scorie misti a prodotti piroclastici che si formano allorquando una colata lavica ricopre aree i cui strati superficiali sono imbevuti d’acqua).

Verso i margini nord-orientali  la morfologia della colata assume l’aspetto di veri e propri bastioni di lava (grossi lastroni disposti in ammassi fratturati lungo la direzioni di allungamento della colata, originatisi per la resistenza meccanica offerta dalla crosta solida rispetto alla pressione differenziale esercitata dalla dinamica della massa semifluida sottostante). 
Non mancano i cosiddetti cumulo-domi, originatisi per pressioni idrostatiche esercitate verso l'esterno dalle masse laviche ancora fluide sulle parti superficiali delle colate parzialmente solidificate, per l'impossibilità di espandersi a causa della presenza di ostacoli morfologici come, nel caso in esame, la presenza dei limiti della depressione lacustre riempita dalle lave. 
Per forma e dimensioni, la maggior parte degli accumuli rocciosi presentano delle singolari somiglianze con i tumuli o pressure ridge (di forma simile a cupole di rigonfiamento paragonabili ad enormi bolle di lava rigonfie o completamente aperte) e i bastioni di pressione, ricorrenti nelle colate di tipo pahoehoe dei vulcani hawaiiani. Tali strutture si formano soltanto in occasione di eruzioni di lunga durata con creazione di estesi campi lavici alimentati da lave che fluiscono all'interno di una vera e propria rete di tubi o gallerie di scorrimento. 
Talvolta, per una "strozzatura" della cavità ipogea o per un rallentamento della velocità al fronte o ancora per un aumento del tasso di alimentazione delle bocche eruttive, si origina un immediato aumento della pressione interna e la cavità reogenetica tende a squarciarsi con sollevamento di enormi blocchi, già solidificati e costituenti la volta delle gallerie che vengono caoticamente disarticolati in posizioni sub-verticali a guisa di un ponte che si apre.

 

 

Fotografia di Salvo Caffo e Luciano Signorello.