Letteratura  
i vostri racconti

In queste pagine sono  pubblicati i racconti inviati in redazione in formato Word. La pubblicazione avverrà ad insindacabile giudizio della redazione.


IL DOTTORE IN AGRARIA CON L’ANIMO DELLO STORICO
di Carmelo La Carrubba



A due chilometri circa dal paese, nella vallata che dagli Iblei declina fino al mare, era il podere di mio nonno Vincenzo che però non era nel territorio di Comiso ma in quello più vasto e ubertoso di Vittoria.
Due paesini con storie e territori completamente diversi pur essendo distanti l’uno dall’altro appena otto chilometri. Ai piedi degli Iblei l’uno, in pianura l’altro dove non si riusciva a creare un dislivello per non fare stagnare l’acqua.
Il paese dove sono nato non è grande né imponente ma di questo me ne sono reso conto quando i miei genitori mi portarono in una grande città e, al ritorno, ebbi la sensazione che si fosse ridotto nelle dimensioni e che somigliasse a quegli agglomerati di piccole case che fanno da cornice al presepe. Più mi allontanavo e più al ritorno le proporzioni diminuivano fino al punto di immaginare di vivere in un paese da favola che però conservava la realtà di sempre.
Il ragazzo di allora si muoveva fra ingenuità e innocenza, smania di conoscenze e ribollimento di sensi che trovavano nella lettura, nelle lunghe camminate e nell’osservare gli altri, un loro scopo.
Nel podere del nonno o come solevamo dire tutti noi “in campagna” queste consuetudini si svolgevano con ritmo costante e cadenzate dai giorni che si susseguivano uno dietro l’altro senza speranza di possibili sorprese.
Anche se d’estate i villeggianti affollavano la campagna fare la loro conoscenza per un tipo timido com’ero io era molto difficile per cui invece di vivere un rapporto con loro lo pensavo, lo sognavo.
E i sogni anche se inutili e ridicoli popolavano le mie notti e in uno di questi apparve l’agronomo: un signore di mezza età dal viso bonario ma dallo sguardo intelligente di quelli che ti leggono dentro e che promettono di sapere tanto da potere soddisfare le tue curiosità...
 
IL CONIGLIO NEL POLLAIO E LA NASCITA DEL GROTTESCO
di Carmelo La Carrubba



Il podere comprato da mio nonno Vincenzo a Boscorotondo gli consentiva di realizzare il suo sogno di emigrato: potere non solo possedere ma coltivare alberi da frutta, la sua passione. Si iniziava a maggio con le pesche dette “maialore” si continuava a giugno fino a settembre con le “giallone” che si contendevano la palma con le susine rosse quelle preferite dal nonno. Egli nella sua vita aveva esercitato il mestiere del fabbro, di quelli rifiniti che sanno “fare” con le mani e col fuoco, come Vulcano, qualsiasi oggetto in ferro: chiavi, forbici, vanghe, inferriate, ma che ora a tarda età, voleva respirare l’aria pura della campagna e distendersi svagandosi con un nuovo mestiere che avesse la caratteristica del passatempo che di sera veniva sostituito con l’ascolto di opere liriche contenute nei dischi che si era portati dietro dagli Stati Uniti dopo che aveva ascoltato dal vivo i grandi tenori e soprani dell’epoca. Anche il vigneto – come gli alberi da frutta – aveva bisogno di tanta cura perché oltre il vino, il cerasuolo, dava uva da tavola: grillo e ‘nzuccherato. C’erano, inoltre, alcuni alberi di fichi, fichidindia, gelsi rossi e bianchi, pere e meloni rossi e bianchi. Un pezzo di terreno era coltivato a orto per lattughe, pomodori, broccoli, senape, peperoni, melanzane, fagiolino, cipolle, aglio, origano, prezzemolo e basilico e quant’altro la cucina di mia nonna Pina avesse bisogno per condire le focacce che variavano nel contenuto a seconda della stagione; tutte le volte che si faceva il pane, una ricorrenza settimanale che mi coinvolgeva, in quanto aiutavo mia nonna in questa incombenza veniva fatta qualche focaccia.
Altro angolo importante era il pollaio per l’allevamento di galli e galline per uso familiare e un po’ più distante uno spazio per i maiali che grugnendo esprimono il loro parere su tutto sia che portavi da mangiare sia che li osservavi o li distraevi o li coinvolgevi in qualcosa che somigliava a un gioco con qualcosa da mangiare di cui erano ghiotti come i fichidindia sbucciati o il pastazzu. Quello che mi impressionava di questi animali era l’assoluta intelligenza che dimostravano interpretando i nostri gesti ed essendo sempre pronti a dare una risposta o muovendosi o grugnendo. Con loro il colloquio era assicurato...
 
NON PUO’FINIRE COSI’
di Carmelo La Carrubba


Le gocce scendevano lungo la cannula innestata nella giugulare del paziente mentre un raggio di sole vespertino illuminava la stanza della clinica che, posta in alto della collina, dominava l’ampio golfo della città. La situazione del paziente era drammatica ma stazionaria e si consumava in una cornice adatta a raccontare un’altra storia ma questo, accade per le caratteristiche che possiede il narratore : egli avendo virtù taumaturgiche si muove nel tempo e nello spazio con leggi proprie costruendo storie come lui vuole, notando sul più bello che queste, a loro volta, possiedono un loro spirito, quello del racconto, per dare logica, continuità ed autonomia alla vicenda che diventa da quel momento “vera”. E così lo spirito del racconto narra la storia di un uomo che in un certo momento della sua vita si è trovato dinnanzi ad una scelta drammatica : salvare la sua vita e quella della sua famiglia o sacrificarsi sull’altare dell’amore fraterno.
La storia riguarda un uomo quarantenne che perdeva sangue dentro il suo intestino in un lento, permanente stillicidio: si avviava verso una inesorabile agonia. Il paziente era un commerciante di carte da parati che dal nulla era diventato ricco e che veniva ricacciato nella miseria dal fratello trascinato sull’orlo del fallimento per una girandola di cambiali, di fideiussioni e prestiti bancari in scadenza che se non fossero stati “onorati” avrebbero pregiudicato la stabilità della ditta innescando il meccanismo della bancarotta.
In clinica il nostro uomo si trovò a combattere due battaglie : una per la propria vita e l’altra per le conseguenze prevedibili se non avesse saldato i debiti del fratello. In questo frangente il nostro uomo si muoveva attraversando momenti di scoramento e altri di poco convinto speranzoso  ottimismo...
 

Pubblichiamo qui questa memoria del dott.La Carrubba che, pur sembrando un racconto breve, è il  delicato ricordo di un caro amico scomparso

LA SCATOLA DI CUOIO
di Carmelo La Carrubba

Aprile ricorda marzo e la giornata attuale quelle precedenti tutte segnate dallo “Scirocco” un vento umido e cielo nuvoloso dove ogni tanto fa capolino un sole splendido o qualche raffica di pioggia. Sono vecchio e ho il rituale di avere quelle cose indispensabili quando completo il mio abbigliamento. Quelle cose anche se inutili ormai sono indispensabili come l’orologio al polso “Mi sentirei “nudo” senza. In quel posto avrei la sensazione che mi manca qualcosa.” Eppure oggi con il telefonino ti porti appresso una segreteria in cui è incluso l’orologio ma il mio vecchio rituale si ripete senza rinunciare all’inutile.
L’orologio si è fermato e bisogna cambiare la pila ed è così che sono andato in cerca del vecchio Seiko che mi ha regalato mio suocero per la laurea che si ricarica da solo ma dorme dentro una scatola di cuoio con altre “cose” fra cui delle foto mie e di mia moglie quand’eravamo giovani e altri piccoli frammenti di una realtà ormai vissuta ma non del tutto dimenticata. Fra questi oggetti, nel rilevare l’orologio, trovo un agnello pasquale intessuto con il “civu” delle palme. E’ un piccolo stilizzato oggettino in cui due agili dita hanno delicatamente piegato le foglie tenere delle palme quelle gialle tendenti al verde che si adattano perfettamente come un tessuto ai voleri di una abilità manuale che è dei contadini quando per la Pasqua costruiscono i giocattoli per i bambini o le iconografie che vanno santificate e poste nelle case a protezione del casolare. Una gran bella tradizione che si tramanda annualmente che però – credo – non mantiene il senso e l’importanza che era dei nostri avi.
Questo segno di pace mi fu regalato da un mio amico durante un rituale fra colleghe di scuola che mantenendo stima e amicizia fra loro anche in pensione avevano – fra l’altro –l’abitudine di farsi gli auguri per la Pasqua incontrandosi in un ristorante cittadino e prima ancora di pranzare mi fu regalato, così come è stato fatto con tutti i presenti l’agnellino della pace. Piccolino nella forma, essenziale nel volume, stilizzato nel taglio delle foglie delle palme e nel modo semplice e funzionale che strutturava la figura che, avendo quattro zampe, poteva assumere la postura di un animale.
L’amico di cui parlo ma di cui non ho detto niente ancora per individuarlo me lo vedo ragazzino vivace, dagli occhi espressivi, curioso e capace di apprendere anche come intrecciare le foglie delle palme.
Pur avendo avuto un infortunio giovanissimo che lo privò di un arto e una setticemia che per poco non completò l’opera, di fibra robusta si riprese alla grande e fisicamente crebbe diventando un bell’uomo ma in modo particolare sviluppò le sue potenzialità di fermezza e forza d’animo, un carattere di ferro che però manteneva una saggezza antica che era della sua terra e dei suoi abitanti e che costituirono le solide radici di un giovanotto prima e di un uomo dopo che al rigore delle leggi, alla sua osservanza opponeva una umanità generosa e una particolare sensibilità che gli derivava dal suo amore per la poesia e il teatro in cui avevano il massimo spazio le competenze giuridiche e le riflessioni per una corretta applicazione.
Quando nel prendere il Seiko mi venne fra le mani l’”Agnus Dei” del mio amico mi si affollarono tanti ricordi di ore trascorse serenamente con lui con cui era possibile affrontare i temi più disparati.
Non ho accennato al suo essere un credente che era un suo modo di vivere e di affrontare la vita in ogni manifestazione con coerenza che poche volte ho visto realizzata in modo armonioso senza forzature o ipocrisie.
L’apparente semplicità era il frutto di una riflessione, l’esito di un cammino che approdava alla consapevolezza di un’idea, di un convincimento anche a costo di sofferte rinunce.
Quest’uomo era un magistrato: era Gabriele Alicata.
 

 

NUNZIATA
di Carmelo La Carrubba



Conobbi il dolore da ragazzino, di colpo, mentre credevo che la vita possedesse qualcosa di immortale. In verità una certa avvisaglia l’avevo avuta di notte mentre fantasticavo e mi proiettavo nel futuro immaginandomi prima grandicello, poi grande, poi ancora più grande, ormai vecchio e poi di fronte al vuoto mi ero trovato a metà del letto piangendo e in preda al panico. Mio padre mi aveva rasserenato subito dopo alzandosi e sorridendo mi aveva spiegato che lui e la mamma mi avrebbero aspettato per ritrovarci ancora insieme lassù.
Quando più grandicello fantasiavo su questi argomenti pervenni alla conclusione che la logica della vita è la morte e che questo dono meraviglioso diventava spesso una beffa se non una vera e propria ingiustizia perché se la vita è un dono è pura cattiveria toglierla con la morte.
Eppure fu così con mia zia, la sorella di mia madre, Nunziata, una altra madre.
Era nubile, poco più che ventenne, aveva mani dalle dita lunghe e affusolate che muoveva con elegante armonia riuscendo ad eccellere nel “filato” dove, in paese, non aveva rivali. Impiegava meno tempo delle altre a tessere una coperta matrimoniale con immagini di angeli bellissimi con al centro il volto delicato della Madonna o di Gesù risorto secondo una tradizione paesana che durante la Pasqua ne rinnovava il rito.
Era di carattere allegro, estroversa, dal fisico longilineo diversamente da mia madre ne rappresentava l’aspetto giocoso mentre mia madre, piccolina, aveva un carattere di ferro e quando il padre andò in America prese lei il comando della casa e la gestione dei soldi che arrivavano dagli States.
 

 

TATO' A PANTELLERIA
Un racconto di Carmelo La Carrubba



Mio padre di cui porto il cognome ma che di nome faceva Salvatore veniva da mia madre, in famiglia, chiamato affettuosamente Tatò. Era l’anno 1942 e Tatò lavorava come responsabile idraulico di tutti i servizi idrici dell’aeroporto di Comiso a capo di una squadra spesso costituita da avieri. Egli era il terzo di tre figli e diversamente da mio nonno che con gli altri quattro fratelli gestiva un grosso podere dove ognuno si occupava di tutto e in particolare chi delle vigne e delle mandorle e degli ulivi o della semina dei terreni: Tatò non amava la campagna come il fratello maggiore che – pur di stare in paese – lavorava la pietra, mentre lui scelse di fare il fabbro e iniziò con la mazza a forgiare il ferro in varie forme plasmando, nello stesso tempo, il suo fisico in maniera michelangiolesca nel senso che somigliava alle figure immortalate dal sommo scultore.
Il secondo dei tre fratelli era una donna – una gran bella zia – che, anch’essa per sfuggire all’angustia della campagna sposò giovanissima un coetaneo per emigrare – subito dopo – in Tunisia facendo fortuna: giovane capace e intraprendente da muratore a capomastro era diventato in pochi anni un piccolo imprenditore con buone potenzialità per l’avvenire.
Era – dicevamo – il 1942 e già molti segnali negativi condizionavano l’esito della Seconda Guerra Mondiale: si prevedeva, in quel di Comiso, l’inutile accanimento con cui i bombardieri tedeschi ogni notte partivano per bombardare Malta in attesa di occuparla e di notte in notte si vedevano ritornare gli aerei colpiti dall’implacabile contraerea inglese e ogni incursione veniva ridimensionata e i giovani piloti, anzi, i giovanissimi piloti che attraversavano il paese in macchina con bianche sciarpe bianche al collo, biondi e dagli occhi azzurri che turbarono i sogni delle comisane diminuivano a vista d’occhio e un bollettino militare informava le loro famiglie in Germania che il loro figlio era “disperso”.
Tatò da fascista della prima ora che aveva partecipato alla Marcia su Roma e che credeva di poter dire - nell’interesse della Patria – tutto quello che credeva “giusto” si permise di dire a S, E. Aldo Vidussoni, mentre le Autorità civili e militari erano schierate per ricevere il saluto portato dall’eminente personalità del Partito fascista del Duce alla vittoria, che non tutti gli Italiani facevano il loro dovere e che questo avrebbe compromesso l’esito finale. Molti flash immortalarono l’evento!
Il tutto era filato liscio come l’olio in apparenza ma subito dopo la manifestazione ufficiale fu chiamato il federale per avere un rapporto su colui che aveva parlato da disfattista per i provvedimenti del caso...

 

U NANNU, I MASCUNILINI e INTERNET
di Carmelo La Carrubba



Se dovessi scegliere fra i cibi più amati dal catanese non esiterei un attimo nel porre al primo posto “’u masculinu” che viene consumato, seduta stante, non appena viene arrostito sul “cufuni” lentamente al fuoco della carbonella.
Arrustutu e mangiatu! Senza intingoli perché il catanese ama il pesce azzurro condito solamente dal sapore del mare.
Non è raro incontrare l’anziano catanese di ritorno dalla pescheria che col suo cartoccio di mascolini dopo che ha assaggiato al banco del venditore qualche gambero sgusciato all’istante dal sapore amabilmente dolce passa al più salato e lievemente amarognolo ma incredibilmente eccitante filetto del masculinu dopo che gli ha strappato – nella morsa di indice e pollice – testa ed interiora e con un gesto di non elegante compostezza portarsi il pesciolino fra gli incisivi e spolparlo lasciando coda e lisca....

 

WELCOME
Racconto di Carmelo La Carrubba

Due campanili – in particolare – segnalavano lo scandire delle ore in un paesino ai piedi degli Iblei dove la gente aveva ripreso - nel dopoguerra – ritmi ed abitudini che testimoniavano della loro vitalità.
I caffè erano il punto di incontro per quattro chiacchiere, per stabilire programmi di qualunque genere, per fare commenti sui passanti soprattutto se di sesso femminile ma la curiosità investiva chiunque avesse qualcosa che potesse essere commentato. Nessuno sfuggiva al cicaleccio del paese anche se una patina di rispettosa ipocrisia spesso aleggiava fra i loro rapporti. L’età, la professione, il ceto sociale facevano la differenza, anche la ricchezza o quella che veniva chiamata la “posizione sociale” contribuivano a creare una scala di valori che spesso veniva rispettata. Anche se c’era il sospetto che questa scala di valori venisse sostenuta da un opportunismo che per sua stessa natura non aveva nulla di disinteressato.
Eppure, in quel dopoguerra, in cui tardavano a guarire tante ferite c’era una rifioritura di interessi e una fame di letture prima sconosciuta. I dibattiti spontanei su Baudelaire, su Stendal, su Gogol, sui principi di libertà, sulla necessità di leggi nuove, scaldavano sedie e tavolini dei caffè nonché gli animi che si dividevano in fazioni rimpolpando le file dei nuovi partiti sia politici che letterari dividendo in altre fazioni uomini e personaggi caratterizzanti la vita della mia gioventù che al contrario dei grandi letterati che fiorirono in quel periodo essa si svolgeva si leggendo ma soprattutto giocando al pallone sia con i piedi che con le mani: calcio e pallacanestro...

 

 

UOVO CIRUSU
di Carmelo La Carrubba

Le scuole di pensiero che prevedono la riuscita del nostro futuro sono tante ma non credo siano basate su solide basi scientifiche – o – se lo sono non vengono dagli interessati tenute nella dovuta considerazione per cui è più facile che abbiano buon gioco gli oroscopi o l’antica saggezza di chi è convinto che ognuno di noi ha una stella che provvede a seguirci lungo l’arco della nostra esistenza determinandone lo svolgimento. Una premessa non indispensabile verso la storia che stiamo per narrarvi ma che potrebbe andar bene per qualunque storia ogni narratore si accingesse a narrare.
Quella mattina di maggio il nostro non più giovane uomo si accingeva a percorrere un lungo tratto della via Etnea per comprare un profumo e un dopobarba in un negozio che era situato in quel tratto della via dritta per i suoi concittadini costituiva il salotto della città. Uscito dal negozio con passo sicuro come di chi si sente in ottima forma non solo fisica ma mentale per poco stava per scontrarsi con una bella signora elegante che si scansò agilmente ma subito dopo si fermò come fulminata. Essa aveva riconosciuto nel nostro non più giovane uomo il suo compagno di scuola, coetaneo, con cui aveva avuto una innocente simpatia che coincidendo con la fine del terzo liceo non aveva avuto modo di svilupparsi....
 

SUCU FINTU
di Carmelo La Carrubba


La macchina si era mossa lentamente dal cortile dell’ospedale e aveva conquistato l’uscita con prudenza. A bordo il professore era in bell’evidenza e veniva ossequiato dai presenti nonché da alcuni del personale anche con modi servili.
Viri?! Beddu miu, ora chisti striscianu ‘nterra comu scursuna picchì sugnu sucu veru, di carne, ma quannu mi nni vaiu ‘npensione fra ‘npaiu di misi, addivintannu sucu fintu; allura nuddu cchiù di chisti avrà rispettu ppi mia!
Come prima cosa mancheranno gli ossequi e qualcuno farà finta di non vedere la mia figura che non è proprio filiforme.
Normalmente il professore parlava in italiano ma diventava incisivo quando ricorreva al dialetto come metafora perché questo rimaneva da sempre la sua lingua madre in cui erano riposte le radici di un antico sapere.
E per chi non ha dimestichezza con la pratica culinaria chiariamo che il sugo vero è quello fatto con la carne di maiale e di vitellone, concentrato di pomodoro, piselli e qualche patata; alcuni rinforzavano il sugo con polpette di carne macinata al ceppo; nelle famiglie povere in cui mancava la carne il sugo si faceva anche lì per condire la pasta di casa ma era quello finto, quello non consistente, quello senza carne ed era finto anche perché il rosso del pomodoro ne mascherava l’assenza. Il professore con la metafora del sugo di carne alludeva al Potere, alla sua vita dominata dal potere ed esprimeva il suo timore della perdita intravedendo scenari squallidi; da qui l’immagine del “sucu fintu”, dell’uomo senza potere in cui l’andata in pensione l’avrebbe posto. Questa era diventata la sua ossessione.
Un chiodo fisso che non lo mollava e che lo avrebbe accompagnato nella ri-sistemazione dell’ospedale in attesa della cessazione della sua attività...

 

PAGINE INTONSE
di Carmelo La Carrubba


Era mezzanotte. Il professore non aveva sonno e un lontano episodio gli ritornava alla mente come un incubo e gli poneva sempre la stessa domanda: “Cos’è la verità?”. E lui, ogni volta, se ne era uscito pilatescamente con la stessa risposta: “Vai a saperlo!” E, come sempre, fu sorpreso dall’abbinamento di un lontano episodio a quella domanda che investiva anche il suo modo di pensare. E più che approfondire filosoficamente le ragioni di un modo di intendere la verità o definirla sia nella sua staticità che nella dialettica del divenire a seconda delle ragioni individuali; sorridendo, svicolò, ancora una volta, ricordando quella vicenda degli anni Cinquanta come se si fosse messo in quell’istante a leggere un libro.
Eppure, quella era stata una giornata piena di lavoro per il professore fra università e abitazione dove la sera, sul tardi, curava la stesura di articoli o la correzione di saggi e spesso prendeva appunti per futuri lavori o stendeva l’agenda per l’indomani impostando la lezione. La serata concludeva una giornata di maggio tiepida e ricca di colori e il tramonto che li assommava vivacemente prometteva una bella giornata preludio all’estate che era la stagione in cui il professore poteva “fare i bagni”. Amava il mare come pochi e quand’era ragazzo sognava di vivere anche in equatori diversi per potere trasformare le quattro stagioni in un’unica stagione balneare. Sogni di ragazzo che lo fecero sorridere mentre la città si preparava a vivere, quel sabato, la consueta movida che aveva trasformato un’esigenza del catanese di vivere la notte in un infernale movimento gestito da furbi speculatori...

 

FIMMINI DI SICILIA
di Carmelo La Carrubba


Molti mesi dell’anno Arturo li trascorreva in una casa a mare che posta in alto dominava una baia ricca del colore del verde degli alberi e dell’azzurro del mare e da un cielo cangiante come l’animo di un bambino. La terrazza era il luogo di osservazione di questi cambiamenti che sono del mare e si riflettono sugli alberi; sono del cielo che di giorno con la sua luce influenza i riflessi sul mare che con le sue onde è in continuo divenire; sono della notte quando luminosa di stelle o illuminata dalla luna costituisce l’atmosfera magica del sogno o della favola o, decisamente buia, col suo silenzio assume i toni inquietanti della paura.
Sempre dalla terrazza guardando verso nord con lo sfondo dell’Etna e l’ampio golfo su cui si dispiega Catania è sempre la luce a creare scenari suggestivi sia di giorno che di notte e appartiene ad Arturo quel paesaggio per i molti mesi dell’anno che vive in quella casa. I fenomeni naturali spesso creano uno sfavillio di magica bellezza ma restano un mistero per l’osservatore come, a volte, lo è uno spettacolo a teatro di cui crediamo di sapere spiegare tutto. Spesso non è così perché non sappiamo dov’è o cos’è la verità o il segreto della bellezza. Quasi sempre le cose navigano per conto loro e noi viviamo di emozioni che ci vengono regalate senza che ci preoccupiamo di ringraziare l’artefice di tali avvenimenti.
La giornata di Arturo si svolgeva in maniera monotona e seguiva un rituale con dei punti obbligati come “…comprare i giornali”, “..il pane, la frutta,l’insalata, il pesce…”, “andare al supermercato”.
Le prime soste gli consentivano di scambiare delle battute sul tempo o informazioni se c’era qualche contadino che sapeva fare anche gli innesti e fosse disposto a curare una ventina di viti per farne un pergolato; ma, anche comprando il pesce si parla d’altro e quel giorno il pescivendolo e un suo amico conversando ridevano su un antico proverbio “Cu schecchi caccia e fimmini criri facci di pararisu nun ni viri” che pressappoco vuol dire “Chi asini guida e crede alle donne non vedrà mai la faccia del paradiso” che parafrasando significa “Non sarà felice e rimarrà gabbato”...
 

Ciccio e le piccole mante
di Rocco Chinnici

Era da poco spuntata l’alba, e la scogliera quel giorno sembrava posta in modo diverso, forse a causa della marea; si dice che la luna e il sole influiscano con la loro attrazione a determinarla: bassa, o alta che sia.
Mi chiesi se durante la notte appena trascorsa la luna non avesse avuto proprio la “luna per traverso”, o che col sole... Il mare, sembrava che non l’avessero proprio disturbato; certo! Avrà litigato col sole! E il mare... sì, era il mare che rendeva diversa la scogliera.
Avrei voluto chiedere a Ciccio, vecchio gabbiano color cenerognolo, sempre addossato alla cima del grande scoglio, perché tanto strano appariva quel luogo dove egli, incurante dei nebulosi pensieri, adagiato, guardava il mio rituale scendere mattiniero. Ciccio sapeva che stavo recandomi a pesca, lo sapeva ed era contento ogni qualvolta apparivo di buon mattino dall’alto della spiaggia con i remi in spalla e la cesta col palamito , muoveva le ali come a voler battere le mani e subito mi era dietro la barchetta volando quasi a sfiorarla. Sapeva che ogni tanto, mentre innescavo gli ami mandandoli a fondo, gli lanciavo una delle sardine pescate il giorno avanti, e che avrebbero dovuto essere esca del piccolo... si fa per dire, palamito (quattrocento ami).
Mi era compagno di pesca il vecchio Ciccio, non riuscii mai a capire se egli lo facesse per darmi compagnia o perché sap
esse di guadagnarsi dei prelibati bocconcini; io, se devo essere sincero, mi sentivo più sicuro nel vedermelo accanto...
 

 

Melo e il pesce spada
di Rocco Chinnici

Il caldo afoso di quella mattina d’agosto dava ad intendere che il giorno non avrebbe risparmiato nemmeno chi se ne stava all’ombra, rincantucciato sotto una delle tante barche arenate sulla grande spiaggia di quel piccolo paese che contava poche centinaia di anime: Tonnarella.
Un paesino in cui, anni or sono, oltre alla pesca, veniva praticata la raccolta del gelsomino. Ancora prima che spuntasse l’alba, le donne con i loro canti contadini passavano con grosse ceste adagiate sul capo, colme di quel delizioso fiore il cui profumo entrava dalle finestre delle piccole case, inebriando chi, nel dormiveglia, assaporava l’ultimo sonno della notte.
All’ombra del Santa Lucia, un vecchio peschereccio ancora tutt’altro che in disarmo, Melo ricuciva le reti sfaldate la notte prima da qualche grosso delfino rimastovi intrappolato durante la pesca alle alici. Il caldo sembrava non infastidirlo proprio; il suo corpo asciutto e stagionato, dal nero colore della pelle, pareva appartenesse alla famiglia Mustafà, una piccola tribù di neri da anni trasferitasi nel piccolo paese a lavorare nei vivai dei dintorni.
I giovani lo chiamavano: “Melo il Marocchino”; ma a lui sembrava non importasse proprio di quel nomignolo. Rammendava, con la pazienza che solo i vecchi lupi di mare hanno, quelle reti che di danni ne avevano subiti tanti. Rammendava e raccontava, ai piccoli che si riparavano all’ombra di quella grossa barca, momenti di vita vissuta al largo, nel mare aperto. Essi lo ascoltavano in silenzio, infastiditi solo da qualche moscerino, di quelli che ancora oggi popolano le spiagge.
«Zio Melo, raccontaci di quando eri piccolo e volevi prendere il pescespada con la lenza» fece uno dei più piccoli che lo
ascoltavano incantati...
 

 

"La Traccia del Male" (12/7/2007)
di Vittoria Timmonieri

Era stata proprio una bella serata: Il direttore di”Villa Fantuzzo”, Zeno Manera aveva condotto gli ospiti della Villa alla Fenice di Venezia, ed era la prima volta che quei vecchietti, invece di essere intrattenuti nella stessa dimora da concertisti, cantanti, cabarettisti e oratori di fama, venivano portati fuori, a teatro. Dove, peraltro, molti di loro erano già stati frequentatori abituali, prima di rinchiudersi volontariamente o essere “accompagnati” da familiari stanchi di doverli accudire.  Danarosi ma pur sempre vecchi. Anche il giudice Carlo Casson aveva frequentato spesso la Fenice, da solo o con suo fratello Antonio e ritornarvi dopo molti anni dalla “tragedia”, come aveva sempre chiamato la morte di suo fratello, lo aveva turbato. Dapprima aveva rifiutato poi, dietro le insistenze del direttore, del dottore Furlan e della contessa Dionigi, aveva accettato. E non se ne era pentito. I cantanti erano stati al di sopra di ogni elogio e così pure l’orchestra diretta mirabilmente dal M°Lotti....

 

"Neve in Piazza Duomo" (12/7/2007)
di Carmelo La Carrubba

No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.” Con queste parole si chiudeva il romanzo. Chiuso il libro il commissario Giovanni Vespro rifletteva sulle parole dell’Autore.  Giovanni ripose il libro pur avendo ancora desiderio di continuare a leggere ma l’idea di iniziare un nuovo autore, a quell’ora di notte, fu scartata; nel mentre la mente di Giovanni si ripeteva sottovoce le ultime parole del romanzo. Comunque si interpretasse la frase, per un siciliano aveva un significato univoco come per l’autore napoletano trapiantato a Catania; essa conteneva quanto Egli aveva capito di come stavano le cose in questo campo e quelli che seguivano e stimavano l’Autore del poderoso romanzo dicevano con parole diverse la stessa cosa: col DNA non si scherza perché è quello e non altro. La parola DNA rappresentava mirabilmente e nello stesso tempo convinceva....

 

IL PAESE DELLE FAVOLE
di Rocco Chinnici

Tanti, sono i paesi che offrono ai visitatori cose stupende: grandi cattedrali, scorci di strade ciottolate dove ancora regnano archi in calce e pietra "viva", alti castelli mezzi diroccati, dove nidificano gazze e corvi chiacchieroni; musei che ospitano vecchi arnesi e oggetti contadini. Ma, nessuno di questi paesi riesce ad offrire favole. Belmonte Mezzagno è forse l'unico paesino a non avere monumenti stupendi, anzi, a pensarci bene credo che di monumenti non ne abbia proprio, ma ha il meraviglioso dono di sapere donare favole. Basta entrare in una viuzza del centro storico, in una di quelle stradine dalle case basse e tinteggiate da colori stupendi che subito si sentono i muri narrare le loro storie.
Osservavo, impietrito, il muro del davanzale di una vecchia finestra, di una di quelle case abbandonate, e il colore azzurrognolo, come quello del mare, mi trasportò negli abissi più profondi. Giù mi accorsi di essere un altro, diverso, non sentivo il peso dell'acqua schiaccia
rmi, anzi, ero come sospeso in aria, come se volassi...
 

 

"QUELLA PICCOLA AGENDA DI PELLE NERA"

racconto breve di Piero Juvara
in memoria di Graziella Campagna
trucidata dalla mafia il 12 dicembre 1985
.

 

 
 
  Giuseppe Vazzana

"Il Cacciatore e la Gazza"
Doppio monologo barocco per attore e attrice
con morale conclusiva
[»]

 

Giuseppe Vazzana
Intervista
 

 

Salvo Vazzana
"Peter e Sam"

Questa è una favola scritta un bel po' di tempo  fa: la favola di una grande amicizia tra un bambino bianco e un bambino nero...

 

 

Giuseppe Vazzana
“Telecronaca”

L'autore del racconto ci avverte che si tratta di "un gioco di fantasia di un ammiratore del calcio che segue questo sport da molto lontano e senza una particolare animosità, attratto più dai suoi aspetti artistici o drammatici che dalla sua fattispecie competitiva". Un racconto particolare che guarda alle emozioni vissute dai calciatori.