Letteratura  
i vostri racconti

In queste pagine sono  pubblicati i racconti inviati in redazione in formato Word. La pubblicazione avverrà ad insindacabile giudizio della redazione.


Ciccio e le piccole mante
di Rocco Chinnici

Era da poco spuntata l’alba, e la scogliera quel giorno sembrava posta in modo diverso, forse a causa della marea; si dice che la luna e il sole influiscano con la loro attrazione a determinarla: bassa, o alta che sia.
Mi chiesi se durante la notte appena trascorsa la luna non avesse avuto proprio la “luna per traverso”, o che col sole... Il mare, sembrava che non l’avessero proprio disturbato; certo! Avrà litigato col sole! E il mare... sì, era il mare che rendeva diversa la scogliera.
Avrei voluto chiedere a Ciccio, vecchio gabbiano color cenerognolo, sempre addossato alla cima del grande scoglio, perché tanto strano appariva quel luogo dove egli, incurante dei nebulosi pensieri, adagiato, guardava il mio rituale scendere mattiniero. Ciccio sapeva che stavo recandomi a pesca, lo sapeva ed era contento ogni qualvolta apparivo di buon mattino dall’alto della spiaggia con i remi in spalla e la cesta col palamito , muoveva le ali come a voler battere le mani e subito mi era dietro la barchetta volando quasi a sfiorarla. Sapeva che ogni tanto, mentre innescavo gli ami mandandoli a fondo, gli lanciavo una delle sardine pescate il giorno avanti, e che avrebbero dovuto essere esca del piccolo... si fa per dire, palamito (quattrocento ami).
Mi era compagno di pesca il vecchio Ciccio, non riuscii mai a capire se egli lo facesse per darmi compagnia o perché sap
esse di guadagnarsi dei prelibati bocconcini; io, se devo essere sincero, mi sentivo più sicuro nel vedermelo accanto...
 

 

Melo e il pesce spada
di Rocco Chinnici

Il caldo afoso di quella mattina d’agosto dava ad intendere che il giorno non avrebbe risparmiato nemmeno chi se ne stava all’ombra, rincantucciato sotto una delle tante barche arenate sulla grande spiaggia di quel piccolo paese che contava poche centinaia di anime: Tonnarella.
Un paesino in cui, anni or sono, oltre alla pesca, veniva praticata la raccolta del gelsomino. Ancora prima che spuntasse l’alba, le donne con i loro canti contadini passavano con grosse ceste adagiate sul capo, colme di quel delizioso fiore il cui profumo entrava dalle finestre delle piccole case, inebriando chi, nel dormiveglia, assaporava l’ultimo sonno della notte.
All’ombra del Santa Lucia, un vecchio peschereccio ancora tutt’altro che in disarmo, Melo ricuciva le reti sfaldate la notte prima da qualche grosso delfino rimastovi intrappolato durante la pesca alle alici. Il caldo sembrava non infastidirlo proprio; il suo corpo asciutto e stagionato, dal nero colore della pelle, pareva appartenesse alla famiglia Mustafà, una piccola tribù di neri da anni trasferitasi nel piccolo paese a lavorare nei vivai dei dintorni.
I giovani lo chiamavano: “Melo il Marocchino”; ma a lui sembrava non importasse proprio di quel nomignolo. Rammendava, con la pazienza che solo i vecchi lupi di mare hanno, quelle reti che di danni ne avevano subiti tanti. Rammendava e raccontava, ai piccoli che si riparavano all’ombra di quella grossa barca, momenti di vita vissuta al largo, nel mare aperto. Essi lo ascoltavano in silenzio, infastiditi solo da qualche moscerino, di quelli che ancora oggi popolano le spiagge.
«Zio Melo, raccontaci di quando eri piccolo e volevi prendere il pescespada con la lenza» fece uno dei più piccoli che lo
ascoltavano incantati...
 

 

"La Traccia del Male" (12/7/2007)
di Vittoria Timmonieri

Era stata proprio una bella serata: Il direttore di”Villa Fantuzzo”, Zeno Manera aveva condotto gli ospiti della Villa alla Fenice di Venezia, ed era la prima volta che quei vecchietti, invece di essere intrattenuti nella stessa dimora da concertisti, cantanti, cabarettisti e oratori di fama, venivano portati fuori, a teatro. Dove, peraltro, molti di loro erano già stati frequentatori abituali, prima di rinchiudersi volontariamente o essere “accompagnati” da familiari stanchi di doverli accudire.  Danarosi ma pur sempre vecchi. Anche il giudice Carlo Casson aveva frequentato spesso la Fenice, da solo o con suo fratello Antonio e ritornarvi dopo molti anni dalla “tragedia”, come aveva sempre chiamato la morte di suo fratello, lo aveva turbato. Dapprima aveva rifiutato poi, dietro le insistenze del direttore, del dottore Furlan e della contessa Dionigi, aveva accettato. E non se ne era pentito. I cantanti erano stati al di sopra di ogni elogio e così pure l’orchestra diretta mirabilmente dal M°Lotti....

 

"Neve in Piazza Duomo" (12/7/2007)
di Carmelo La Carrubba

No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa.” Con queste parole si chiudeva il romanzo. Chiuso il libro il commissario Giovanni Vespro rifletteva sulle parole dell’Autore.  Giovanni ripose il libro pur avendo ancora desiderio di continuare a leggere ma l’idea di iniziare un nuovo autore, a quell’ora di notte, fu scartata; nel mentre la mente di Giovanni si ripeteva sottovoce le ultime parole del romanzo. Comunque si interpretasse la frase, per un siciliano aveva un significato univoco come per l’autore napoletano trapiantato a Catania; essa conteneva quanto Egli aveva capito di come stavano le cose in questo campo e quelli che seguivano e stimavano l’Autore del poderoso romanzo dicevano con parole diverse la stessa cosa: col DNA non si scherza perché è quello e non altro. La parola DNA rappresentava mirabilmente e nello stesso tempo convinceva....

 

IL PAESE DELLE FAVOLE
di Rocco Chinnici

Tanti, sono i paesi che offrono ai visitatori cose stupende: grandi cattedrali, scorci di strade ciottolate dove ancora regnano archi in calce e pietra "viva", alti castelli mezzi diroccati, dove nidificano gazze e corvi chiacchieroni; musei che ospitano vecchi arnesi e oggetti contadini. Ma, nessuno di questi paesi riesce ad offrire favole. Belmonte Mezzagno è forse l'unico paesino a non avere monumenti stupendi, anzi, a pensarci bene credo che di monumenti non ne abbia proprio, ma ha il meraviglioso dono di sapere donare favole. Basta entrare in una viuzza del centro storico, in una di quelle stradine dalle case basse e tinteggiate da colori stupendi che subito si sentono i muri narrare le loro storie.
Osservavo, impietrito, il muro del davanzale di una vecchia finestra, di una di quelle case abbandonate, e il colore azzurrognolo, come quello del mare, mi trasportò negli abissi più profondi. Giù mi accorsi di essere un altro, diverso, non sentivo il peso dell'acqua schiaccia
rmi, anzi, ero come sospeso in aria, come se volassi...
 
 

"QUELLA PICCOLA AGENDA DI PELLE NERA"

racconto breve di Piero Juvara
in memoria di Graziella Campagna
trucidata dalla mafia il 12 dicembre 1985
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  Giuseppe Vazzana

"Il Cacciatore e la Gazza"
Doppio monologo barocco per attore e attrice
con morale conclusiva
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Giuseppe Vazzana
Intervista
 

 

Salvo Vazzana
"Peter e Sam"

Questa è una favola scritta un bel po' di tempo  fa: la favola di una grande amicizia tra un bambino bianco e un bambino nero...

 

 

Giuseppe Vazzana
“Telecronaca”

L'autore del racconto ci avverte che si tratta di "un gioco di fantasia di un ammiratore del calcio che segue questo sport da molto lontano e senza una particolare animosità, attratto più dai suoi aspetti artistici o drammatici che dalla sua fattispecie competitiva". Un racconto particolare che guarda alle emozioni vissute dai calciatori.