|
Storia
della Letteratura catanese
L’antichità classica
Catania
è una città di radicata cultura umanistica e nel corso della sua storia,
che inizia intorno alla metà dell’VIII sec. a.C. e vanta un arco di
svolgimento di quasi tremila anni, ha dato alla letteratura romanzieri,
novellieri, poeti, memorialisti, scrittori colti.
Per motivi inerenti all’organizzazione
di questo sito in questa parte del testo la tematica in oggetto verrà
affrontata in modo estremamente succinto, concretizzandosi in una breve
rassegna di Autori e titoli di opere con relativa cronologia. Il lettore
interessato agli argomenti esposti potrà ottenere un primo grado di
approfondimento seguendo i link che via via saranno inseriti in questo
testo con rimando alle singole biografie.
1.
La prima figura di rilievo culturale di cui ci sia pervenuta notizia è
quella del legislatore Caronda, che visse a Catania, secondo la
cronologia proposta dall’erudito alessandrino Apollodoro, dal terzo
decennio del VI sec. fino al termine dello stesso. La sua opera è andata
materialmente perduta, ma ce ne dà ampia notizia la tradizione. Di
probabile di origine aristocratica, forse allievo di Zaleuco di Locri, di
mentalità moderatamente conservatrice ma nello stesso tempo consapevole
della necessità di tener conto nell’ordinamento della polis
catanese non dei soli interessi aristocratici, ma anche del resto della
società, Caronda guadagna un posto particolare nella cultura della Magna
Grecia per essere stato uno dei primi redattori di leggi, fino ad allora
affidate alla trasmissione orale che era privilegio degli aristoi e
delle caste sacerdotali da essi espresse con gli inevitabili abusi che da
ciò derivavano. La trascrizione delle leggi, in cui Caronda si distinse
per cura di completezza e equilibrio di formulazioni, comportava la
pubblicità delle stesse e quindi la loro sovranità su tutti i cittadini
della polis, compresi i legislatori, tant’è che –come vuole la
tradizione- Caronda medesimo si diede la morte per aver trasgredito
inconsapevolmente la norma, da lui stesso promulgata, che stabiliva la
condanna alla pena capitale per chiunque si fosse presentato armato a un’assemblea
pubblica.
Nella
sua vasta opera di legislatore –che fu presa a modello da polis
siciliane quali Eubea, Imera, Gallipoli, Leonzio, Mile, Nasso, nonché da polis
italiche come Turi, Sibari, Crotone e si diffuse nell’arco di secoli
fin in Oriente, dove fu adottata da Mazaka, città della Cappadocia,
intorno alla metà del II sec. a.C.- ebbe particolare rilievo la cura dell’infanzia
abbandonata, la normativa avente a oggetto la tutela del patrimonio
ereditario degli orfani, gli obblighi inerenti all’educazione di questi
nonché articolate disposizioni a tutela della stabilità della
famiglia,
sollecitudini che lo avvicinano senz’altro alla sensibilità moderna. Si
può dire sinteticamente che nella sua dottrina giurisprudenziale
convivano elementi eterogenei che mirano comunque ad armonizzarsi, da
istanze arcaiche (quali ad es. il perpetuarsi della legge del taglione)
ad altre più confacenti alle tensioni democratizzanti che cominciavano a
manifestarsi anche nella Kathana del suo tempo.
Caronda appartiene al
campo letterario –oltre a quello giurisprudenziale- in quanto le leggi
che gli sono attribuite furono da lui redatte in forma di giambi ritmici,
quindi concepite anche per un tipo di diffusione orale e mnemonizzante le
cui occasioni elettive erano manifestazioni e festività pubbliche,
banchetti e momenti conviviali privati. Questo particolare, che desta nei
moderni alcunché di meraviglia, è perfettamente in linea con la
coesistenza, nell’epoca di Caronda e anche molto oltre, di una linea di
trasmissione orale del sapere, a cui lentamente si andava affiancando con
un ruolo ancora minoritario, la scrittura.
2.
Di Lisiade, filosofo contemporaneo di Caronda, che ebbe nella sua
epoca vasta notorietà, tanto da essere annoverato tra i primi
filosofi,
nulla è rimasto a testimoniarne l’opera e il pensiero. Le uniche
notizie di cui a tutt’oggi disponiamo riportano che egli seguì l’indirizzo
orfico-pitagorico, col quale ebbe modo di familiarizzarsi attraverso l’insegnamento
di Senofane di Colofone, che per alcuni anni risiedette a Kathana. Nel
corso del VI sec. a.C. e dei successivi la città è guidata da una classe
aristocratica dove trova ospitalità un’élite culturale che pone
la polis al livello dei maggiori centri culturali del Mediterraneo
panellenico. La cultura e le arti vi trovano degna considerazione e
accoglienza, il mecenatismo è un costume assai diffuso e a esso consegue
un costante incremento del livello civile e artistico della polis
catanese. Fra gli stranieri che trovano favorevole accoglienza a Kathana
fu Ibico di Reghion (l’attuale Reggio Calabria), di famiglia
aristocratica e destinato alla tirannide nella sua città, posizione a cui
rinunciò per dedicarsi interamente alla composizione di cori narrativi,
genere in cui apprese molto da Stesicoro durante la sua lunga permanenza a
Kathana nella prima metà del VI secolo.
In
questo periodo in città si manifestano i prodromi dell’arte drammatica,
che si svilupperà pienamente nel VI, V e IV secolo nella penisola
ellenica, soprattutto in Atene, ma che ebbe comunque vasta diffusione in
tutta l’area di cultura greca, come dimostra la costruzione a Kathana di
un teatro a cavea alla fine del V sec., di capienza quasi pari a quella
delle analoghe costruzioni di Siracusa e Taormina, a cui fu annesso più
tardi un Odeon per le rappresentazioni al coperto. Vi
furono rappresentate molte tragedie, commedie e drammi satireschi.
Distrutto a seguito di devastanti vicende sismiche in epoca imprecisata,
venne ricostruito dai Romani intorno al II sec. a.C. A testimoniare
ulteriormente la vitalità della polis catanese sono le tracce
tramandateci da antichi logografi, che insistono sulla presenza di
numerose personalità creative, destinate a rimanere anonime a ragione del
mancato attingimento dei livelli artistici superiori, ma che contribuirono
a fare di Kathana un grande ricettacolo culturale, a cui va aggiu nta la
vivacità trascinante della cultura rappresentativa popolare, che si
manifestava –concordemente con un costume panellenico- in occasione di
feste religiose cittadine e campestri, col fine di propiziare i buoni
uffici delle divinità sui raccolti.
E’ in questo quadro movimentato e
fervido di interessi culturali che si forma la personalità di Androne,
all’incirca contemporanea di Caronda e di Stesicoro, insigne musicista
attento specialmente al rapporto tra musica e danza. Fu suo intento
superare, assurgendo a un autentico livello artistico, il mero abbinamento
musica strumentale, ritmo, movimenti corporei privi di logica espressiva e
aventi fini meramente disinibitori –abbinamento che aveva caratterizzato
la tradizione misterica e orfica- per raggiungere una sintesi armonica
delle tre componenti espressive, tanto che da alcuni storiografi egli è
considerato l’inventore della coreografia.
3.
Le condizioni culturali della polis catanese alla fine del VI sec.
sono così promettenti, che ora manca soltanto un’eminente figura
sincretica che giovandosi delle risorse e delle tensioni dinamiche diffuse
nell’ambiente, pervenga a una grande sintesi artistica. Il suggello all’energia
creativa della città venne impresso da un forestiero trapiantatosi nella
città e che da questa ricevette onori e fama. Si tratta di Stesicoro,
nativo di Imera, centro urbano fondato dal padre nel 648 a.C. sul litorale
tirrenico dell’isola. Intorno agli inizi del VI sec., all’incirca
trentenne, Stesicoro si trasferì a Kathana, dove morì intorno alla metà
dello stesso, all’epoca in cui Caronda ventenne muoveva i suoi primi
passi nel campo della giurisprudenza. Nella città etnea, il Poeta –cui
comunque non erano indifferenti le altre arti, tant’è che il nome Stesicoro
rappresenta probabilmente affettuoso soprannome, da intendersi come direttore
di cori – si mostrò particolarmente attratto da quella forma
aurorale di incontro sinergico tra arti diverse che già da secoli era
presente nella tradizione orfico-dionisiaca e a cui già Androne attingeva
nella strutturazione della nuova arte coreografica. Alla musica e alla
danza, Stesicoro aggiunge una solenne voce poetica, che in alcune opere
diventa polifonia e arte protodrammatica, ed è ricordato dalla tradizione
quale inventore del genere definibile "coro narrativo".
I
logografi riportano frequenti viaggi di Stesicoro nella madrepatria,
viaggi che certo favorirono, in un ingegno artistico superiore quale il
suo, l’assimilazione di quegli spiriti artistici che ivi lentamente si
orientavano verso l’arte drammatica; né d’altra parte può essere
misconosciuto il ruolo che ebbero le "colonie", ben presto
diventate realtà politiche autonome, nella formazione di impulsi
artistici e culturali destinati a maturare pienamente in Atene nei sec. V
e IV, come dimostra il ruolo che ebbero le città della Jonia anatolica,
che diedero i natali ad Omero e a molti filosofi presocratici. Come disse
di lui Simonide di Ceo, Stesicoro "cantò per i popoli".
Dai
titoli citati dagli storici alessandrini ricaviamo che Stesicoro traeva
spunto per le sue invenzioni tanto dall’antica tradizione dei nóstoi
(ovvero le peripezie dei guerrieri achei di ritorno nell’Ellade dopo
la distruzione di Troia, tradizione a cui aveva attinto Omero per la
redazione dell’Odissea, e che vantava una ricchissima produzione
orale andata perduta già in età classica) che dalla mitologia nelle sue
forme ormai consolidate. Li riportiamo brevemente: I ritorni
(intreccio di vicende tratte dai nóstoi ); Kyknos, che ha
per tema lo scontro tra l’omonimo bandito tessalo e Eracle; la Caccia
al cinghiale, tratto dal celeberrimo episodio mitologico che vedeva i
principali eroi greci impegnati nella caccia al terribile cinghiale
Calidonio; I giochi funebri per Pelia, torneo aristocratico
tenutosi in occasione della morte dell’usurpatore che aveva fatto
uccidere il re legittimo, padre di Teseo; la Distruzione di Troia,
che completa la narrazione dell’Iliade, in cui la narrazione s’interrompe
ben prima dell’introduzione nella città del famoso "cavallo";
la Saga di Oreste, che utilizzava ampiamente spunti ricavati da
Omero e dalla tradizione per ricostruire il complotto della moglie di
Agamenone, Clitemnestra, in combutta col cognato Egisto, per usurpare il
trono del marito che torna vincitore da Troia e la successiva vendetta del
figlio Oreste che, con l’aiuto della sorella Elettra, sopprime i due
traditori, grande tema tragico trattato da Stesicoro con sublime pathos
e dovizia di mezzi artistici e perciò destinato ad avere un’enorme
influenza sull’Eschilo dell’Orestiade e su Euripide; ancora, la
Saga di Gerione, trama avventurosa che ha come protagonista Eracle
impegnato in Occidente nella caccia al mostro Gerione e narra altresì del
suo successivo ritorno in Oriente con il trofeo della Coppa d’Oro,
nascosto all’interno della quale il sole faceva ritorno ogni giorno nell’Oceano
meridionale.
Infine la Palinodia, in cui veniva ribaltato il topos
culturale che vedeva in Elena moglie di Menelao, fuggita con Paride a
Troia, l’emblema del tradimento. A Sparta, dove Stesicoro andò spesso a
visitare la parentela, Elena era venerata quale dea benefica locale e ciò
probabilmente indusse il poeta a ripristinare la verità contro una
denigrazione mitico-leggendaria secolare: non era Elena la donna partita
con Paride alla volta di Troia, ma una sua immagine fallace, un eidolon:
Non
è verità questo racconto
non
salisti le navi equipaggiate
non
giungesti mai alla rocca di Ilio
Stesicoro
fu certamente uno dei massimi poeti dell’antichità classica e un
precursore dell’arte drammatica, anche se l’immediata posterità non
gli riconobbe la fama e la grandezza di cui aveva goduto presso i
contemporanei. Le sue opere andarono perdute anche perché non trascritte,
destino comune peraltro alla grandissima maggioranza delle opere
letterarie, comprese la parte preponderante delle produzioni di Eschilo,
Sofocle, Euripide e in modo completo degli altri drammaturghi classici.
Frammentaria,
ridondante, a volte insipidamente sentimentale o stucchevolmente enfatica:
questo fu detto della sua opera da contemporanei o posteri inveleniti dal
suo successo in ambito panellenico. Ma circa due secoli dopo le stesse
parole non furono usate per Euripide?
Sicuro fu il radicamento di
Stesicoro nella polis di Kathana. Si racconta che quando gli fu
chiesto, nell’imminenza di un attacco cartaginese contro la città, se
reputasse o meno opportuna l’alleanza della città col sanguinario
tiranno agrigentino Falaride, li dissuase da ciò raccontando l’apologo
del cavallo che chiese l’aiuto dell’uomo per divenirne poi schiavo.
4.
La grande stagione dell’arte catanese di cultura greca vede la città in
atteggiamento recettivo dalla morte di Stesicoro (circa 550 a.C.) all’emergere
della notevole figura del poeta e oratore Pitone nel II sec., la
cui testimonianza è affidata a Ateneo, che riporta frammenti di ditirambi
di elevatissima fattura artistica e passi del dramma a sfondo morale Agena,
in cui sferzava le abitudini sociali degenerate della sua epoca e
auspicava una (invero poco probabile) palingenesi dei costumi.
Giuseppe Vazzana
|