Il
25 ottobre nello spiazzo antistante le partenze dell’aeroporto di
Catania, scendendo dalla navetta-pulmino che dal parcheggio dove avevo
lasciato la macchina mi aveva portato fin là, sono caduto sull’asfalto e
mi sono fratturato il femore. Perché rievoco un fatto personale di così
poca importanza per gli altri? Ma per il semplice motivo che essendo
stato costretto a essere messo in barella per ripercorrere l’itinerario
che altri come me affrontano in simili condizioni, sono stato costretto
a ricordarmi quanto, intorno agli anni ’70 il prof Pietro Valdone
disse ai chirurghi di Pronto Soccorso che per capire le esigenze del
paziente che viene da loro non restava al medico che mettersi su una
barella per fare lo stesso percorso per capire che cosa egli abbia
bisogno.
E così dai soccorritori della C.R.I., dopo una breve sosta nei locali a
loro riservati dalla SAC, sono stato portato al P.S. dello “Spedale
Vittorio Emanuele II” di Catania dove, sottoposto a radiografia, ho
avuto fatta la diagnosi radiologica. In attesa del ricovero in ortopedia
– per questioni di posto letto – sono stato “appoggiato” in un’altra
struttura chirurgica. Il primo problema che mi si è posto è stato quello
del trattamento chirurgico – non solo – ma del trattamento chirurgico in
urgenza, perché dai miei ricordi di specialista in chirurgia d’urgenza
sotto la guida di Vittorio Staudacher all’Università degli studi
di Milano, ero convinto che non solo le fratture esposte ma tutte le
fratture – al di là di condizioni generali che non lo permettano –
tutte le fratture, dicevo, vanno trattate in urgenza.
E così il 26 pomeriggio sono stato sottoposto ad intervento chirurgico
con correzione della frattura con supporto in titanio e due viti. E da
paziente posso raccontare i vantaggi di un intervento in urgenza
che banalizza i tempi morti del passato, la possibilità di una
rieducazione fisioterapica anch’essa tempestiva che rende possibile
il recupero di un paziente senza comprometterne altre funzioni ed
apparati.
Da quegli anni ’70 tanti passi sono stati fatti, ma
anche quante vecchie incrostazioni resistono nella mentalità e nella
cultura di chi ci assiste. Senza dubbio oggi usufruiamo di divisioni
autonome di chirurgia d’urgenza che in poche ore possono effettuare gli
accertamenti siero-ematici, radiografici, eco-cardiografici, e le
relative visite specialistiche sia cardiologiche che anestesiologiche
per poter affrontare qualsiasi tipo di intervento in urgenza. E quello
che è entrato oggi nella routine di una pratica ospedaliera non ha che
pochi decenni di vita perché prima l’organizzazione di questi servizi
avveniva in maniera carente e spesso – non so con quanta involontaria
ironia – si parlava di urgenza differita.
A
Catania chi più di altri capì e si battè per la operatività di una
divisione d’urgenza fu il prof Carmelo Scala che ne divenne
primario negli Ospedali Riuniti S.Marta e Villermosa dove visse la sua
entusiasmante esperienza coinvolgendo nel suo progetto i primari dei due
ospedali cittadini: Garibaldi e Vittorio Emanuele così pure i colleghi
di Palermo e di Messina e dopo qualche anno di Siracusa e di Trapani e
così via.
Ma il momento più rappresentativo fu raggiunto nel coinvolgimento di un
grande pioniere della Chirurgia D’urgenza che a Milano al Policlinico
dirigeva una struttura autonoma d’urgenza e cioè il prof Vittorio
Staudacher . Ma quale in verità fosse l’ospedale dove meglio di chiunque
altro fosse organizzato il servizio di chirurgia d’urgenza e di pronto
soccorso era l’Ospedale Fatebenefratelli di Milano dove ogni
otto ore prendeva servizio una equipe chirurgica per accogliere,
seguire, intervenire sul paziente. Anche il policlinico a Roma ebbe il
suo reparto autonomo di Chirurgia d’urgenza e di P.S. che per primo
razionalizzò gli spazi del P.S. in quanto l’autoambulanza entrava dentro
il PS e i box predisposti accoglievano uno o più pazienti
contemporaneamente.
Mentre gli altri ospedali coprivano ieri, ma coprono tutt’ora, soltanto
le 6-8 ore mattutine con una equipe al completo e le rimanenti 16-18 ore
scoperte con un servizio di pronta-disponibilità. Noi allora volevamo
potenziare e qualificare tutti gli ospedali, almeno i grandi e medi
ospedali con divisioni con organico pieno ma tutto ciò – come sappiamo -
non è stato possibile realizzarlo.
Che dire? Che si stava meglio quando si pensava di stare peggio!