L’età di S. Agata al momento del martirio

La vicenda del martirio di s. Agata è certo che dev'essere collocata nel tempo in cui essa aveva raggiunto l'età della giovinezza.

Il testo e il contesto del racconto del suo martirio, infatti, rivelano in Agata la perfetta identità d'una giovane, che aveva varcato l'arco d'età che va dai 18 anni compiuti ai 25 non ancora compiuti.

I punti significativi del testo e del contesto di quel racconto sono i seguenti.

- Sul piano del linguaggio proprio e dell'esperienza personale di Agata si rileva: che nel vers. 57 della redazione latina è anzitutto detto che Agata nel protestare contro Quinziano che aveva ordinato di infliggerle la tortura dello strappo della mammella, dice le parole: "non ti vergogni di stroncare in una donna (in foemina) ciò che tu stesso hai succhiato" . Se Agata fosse stata ancora una quindicenne, avrebbe dovuto dichiararlo, per così stigmatizzare ancora di più la crudeltà di Quinziano; e poi nel vers. 67, allorché s. Pietro apparso in carcere ad Agata, la invita ad acconsentire che egli la risanasse, mentre Agata si rifiutava e s. Pietro invece insisteva perché Agata non avesse rossore della sua presenza, ecco che cosa Agata risponde e replica: "E che rossore posso io avere di te, che sei già troppo avanzato in età? E poi, sebbene io sia giovane, il mio corpo è talmente lacerato, che le mie stesse piaghe non permettono che alcuno stimolo sensuale possa eccitare il mio animo, in modo che il mio pudore possa essere turbato": questo linguaggio denota età ed esperienza umano-personale, che solo una diciottenne-ventenne potrebbe avere.

- Sul piano giuridico si rileva che, durante il processo cui s. Agata fu sottoposta, il magistrato tradì dei segni di incertezza e di perplessità sulla legittimità del suo potere nel trattare quella causa: tale perplessità era dovuta al fatto che s. Agata dimostrava di trovarsi nell'arco di età che andava dai 18 ai 25 anni, durante i quali anni la "Lex Laetoria" proteggeva con speciale tutela le giovani donne, dando a chiunque la facoltà di contrapporre un'"actio polularis" contro gli abusi di potere perpetrati da un giudice: difatti il processo di s. Agata si chiuse con una sollevazione popolare che costrinse Quinziano a fuggire per sottrarsi dal linciaggio della folla ; ancora sul piano giuridico risulta che s. Agata aveva il titolo di proprietaria di "poderi" cioè di beni immobili; e per avere quel titolo le leggi romane esigevano il raggiungimento dell'età di 18 anni .

- Sul piano della normativa canonico ecclesiastica si rileva che s. Agata notoriamente era considerata, dai testi narrativi del suo martirio, e ripetutamente designata e qualificata come "vergine consacrata a Dio": ora, le leggi della Chiesa, allora, consentivano la consacrazione ufficiale delle vergini a Cristo solo dopo il raggiungimento del loro diciottesimo anno di età .

- Sul piano delle fonti storico-iconografiche si rileva che la più antica raffigurazione iconografica di s. Agata è il mosaico, che riproduce la figura di s. Agata in piedi presso la chiesa di s. Apollinare Nuovo in Ravenna: quel mosaico è dell'anno 550 circa; e in esso s. Agata è raffigurata con indosso l'abito ufficiale delle diaconesse con la tunica lunga, con la dalmatica defluente dai ginocchi in giù e con la stola a tracollo. Il volto di s. Agata che vi si rivela è proprio di una donna più che ventenne .

Da ciò si evince che la prima tradizione orale catanese designava Agata come diaconessa: e dalla tradizione orale catanese gli artisti ravennati appresero che Agata svolgeva a Catania il ministero di diaconessa: pertanto essa doveva necessariamente aver superato i 20 anni di età.


La sua bellezza fu la vera causa del martirio

Il testo della redazione latina del martirio di s. Agata così descrive il crescendo con cui Quinziano, il proconsole che reggeva la Sicilia intorno all'anno 251, si innamorò della bellezza di Agata. Al vers. 2 il testo nota che "egli venne a conoscenza della illibatezza di Agata e che fece di tutto perché subito potesse vederla" . Il vers. 3 rileva che Quinziano, al vedere Agata non seppe frenarsi dal "provocare nel suo proprio animo, l'ardore passionale d' ogni sua depravata tendenza" . Il vers. 6 rileva ancora che, dopo aver visto la prima volta Agata, "non poteva più reggere perché avrebbe voluto pascere i suoi occhi del fascino che emanava dall'aspetto della vergine bellissima" . Il vers. 9 dice che Quinziano "così travolto dalla furia della sua passione" ed, evidentemente, avendo già dovuto subire la prima ripulsa all'improntitudine d'una sua malcelata profferta d'amore, al vedersi respinto, come un toro ferito, reagisce e fa partire come una freccia la sua prima minaccia di arresto che provvide subito a formalizzare e a fare eseguire .

Quell'ordine di arresto non conteneva il motivo giuridico, quale formale capo di imputazione: pertanto esso rivestiva il carattere d'un semplice provvedimento poliziesco di custodia preventiva. A tale titolo Quinziano dispose che Agata fosse affidata alla cura rieducativa d'una matrona, chiamata Afrodisia, per la durata d'un mese. Dopo quel mese, il provvedimento poliziesco fu trasformato in un atto coercitivo di comparizione giudiziaria, durante la quale Agata fu formalmente sottoposta a processo: nella prima udienza di tale processo, Quinziano contestò ad Agata lo specifico reato di vilipendio della religione pagana e perciò la incriminò dello speciale delitto di lesa maestà della religione dello Stato Romano, emanato dall'imperatore Decio .

Ed è questo il punto, in cui l'esame storico di quella vicenda avverte il configurarsi della prima ingiustizia, con cui fu intentato e impiantato quel processo: l'anacronismo del suo appiglio all'effettiva permanenza in vigore dell'editto persecutorio di Decio.

A testimonianza infatti di s. Cripriano, alla fine dell'anno 250 e già all'inizio del 251 il cielo cupo della persecuzione si era rasserenato. Tra la fine dell'anno 250 e i primi del 251, l'imperatore Decio aveva già archiviato il suo editto di persecuzione contro i cristiani, ed anzi sollecitava la solidarietà di tutti per riorganizzare il suo esercito, con cui subito andò ad affrontare i Goti, che avevano violato le frontiere di nord-est dell'impero. Nei primi mesi di quel 251, anno in cui fu martirizzata s. Agata, in Alessandria già era tornato dall'esilio il vescovo s. Dionigi, il quale attestò che proprio in quel momento si godeva nell'impero di un clima di piena serenità e di prosperità, dovuta alla saggezza dell'imperatore Decio: ciò è riferito dallo storico Eusebio, il quale aggiunge che proprio in quel particolare momento del principio del 251 c'era perfetta pace nella Chiesa.

Stanti così le cose, ci si chiede: come mai in quel 5 febbraio del 251, Quinziano potè giustiziare s. Agata?

La risposta è una: Quinziano martirizzò s. Agata non perché c'era in corso la persecuzione di Decio; ma egli volle cercare appiglio a quella persecuzione, che ormai non era più in vigore, per sfogare la sua vendetta contro Agata, che aveva respinta la sua profferta d'amore.


L'arresto

S. Agata fu arrestata mentre si trovava cautelativamente rifugiata in una sua abitazione di campagna, sita a nord-ovest di Catania, nel sobborgo di Galermo.

Se alcuni testi della redazione greca del racconto del martirio di s. Agata (uno dei quali è quello contenuto nel manoscritto greco n. 999 della Biblioteca Nazionale di Parigi) riferiscono che s. Agata era oriunda di Palermo e che, al momento in cui essa fu arrestata, risiedeva a Palermo, bisogna dire che tali notizie, fornite dalla redazione greca, furono interpolate da monaci "sciti", che, nel tradurre la redazione del martirio di s. Agata dal latino in greco, per fare cosa gradita ai Palermitani, inserirono la notizia riferente che s. Agata era oriunda da Palermo e che al momento dell'arresto risiedeva a Palermo .

Tale notizia era falsa perché se s. Agata avesse avuto la cittadinanza di Palermo, per le leggi di allora, essendo Palermo una città libera , non poteva essere giudicata secondo le leggi romane, ma secondo la legge propria di quella città; e, se s. Agata al momento dell'arresto risiedeva a Palermo, non poteva essere estradata e processata a Catania, perché allora Palermo era una delle quattro città della Sicilia, sede di uno dei quattro così detti "Conventus" (Collegi) forensi, cui era demandata la competenza giurisdizionale d'un quarto del territorio dell'isola, che era sottoposta a quel "Conventus" e s. Agata, in quanto appartenente al "Conventus" forense di Palermo, non poteva essere processata a Catania


La custodia preventiva in casa di Afrodisia

La redazione latina del martirio di s. Agata nei versetti 10-11 riferisce che Quinziano, fatta arrestare Agata, la fece sottoporre a custodia rieducativa, affidandola alle cure di Afrodisia e alla scorta delle sue figlie, persone corrottissime, per il periodo d'un intero mese .

Lo scopo di tale affidamento doveva essere quello di tenere Agata sotto una continua pressione di suggestioni psicologiche, di allettamenti, uniti a minacce, spinte fino a stancare e ad abbattere la resistenza morale di Agata per farla arrendere alle voglie di Quinziano.

Agata, durante quei giorni, agli attacchi pervertitori, che le venivano sferrati con accanimento, umano e sovrumano e con l'innegabile intervento di forze diaboliche, contrappose il fiducioso ricorso alla grazia e all'assistenza divina; e pertanto uscì da quella lotta non solo vittoriosa ma addirittura anche più gagliarda di prima, tanto da ridurre allo scoraggiamento le sue stesse tentatrici, che, riconosciutesi impari e debellate in quella lotta, decisero di deporre le armi e declinare l'impegno assuntosi, riconsegnando Agata a chi l'aveva loro affidata, Quinziano. Afrodisia, nel corso dei tentativi da lei operati per vincere Agata, giunse a farle delle offerte e ad esprimersi con tali termini, da tradire chiaramente la sua totale connivenza con Quinziano e anche l'iniziativa, certamente da lei tentata per trascinare la giovane Agata nei ritrovi dionisiaci e relative "orgie", allora in voga a Catania.