Il processo

Il processo giudiziario, cui Agata fu sottoposta, comportò i tre necessari momenti della istruttoria, del dibattimento e del pronunciamento della sentenza; esso fu svolto in tre distinte udienze e fu intercalato da inflizioni di varie torture e da due detenzioni in carcere.

L'istruttoria

L'istruttoria consentì di evidenziare l'identità personale, civile e religiosa di Agata. Agata vi si rivela in tutta la dignitosa fierezza della sua personalità di cittadina catanese, nata libera e da nobile famiglia; all'uopo essa fa appello alla presenza in Catania di tutta la sua parentela, che, con ciò, essa stessa chiama in causa per eventuale testimonianza .

Quinziano contesta che il proclamato stato di libertà e di nobiltà potesse conciliarsi con il modo, con cui Agata compare in tribunale vestita dell'abito proprio d'una schiava.

Agata spiega che quel suo abito era segno della sua consacrazione al servizio di Cristo e pertanto doveva essere considerato emblema della massima libertà umana.

 

Quinziano a tale dichiarazione si risente: accusa il primo colpo della dialettica di Agata e protesta perché sulla base delle di lei parole egli, magistrato romano, veniva ad essere offeso come persona dichiarata priva di libertà. Agata conferma la sua dichiarazione e, sfidando la suscettibilità del magistrato, gli dimostra di essere lui niente affatto libero ma schiavo di feticci idolatrici.

Quinziano, vistosi messo in imbarazzo da Agata, insorge, passa al contrattacco e rinfaccia ad Agata l'imputazione del suo reato: quello di vilipendio della religione dello Stato e perciò la dichiara incriminata del delitto di lesa maestà .

La prima udienza

Agata si difende da quella imputazione, denunziando l'assurdità dell'idolatria pagana e la conseguente effettiva empietà di chi, adorando gli idoli, rifiuta il dovuto culto dell'unico vero Dio, creatore dell'universo . Quinziano allora mette a nudo le sue scadenti risorse culturali e, nell'impotenza di controbattere le argomentazioni di Agata ribadisce solo le sue reiterate minacce repressive giustificate, secondo lui, dal fatto che Agata si ostinava a rifiutare il culto agli dei di Roma.

Agata procede nel dibattito e affronta arditamente Quinziano sul piano dell'onore, dicendogli: "Ti auguro che tua moglie sia quale fu Venere e tu sia tale quale fu Giove, tuo dio". Quinziano, a quelle parole, si dichiara vittima di un procace attentato contro la sua dignità di magistrato e addirittura offeso nell'esercizio delle sue funzioni; pertanto reagisce e fa schiaffeggiare Agata.

Agata rinfaccia a Quinziano lo stato pietoso del suo disarmo e avvilimento intellettuale e morale e gli dice: "Mi meraviglio che tu, uomo saggio, sia giunto a tanta insipienza da stimare tuoi déi quelli la cui vita non vorresti fosse imitata da tua moglie e a tale incongruenza da dire allo stesso tempo che ti fa ingiuria chi ti augura di vivere secondo il loro esempio" .

 

Il carcere

Quinziano si rende conto che le sue velleità di sogni d'amore o comunque di sfruttamento di Agata, in fatti libidinosi, sono ormai sfumate e allora fa capire che vuol venire ai ferri corti e senz'altro impone ad Agata il dilemma: "O sacrifichi agli dei o ti sopprimo coi supplizi" .

Agata accetta la sfida e si esalta nella imminente prospettiva del martirio.

Quinziano la diffida a rinsavire.

Agata gli ritorce l'invito a scansare la vendetta divina.

Quinziano la invia al carcere.

Agata sussulta di gioia come se invitata al banchetto di nozze.

 

La seconda udienza

L'indomani ha luogo la seconda udienza.

Quinziano rivolge ad Agata l'ultimo invito a sacrificare agli dei, se vuol salvare - egli la ammonisce -la sua giovane vita. Agata ancora ritorce l'invito a Quinziano a salvarsi l'anima.


Le torture

Ritenuto concluso il dibattito, Quinziano procede alle torture: lo stiracchiamento delle membra e delle ossa sull'eculeo, la lacerazione con pettini di ferro, la scottatura con lamine infuocate e, infine, lo strappo della mammella e il rinvio in carcere.