Angelo Musco è stato senz’altro un mostro sacro del teatro Siciliano Catanese, con un genere di comicità a sfondo malinconico e amaro. Egli nacque a Catania nel 1871 e i primi anni della sua vita non furono per niente felici: la sua famiglia era molto numerosa –lui era il quattordicesimo figlio – e, dati i tempi, si faticava a sfamarli tutti. La dimora paterna non era adeguata e nella vita di ogni giorno si dovevano fare autentici salti mortali per sopravvivere. Per questo motivo nei primi anni della sua giovinezza esercitò i mestieri più imprevedibili: dal barbiere al muratore, al calzolaio, sempre malvolentieri ma animato dal bisogno di portare qualcosa a casa per la propria famiglia.

Dopo anni di vicissitudini decise di seguire il suo istinto di uomo di spettacolo e quindi la sua passione: il teatro. Decise di partire per Napoli dove trovò una compagnia di siciliani. Gli esordi non furono tanto positivi, ebbe scarsa fortuna. Agli inizi del ‘900 entrò a far parte della compagnia di Giovanni Grasso senior, grande attore tragico catanese e di grande spessore.

 La sua comparsa consisteva nel parodiare la tragedia interpretata da Grasso, con lazzi, piroette e battute esilaranti. Egli prendeva a prestito questo tipo di teatro dalle Atellane e dai mimi. E il mimo diventò quasi il suo modo di parodiare: uno stile che divertiva tanto il pubblico che accorreva numeroso in teatro. I rapporti con Giovanni Grasso non furono però idilliaci e per questo abbandonò la sua compagnia.

Nel 1914 ebbe la possibilità di entrare a far parte della compagnia di M. Bragaglia. Fu qui che Musco conobbe Rosina Anselmi che sarebbe rimasta la sua fedele compagna d'arte. Però in questa compagnia non erano tutte rose e fiori: i componenti della compagnia per potere mangiare lasciavano in pegno gli oggetti più costosi -un tappeto, un capo di vestiario, qualche gioiello- solo per poter sopravvivere.
A questo punto Musco, per poter uscire da questo grigiore, tentò l'ultima carta: la recita al Teatro Filodrammatici di Milano. Si dava "Il Paraninfo". Gli attori erano talmente smagriti per la fame che avevano patito che si tenevano a stento in piedi.

 

Ma la volontà di farcela fu talmente forte che la commedia ebbe un immenso successo.
Il grande giornalista del "Corriere" Renato Simoni, scrisse un fondo che esaltò Musco e la sua compagnia, per la bravura, l'istinto, la comicità, il linguaggio e le battute sempre pronte.

Fu Milano a questo punto che gli diede la possibilità di sfondare nel mondo del teatro. Da quel momento gli autori come Pirandello, Capuana, Martoglio, scrissero per lui tutte le commedie del repertorio siciliano. Aveva una sua teoria:diceva che l'uomo per poter essere felice doveva godere delle piccole cose. Una teoria che prendeva spunto dal fatto che, a quel tempo, divertire non era tanto facile: la gente sentiva in sé il peso della guerra e dei danni economici che essa aveva inferto.

Sulle ali del primo successo ai Filodrammatici ne seguirono altri come "S.Giovanni decollato", "L’aria del continente", che ebbe addirittura echi in America e, quando la compagnia vi si trasferì per qualche tempo, raccolse una miriade di successi con tutte le commedie del repertorio siciliano.

Ritornati in Italia, forti del successo ottenuto, continuarono le rappresentazione delle commedie come "Pensaci Giacomino", "Il Berretto a sonagli", "Liolà", "Re di denari", "Gatta ci cova".

Ebbe pure esperienze cinematografiche prendendo spunto dal teatro: diventarono film "L'eredità dello zio buonanima", "L'aria del continente", "Re di denari", "Il feroce Saladino" in cui si evidenziava la brillante comicità tra grottesco e buffonesco. Musco nel suo lavoro non si risparmiò per nulla. Il suo sogno era quello di costruire un teatro di prosa, ma non si avverò: mori improvvisamente a Milano il 6 ottobre 1937 dopo una rappresentazione al Teatro Olimpia e quando si apprestava a raccogliere i frutti del successo.

Le sue spoglie arrivarono a Catania otto giorni dopo, in treno, e grande fu il dolore per la sua città che l’aspettò silenziosa e immensa.

Lasciò l'impronta del grande mimo, passava felicemente dal comico al drammatico e mescolava i due generi abilmente; la sua recitazione era schietta, semplice: non per nulla veniva dal popolo; la sua bravura fu quella di fare il dramma senza avere l'arte di farlo.

Toccò vette di altissimo livello recitativo nel "Marchese di Ruvolito", "U sapiti com'è", "Ridi pagliaccio". Nelle commedie spassose descrive con brio i più svariati aspetti del sobborgo siciliano. La sua risata nasconde il dolore, dovuto al periodo nero che la società dell'epoca attraversava. Ma pur tuttavia Musco dosa a meraviglia la comicità e la drammaticità: la folla ritrovava in Musco se stessa, si riconosceva nella sua passionalità, negli abbandoni, nei furori, nelle arguzie paesane e nella bonomia casalinga che sa di terra e di lava.

Raffaello Brullo