Cani di bancata
di Carmelo La Carrubba


Emma Dante in “Cani di bancata” ha spettacolarizzato il concetto che si è fatto sulla mafia e l’ha rappresentato. L’Autrice in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile catanese con il suo spettacolo prosegue nel suo percorso artistico in cui dalla famiglia in senso ristretto, familiare è passata a raccontarci quella mafiosa, più vasta e metaforica nel rappresentare non solo Palermo ma la Sicilia e – se ciò non bastasse – l’Italia tutta. Il tema della mafia è un terreno arato e conosciuto da scrittori, giornalisti, magistrati, storici, sociologi, artisti e fin qui niente di nuovo che non si sapesse dai riti d’iniziazione al banchetto della spartizione degli affari sui lavori pubblici e non solo, fino alla metafora di un’Italia capovolta e stravolta dal fenomeno criminale come una cartina geografica nel finale ci rappresenta. In questo teatro civile che vuole diventare “politico” – a tutti i costi - c’è da osservare un paio di cose che fanno parte del testo e dell’attualità a cui si ispirano: il ponte di Messina e i rigassificatori appartengono al busines della mafia come i boss discutono durante il banchetto ed è quindi logico capire che se non si sono fatti qui sta il motivo. Eppure un ministro parla di impatto ambientale mentre l’altro di vie del mare senza che nessuno ricordi che l’impatto ambientale dei vari petrolchimici di Priolo – Gela – Milazzo oltre ad abbassare e depauperare le falde acquifere siciliane hanno elevato i morti per cancro in quelle zone e nessuno parla di bonificare e di ridare alla Sicilia la sua dimensione turistica impiegando la manodopera in maniera diversa ma salutare. Ma c’è sempre la mafia – mi si dirà – con i suoi cani di bancata e non solo ma ci sono anche le Istituzioni e i Siciliani che non vogliono la mafia – come Emma Dante - e sono tanti; teniamolo presente. La lezione di Brecht contro il nazismo è tutt’ora valida come spinta intellettuale ed etica anche se contenuti e linguaggi debbano differenziarsi.

Sullo spettacolo della Dante - sostanzialmente monocorde - abbiamo apprezzato la capacità metaforica nella realizzazione scenica su un palcoscenico spoglio dove svetta una scala di sedie ad altezza decrescente su cui troneggia la madre dei mafiosi – un deus ex machina della strategia del crimine. Nella cena simbolo in cui il grottesco dei volti e delle situazioni prevale con una musica che fu utilizzata da Kubrick in una colonna sonora per rappresentare un analogo ingresso in una setta segreta, si esprime al meglio il talento scenico della Dante, il suo modo visionario di intendere il teatro fortemente espressivo fino ad un naturalismo non sempre necessario. In questo modo la Sicilia mafiosa è diventata ormai un cliché rassicurante per chi ci guarda, un’immagine oleografica che ci consegna tutti se non alla mafia ad una mentalità mafiosa ad una cultura da cui non sappiamo staccarci. Tant’è che quando siamo in altre regioni d’Italia e ci presentiamo come siciliani l’affronto più grande che riceviamo – di fronte alla nostra civile normalità – è che non sembriamo siciliani cioè non rispondiamo a quel cliché che ancora Emma Dante contribuisce a rinforzare.
In questo atto unico i dieci attori e la protagonista più che personaggi sono simboli, maschere che rappresentano l’antropologia di un mondo e di una mentalità, di un concetto e forse l’unica che riesce a creare il personaggio è lei Manuela Lo Sicco, la donna, per la sua irruenta forza espressiva. Lo spettacolo ha un suo ritmo scenico incalzante e una resa spettacolare notevole che è stata alla fine applaudita dal pubblico della prima.