Enrico IV
di Carmelo La Carrubba


Dopo i risultati eccellenti di Salvo Randone nelle creazioni di personaggi pirandelliani sembrava impossibile che altri potessero avvicinarsi a tali livelli e senza fare inutili paragoni c’è da dire che l’interpretazione di Franco Branciaroli nell’”Enrico IV” di Luigi Pirandello lo spettacolo in scena al Teatro Verga per lo Stabile catanese dal 27 gennaio all’1 febbraio è più che buono e la sua regia sa scoprire e valorizzare i contenuti del suo capolavoro in maniera notevole. Per cui la riflessione di Branciaroli sull’attore è pertinente perché Enrico IV è un attore. Egli deve recitare la parte del pazzo perché dall’Autore è stato concepito come un attore. Infatti non ha un nome proprio, una propria identità e di lui sappiamo – indirettamente – che è un signore facoltoso che vive in una bella casa e che per carnevale per divertirsi con gli amici decide di fare una cavalcata in costume in cui ognuno assume il nome del personaggio storico. Lui è Enrico IV.

In questa casa egli vive “recluso” perché ritenuto pazzo dopo una caduta da cavallo con contusione alla nuca durante quella famosa cavalcata. Questa nuova condizione dopo un’assenza della memoria in cui si troverà il protagonista lo fa sentire solo e smarrito anche se lucido e decide di non ritornare a vivere con gli altri perché ormai ha perso il passo con la vita e non si sente, inoltre, motivato a farlo perché ha perduto la donna della sua vita che, dopo l’incidente, ha sposato un altro.
In questo isolamento si fa credere pazzo e quando i suoi amici di un tempo vogliono “sapere” se egli sia veramente pazzo e può essere recuperato anche con l’aiuto di un illustre clinico egli – nella prova proposta dal medico – si vendica dell’antico rivale e l’uccide chiudendo – così – una volta per sempre le porte alla vita e dichiarandosi definitivamente pazzo.
In questo gioco delle parti che è dell’attore c’è l’idea di regia – ripeto – di Franco Branciaroli che dello spettacolo ne è l’interprete principale e che del personaggio ne ha dato una versione lucida perché è lui che tira le fila nel gioco dell’esistenza attraverso la follia sia vera che presunta. Una incisiva interpretazione in cui anche l’istrionismo dell’attore arricchisce il registro del personaggio, l’indagine sul suo io, ripeto, l’amaro rapporto con la vita.


Lo spettacolo è anche una riflessione sul teatro e sul modo di fare spettacolo come nel nostro caso – in maniera tradizionale in tempi in cui da Piarandello si può arrivare – pretestuosamente – al sesso degli angeli. Ebbene Branciaroli da attore consumato che tende a valorizzare il suo ruolo si mantiene nel solco di una tradizione teatrale in cui l’acume si esprime nel cercare di capire quali siano le potenzialità del testo. Anche la impostazione dello spettacolo, la sua drammaturgia si sviluppano attraverso un linguaggio scenico in cui l’attore è e rimane l’essenza del teatro e che fra finzione e verità c’è la base della sua speculazione attorale.
Il cast è ben affiatato e di ottima qualità da Melania Giglio a Valentina Violo a Tommaso Cardarelli a Giorgio Lanza ad Antonio Zanoletti ai quattro finti consiglieri: Sebastiano Bottari, Mattia Sartoni, Pier Paolo D’Alessandro, Andrea Carabelli; a Daniele Griggio.
Scene e costumi di Margherita Palli che ha ricostruito l’interno di una casa agiata degli Anni Venti in quella Roma che fu poi dipinta da De Chirico. Luci di Luigi Saccomandi.
Pubblico attento per tutta la durata della rappresentazione con qualche applauso ma intensi ripetuti e persistenti alla fine dello spettacolo.