ENRICO IV (di Shakespere)
di Carmelo La Carrubba


Nel raccontarci la Storia del potere e dei re, Shakespeare non tralascia la vita e dice che la finzione è la sua parte più bella, attraverso il personaggio che nell’ “Enrico IV” meglio la rappresenta, Falstaff a cui vanno le simpatie del Baldo ma non quelle della ragion di stato. Parliamo dello spettacolo “Enrico IV” di Shakespeare in scena allo Stabile Verga di Catania. In questi dieci atti si racconta la Guerra Civile (1399-1413) tra il re Enrico IV (Carlo Simoni) e i nobili ribelli, la sconfitta militare dei ribelli, l’amicizia tra il figlio del re (Corrado D’Elia) e Falstaff (Paolo Bonacelli), il rapporto conflittuale fra il re e suo figlio, il riscatto del principe con il suo comportamento eroico in guerra, la morte del vecchio e tormentato re, l’incoronazione di Enrico V e il conseguente tradimento della amicizia con Falstaff. Il senso che ne viene fuori in questa narrazione che si snoda su due binari paralleli – ben sottolineati dalla scenografia e dal percorso registico ; la sala del trono e la bettola dove vive Falstaff: quello che più risuona è la sua risata anche se empia e mostruosa e, pur nel cinismo della maschera, ha, nel suo fondo, un innegabile buon senso che sarà la cifra esistenziale nell’amicizia e nella vita.
Di contro c’è il Potere con le sue regole ferree che non ammette deroghe in cui si trova il tradimento e la morte dove i toni sono aspri e neri come la scena di Gisbert Jackel che li rappresenta: un tendaggio nero, una scena vuota dove troneggia il re, dove non c’è luce perché manca la vita e dove non si percepisce il rumore di una risata che è sempre presente nella bettola dove Falstaff e i suoi amici gozzovigliano, preparano rapine, scherzano, ridono, si divertono e la risata diventa il collant e la manifestazione della loro libertà e della loro amicizia. Il principe di Galles durante le sue scorribande è allegro e sorridente mentre quando diventa Enrico V cessa di ridere, rinnega l’amico Falstaff non riconoscendolo come tale e lo allontana da sé per sempre.
Questa tragicommedia è stata ben ridotta per la scena da Angelo Dallagiacoma che ne è anche il traduttore e da Marco Bernardi che ne cura con efficacia la regia, è diventata uno spettacolo scespiriano per ispirazione e tematica: il potere, l’amicizia, il tradimento, i rapporti generazionali tra padre e figlio, tra il re che è il padre naturale e Falstaff che è quello ideale in cui si snoda la vita, il suo divertimento che somiglia tanto al teatro che della vita ci restituisce attraverso i personaggi la verità. Il personaggio del titolo non è il solo protagonista di questi drammi che sono la cronaca e la storia del suo regno il suo cammino e quello della nazione. C’è poi l’educazione del futuro Enrico V, uomo di passioni non gelido politico che si appresta ad ereditare un regno e restituire al paese gli ideali perduti. Ma in quello che è il tema principale e cioè la metafora la scalata e capitolazione dei potenti c’è quella personale fra il vecchio ubriacone e il giovane principe scavezzacollo che si interromperà alla morte di Enrico IV e quando il giovane sarà incoronato Enrico V. Perché le qualità di un sovrano adatto ai tempi includono la chiarezza, il senso pratico, la capacità di dominare l’esaltazione dei propri desideri e per questo Falstaff verrà giudicato freddamente perché rappresenta per il principe un passato da dimenticare e la punizione inflitta all’amico trova la giustificazione nelle ragioni superiori del buon governo. Per cui si giustifica il finale ottimistico e patriottico: il sacrificio di Falstaff dopo la morte di Enrico IV in cui la nazione è apparsa abbattuta e malata finalmente ritrova salute e fierezza appropriandosi di una identità grazie ad Enrico V. Lo spettacolo è un affresco storico interessante e una potente metafora dell’ascesa e caduta dei potenti nonché la rappresentazione del contrastante universo delle bettole e di una maschera che diventa personaggio grazie a Paolo Bonacelli che al grottesco del personaggio e della situazione ha saputo dare una dimensione umana. Una bella interpretazione. Misurato e convincente Carlo Simoni: Corrado D’Elia ha saputo rappresentare i due volti del personaggio con piglio sicuro e spregiudicato. Il cast ha funzionato sulla scena al meglio e ognuno ha dato al proprio personaggio pregi attorali che sono stati ben apprezzati dal pubblico che alla fine dello spettacolo ha applaudito più volte.