La locandiera
di Carmelo La Carrubba

 

 

Non accade spesso ad un’attrice di confrontarsi con un grande personaggio in cui essa rivendica l’orgoglio della sua femminilità. E’ quello che accade a Galatea Ranzi nel ruolo di Mirandolina ne “La locandiera" di Goldoni in scena al Teatro Stabile “Verga” di Catania in cui attraverso la seduzione svela pregi e difetti umani e anche dell’epoca. Essa è una donna con doti non comuni di simpatia e intelligenza a cui affida il suo comportamento nella professione di locandiera e nei confronti dei clienti quando chiedono affetto o favori. Mirandolina oltre che personaggio straordinario è simbolo della modernità del secolo a cui Goldoni affida il compito di protagonista. E questo testo dalla solida struttura teatrale è anche il frutto della rivoluzione che Goldoni operò nel teatro a cui diede una lingua e la chiarezza nella definizione del carattere del personaggio.


Pietro Cartiglio regista e autore di scene e costumi costruisce un Settecento con scene e costumi semplici in cui muove i protagonisti attraverso i loro pregi e difetti disegnando così anche l’affresco di un’epoca in cui si assiste al declino della nobiltà. Ed è soprattutto attraverso l’analisi del personaggio, le sue intime ragioni umane, che si delinea il carattere sia di Mirandolina donna, sia imprenditrice, quando sentendosi offesa dal comportamento del cavaliere vuole vendicarsi e ricorre al gioco della seduzione per averlo ai suoi piedi. Galatea Ranzi scavando nel personaggio ha evidenziato le sue doti attorali in cui crea un labirinto di iniziative femminili capaci di irretire l’inesperto misogino.
Il cavaliere, Luca Lazzareschi, misurato nel ruolo, paga lo scotto delle proprie certezze e anche di una inesperienza che è frutto di presunzione intellettualistica. Un personaggio senz’altro di quotidiana osservazione che si incontra nei dibattiti o in televisione dove fa sfoggio di certezze inesistenti. Nello Mascia è il marchese di Forlipopoli rappresentante di una nobiltà spiantata, al margine di una miseria incombente, che fa fatica a stare a galla in un mondo che non l’accetta.


Mentre Nello Mascia ha delineato con realismo drammatico il suo personaggio Sergio Basile – vestendo panni partenopei – ha dato coloriture umoristiche al suo conte caratterizzato in quello del parvenue.
Luciano Roman nei panni di Fabrizio è un credibilissimo popolano, vigoroso e attento, una figura solida di uomo e di dipendente, di futuro marito su cui il secolo può costruire il suo futuro.
Le sbarazzine finte baronesse Aurora Falcone e Eva Dramis, le due attrici della commedia dell’arte, che non sanno più fingere abdicando al loro ruolo di commedianti rappresentano i tanti “attori” in cerca di un ruolo che vanno attraversando i vari contenitori tv.
Jennifer Schittino è la brava cantante nel ruolo di domestica e cantante. Bravi gli altri attori del cast.
Lo spettacolo pur con tante note positive ha un impianto scenico statico e il movimento dei servitori che di volta in volta modificano l’impostazione scenica e i percorsi ritardano la fluidità del racconto per i continui rallentamenti; viene alterato il ritmo scenico a scapito della vivacità della trama che – man mano che si svolge va verso la chiarezza delle situazioni e dei profili dei protagonisti e che quindi le luci dovrebbero assecondare questa logica scenica. Invece le luci tengono scura la scena come quasi a soffocarne l’azione e questo non giova al finale dello spettacolo e all’attenzione dello spettatore.
Pubblico alla fine cortesemente plaudente per l’impegno degli attori.