Porcile
di Carmelo La Carrubba

 

 

La tragedia “Porcile” (1966) di P.P. Pisolini per la regia di Massimo Castri è in scena, per il Teatro Stabile di Catania, al Teatro Ambasciatori, ed è la rappresentazione di quella che fu, per molti versi, la tragedia di Pisolini, del suo vissuto e della nostalgia che egli ebbe per la gioventù come stagione dell’anima e del fisico che divenne – autobiograficamente – la sua sudditanza.
Nella straziante poesia alla madre ( “Ho una infinita fame d’amore, dell’amore di corpi senz’anima. Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu sei mia madre, e il tuo amore è la mia schiavitù”) c’è il nucleo della sua poetica e il dramma di una esistenza che si chiude in tragedia e che informa la sua produzione teatrale (sei tragedie) e la sua vita. Ma Pasolini non volle mai affrontare in esse il suo vero e personale problema almeno come autore in quanto la sua colpa reputava che fosse anche quella di tutti gli altri. Da qui un nucleo oscuro che graverà su tutta la sua produzione.

 

In “Porcile” infatti Pasolini rappresenta la conflittualità fra il padre e il figlio Julian che rifiuta l’amore ma anche il bacio della giovane Ida innamorata ma soprattutto – nel periodo del miracolo economico – rifiuta la ricchezza del padre fabbricante di cannoni che ha come socio un industriale alimentare che colleziona crani di bolscevichi russi ebrei. Pasolini metteva troppa carne sulla graticola della creazione e l’eccesso di fumo non chiariva i tanti problemi messi sul fuoco. E inoltre quando l’autore rappresenta i capitalisti come porci sposta, ancora una volta, il problema personale su un’area più grande, la ingigantisce, la mitizza. Mentre sarebbe bastato che lui fosse stato sincero con se stesso e con gli altri e sicuramente ne avrebbe guadagnato la qualità della tragedia che resta nella morsa oscura dell’ambiguità di un individuo che non vuole confessarsi cioè non vuole essere sincero per una malcelata considerazione della sua diversità vista come la diversità del mondo.

Certamente l’acuta intelligenza pasoliniana avvertiva la contraddizione e da qui esplodeva una amara considerazione che si trasformava – sinceramente – in una sofferta ma rassegnata risata. Il riso amaro e sarcastico dell’umorismo nero pasoliniano nasce dall’impotenza e dalla consapevolezza di un uomo che la sua battaglia, il suo disprezzo per la borghesia, fossero una lunga logorante guerra contro un nemico invincibile. Tant’è che in questa sua favola nera sarà, alla fine, divorato dai maiali. Infatti il puritanesimo del poeta contro la borghesia che colpì agli esordi per il suo candore si è trasformato, storicamente, in quanto la borghesia ha divorato, borghesizzato, tutto e così la sua polemica, il suo slancio si è smorzato e il riproporlo o il vederlo rappresentato documenta quanto tempo sia passato ( nel senso che l’opinione pubblica ha idee diverse di quelle di Pasolini nell’affrontare quei temi) e risulta quindi datato il sarcasmo di un poeta perché egli alla sua ambiguità, alle sue ambivalenze non ha saputo dare una risposta sincera.

 

Così come noioso risulta il didascalismo e il lirismo del poeta. Julian dice – “Non vengo a Berlino// a fare il buffone con dei cartelli// che oppongono terrorismo di giovani borghesi a terrorismo di vecchi borghesi” o le parole di Julian-Pasolini rivolte a Ida che gli confessa di amare un giovane bello dalle spalle larghe: “Il suo riformismo è pulito// come i suoi occhi. Banale! Anche questo sta a dire che Pasolini quello che aveva da dire l’ha detto a suo tempo.

 

Comunque siamo di fronte ad uno spettacolo ben confezionato e ben recitato anzi a tratti bello quando su un prato verde si muovono due giovani innocenti che si aprono all’amore. Anche se poi non sarà così – fino a quel finale triste che appartiene all’autore.

Il cast è costituito da Antonio Giuseppe Peligra (Julian) Corinne Castelli (Ida) Paolo Calabresi (Padre) Ilaria Genatiempo (Madre) Davide Palla, Mauro Malinverno e così gli altri. Tutti bravi. Applausi alla fine dello spettacolo.