We like Shakespeare
di Carmelo La Carrubba


Se per Shakespeare il mondo è palcoscenico della vita per il teatro il palcoscenico è il luogo dove si rappresenta la vita. Se per il regista Pietro Carriglio  che a Sakespeare si ispira e lo identifica con il teatro e ne esprime il suo amore con lo spettacolo “We like Shakespeare”, si può concludere in maniera incontrovertibile che Shakespeare è il teatro. Questa formula che come quelle di Einstein, nella loro sinteticità contengono la scoperta di una verità e hanno comunque sempre bisogno della verifica del palcoscenico e di un pubblico che le riconosca. Cosa che è avvenuta al Verga per lo Stabile di Catania alle ultime battute di un Cinquantenario oltremodo interessante che promette una “coda” estiva all’insegna della qualità.
Alla base di questo spettacolo c’è la constatazione di Pietro Carriglio di una grande meraviglia nello scoprire che il teatro, per il fatto che vive durante l’arco dello spettacolo presenta la caratteristica dell’effimero e lo rende irripetibile nel senso che ogni ripetizione è un nuovo spettacolo e l’unica somiglianza è col sogno. Altra nota che percorre lo spettacolo e diventa il filo di un discorso è la crisi dell’uomo contemporaneo che tanto somiglia a quella rinascimentale e che la regia di Cartiglio cerca – attraverso personali convincimenti di ripercorrere mediante frammenti di opere scespiriane che presentano lampi di bellezza di straordinario interesse. E per creare un minimo di raccordo tra i frammenti nasce la figura del narratore che, spettatore fra gli spettatori, aiuta a capire, spiegare i nessi fra le opere. Il garbo e l’ironia di Pino Caruso sono stati essenziali nel farci proseguire dal “Come vi piace” con Galatea Ranzi a “Racconto d’inverno” a “Re Lear” con Nello Mascia e Galatea Ranzi, “La tempesta”, “Enrico IV, “Macbeth”, “Romeo e Giulietta”, “La dodicesima notte”, “Amleto”, “Il mercante di Venezia”, “La bisbetica domata”, “Riccardo II. In questo percorso teatrale – e non solo per le tante scelte di una sola opera – e “La tempesta” l’opera della maturità di Shakespeare che attira Cartiglio in quanto con essa trova il modo di esprimere la tragicità che la comicità del Bardo. La scena di Cartiglio è spoglia ed essenziale come i costumi di Marcella Salvo e le musiche di Matteo D’Amico o luci di Gigi Saccomandi e servono a costruire uno spettacolo dove Galatea Ranzi ha modo di interpretare l’interiorità dei vari personaggi mentre Eva Drammis esprime i suoi personaggi con eleganza ed intensità; Nello Mascia si è confrontato con personaggi enormi come Prospero o Re Lear e gli altri da Basile a Barbero a Lorenzi sono stati bravi nel ricoprire i loro ruoli con duttilità e sicurezza mentre Domenico Bravo, Yennifer Schittino e Francesco Prestigiacomo hanno curato la parte musicale dello spettacolo.
Un’analoga miscellanea fu messa in scena una ventina di anni fa dalla compagnia Mauri-Sturno e una delle sedi fu il teatro greco di Palazzolo Acreide un 31 agosto particolarmente freddo in cui ricordo ancora i funambolismi di Roberto Sturno e un delizioso duetto fra Glauco Mauri e Pina Cei in “Giulietta e Romeo” che, per età, avrebbe dovuto essere improponibile e invec, ancora una volta, dimostrarono che la bravura dell’attore può tutto sul palcoscenico come ad es. farci dimenticare l’anagrafe in ragione del carisma attorale. Queste operazioni sceniche che, sulla carta, sono splendide e geniali, non sempre resistono sulle tavole del palcoscenico e soprattutto al gusto e al giudizio del pubblico che, spesso disorientato pur applaudendo alla fine dello spettacolo alla fatica degli attori non riesce a raccordarsi con spettacoli che sono frutto di frammentarietà all’insegna del luogo comune e lontani da ogni sintesi narrativa.