Todo Modo
di Carmelo La Carrubba


“Todo modo” di Leonardo Sciascia nell’adattamento teatrale di Matteo Collura è lo spettacolo in scena al Teatro Quirino di Roma con la regia di Fabrizio Catalano Sciascia e Maurizio Marchetti in cui si denunciano i mali che affliggono la società italiana. Il romanzo di Sciascia scritto nel 1974 ha l’andamento del poliziesco, un poliziesco particolare (per ritmo e narrazione) perché conosce il seme della colpevolezza della società indagata.

Matteo Collura che è il maggior biografo dello scrittore siciliano, è rimasto fedele all’originale facendo anche tesoro di quanto l’Autore gli veniva confidando sul romanzo durante le loro conversazioni sui fatti narrati.

 

“Todo modo” è una metafora politica dell’Italia del tempo e dato che i contenuti sono ancora attuali possiamo affermare che è metafora dell’oggi; aggiungendo che i temi trattati hanno assunto un valore universale.La critica sciasciana è rivolta contro certi rituali (quali la recita del rosario) dei politici quando si riunivano fuori dei luoghi istituzionali durante i quali venivano prese decisioni da imporre alle istituzioni stesse. Il rituale del rosario rappresenta – per l’Autore- la ragione che si inchina alla fede cristiana mentre una ragione laica voleva essere la rivelatrice della verità che solo lo spettatore può riconoscere. Di fronte alle morti violente e misteriose che si succedono nell’eremo dove sono riuniti tanti personaggi importanti lo spettacolo si snoda con i ritmi del thriller per scoprire la verità che viene intuita ma non svelata.

Sarà lo spettatore a fare giustizia. In questo eremo di Zafer dove ogni anno si riuniscono per i tradizionali esercizi spirituali sono presenti importanti uomini politici, industriali, banchieri, esponenti del clero, ma alcuni di loro scompaiono misteriosamente e da qui si svolge un’indagine serrata volta a trovare i colpevoli. Ma l’inquietante risultato è – come si può intuire - che non ci sono colpevoli o meglio sarebbero tutti colpevoli. La regia prosegue con didascalica fedeltà al testo il gioco drammaturgico del thriller tratteggiando in maniera grottesca, ironico, il ritratto di una casta che per troppa ingordigia si proietta verso l’autodistruzione. La vicenda – in modo particolare – si articola in maniera dialettica su due figure emblematiche, antagoniste, Don Gaetano ben interpretato da Giuseppe Pambieri nel ruolo del prelato importante, dal carisma inquietante e demoniaco che guida gli esercizi spirituali del gruppo e da Diego Rogas interpretato con altrettanto bravura da Paolo Ferrari scrittore ed io narrante della vicenda che ricalca la figura dell’Autore nei panni di un ospite casuale dell’albergo-eremo che viene attratto dalla singolare e affascinante figura di Don Gaetano in un misto anche di ripulsa che un po’ sottolinea il sentimento che la gente aveva verso i politici del tempo, avessero essi la tonaca o la laicità di un abito borghese.

 

E questo tema sciasciano è stato ben reso da questo spettacolo il cui cast è completato da Maurizio Marchetti, Paolo Lorenzoni, Antonio Alveasio, Giuseppe Calcagno, Maurizio Pugliesi, Antonio Lo comare, Andrea Florio. Pubblico attento e plaudente.