Alcesti mon amour

di Carmelo La Carrubba

 

 

Il fascino della tragedia greca è nell’attualità del mito: finchè l’uomo vivrà su questa terra dovrà affrontare il tema della ineluttabilità della morte. Non sempre la rassegnazione ad una fine certa è un atteggiamento consono ai desideri dell’essere umano che per sfuggire alla presa della morte sogna l’immortalità. Ed Euripide con “Al cesti” rappresenta una grande riflessione su questo tema, sul conflitto tra Eros e Thanatos, tra vita e morte attraverso la creazione di un interessante ritratto femminile: Al cesti. Essa per assecondare il desiderio folle del marito Admeto di diventare immortale per sfuggire alla morte si offre vittima sacrificale al suo posto ad Apollo. Sarà poi recuperata e riportata in vita da Ercole direi per una necessità narrativa che serve ad Euripide per approfondire il tema della morte. Nel disegno drammaturgico di Euripide c’è la lucida consapevolezza che nessuno può sfuggire all’ineluttabile come la conclusione della tragedia testimonia che resta intrigante nello svolgimento per la sapiente ambiguità della molla che spinge i personaggi di cui Al cesti è la punta di diamante della vicenda accettando di morire al posto del marito: chi dice per amore di lui chi, invece, è convinto che non sia l’amore a spingerla al gesto ineluttabile rifiutato dai parenti di lui quanto il fatto che, all’epoca, la donna contava poco nella struttura della società greca e nell’immaginario popolare e non solo: basti ricordare il pensiero di Aristotele, di Platone e del loro maestro Socrate; inoltre la protagonista avverte i limiti di diventare vedova e fugge da una tale soluzione come fosse una colpa. Si direbbe che la sua fosse – per molti aspetti –una scelta obb ligata. Invece quello che è interessante drammaturgicamente è la parte finale della tragedia che sembra a prima vista – come sopra detto – se non una forzatura un miracolo impossibile quanto è invece da considerare un inganno che serve per approfondire la riflessione del protagonista Admeto per convincerlo all’ineluttabile.
Premessa necessaria per lo spettacolo “Al cesti mon amour” di Euripide nella traduzione di Filippo Amoroso e nella sapiente drammaturgia e regia di Walter Magliaro andato in scena al Piccolo Teatro di Catania in una versione scenograficamente moderna ma dal cuore antico in quanto ricorre alla maschera per accentuare il lato oscuro profondo del personaggio che così può svelare – attraverso la sua interiorità – la verità. Inoltre la maschera consente diversi ruoli interpretativi ad ogni attore (all’epoca erano solo due attori) e la soluzione di Walter Magliaro non è soltanto una fedeltà filologica quanto una necessità drammaturgica; egli cerca disgelare un qualche segreto di quei rapporti fra personaggi mascherati e sempre presenti in scena. Deducendone che il sacrificio di una vita non è mai indolore né privo di ricatti e soprusi, di compromessi e di promesse mancate, in maniera reciproca per come avviene in una famiglia dove l’ipocrisia e la volgarità spesso la fanno da padrone.
La regia che ha ricreato moltiplicandole la ricchezza dei ruoli e dei dialoghi ha accentuato la ambiguità del testo per rendere ancora più interessante l’apparente confusione e il continuo ribaltamento di prospettive che muove i protagonisti della vicenda.
Se dovessimo rispondere come ad un questionario che ci pone la domanda che significato ha quel velo bianco che dall’inizio alla fine – come un muto fantasma - va da Apollo ad Al cesti, risponderemmo che è la vita ma potrebbe essere la morte. Chi può dirlo?!
In questo gioco registico interessante si pone la prova degli attori da Micaela Esdra che è Apollo,Ancella, Al cesti, Eracle, Ferete a Luigi Ottani che interpreta Thanatos, Admeto, Servo a Marina Locchi,Corifeo I a Diego Florio, Corifeo II che hanno fatto rivivere con la magia del teatro un avvenimento tremendamente antico ma dai risvolti esistenzialmente quotidiani.
Pur nella copertura della maschera si appalesa la personalità dell’attore che trova nella Esdra un’interprete dal pathos profondo. Ben coadiuvata da Luigi Ottani a cui seguono Marina Locchi e Diego Florio.
Ben disegnate le maschere espressive di Giuseppe Andolfo. Ben aderenti alle tematiche del testo le musiche di Mazzucchetti. La scenografia a cui ha collaborato Sebastiano Di Gesù ha consentito percorsi scenici ed atmosfere adeguate allo svolgimento della vicenda. Assistente alla regia Ilario Greco.
Pubblico attentissimo per circa due ore di spettacolo senza intervallo, ha applaudito durante e alla fine dello spettacolo più e più volte.