Omaggio ad Alda Merini
di Carmelo La Carrubba



La poesia di Alda Merini (1931-2009) vive anche sul palcoscenico del Teatro Brancati per Città Teatro-Danza in “ Schegge – Omaggio ad Alda Merini” (in scena il 7 e L’8 dicembre) ispirato alla sua vita in cui l’elemento predominante è la leggerezza come cifra stilistica dello spettacolo.
Di fronte ad una tematica forte che investe il tema della follia gli autori dello spettacolo in questo riuscito connubio fra parola e danza hanno scelto la via della semplicità e dell’ascolto della sonorità che è insita nella poesia della Merini fra le più sincere nel panorama novecentesco.


La Merini è stata una donna che ha vissuto per tanti anni la vita del manicomio e che però in esso vide – al di là della barbarie dell’elettroshock – la protezione alla sua fragilità di essere umano che poteva essere sopraffatto e stritolato dalla vita. Essa che anche nella sua lucidità non sempre fu adeguata alla vita ma che amò con tutte le sue forze e la seppe cantare nella sua poesia come pochi – con parole che rimarranno per sempre. Fra l’altro questa donna sposò tre volte , ebbe cinque figli e una spiccata femminilità; e nella sua poesia trovò più che nei farmaci la salvezza. A volte desiderò anche di essere un uomo ma non per rinunciare alla sua femminilità o alla maternità ma perché aveva capito che nella società in cui viveva il potere era nelle mani degli uomini. A cui era concesso tutto mentre la condizione di donna era diversa e quella di folle ancor più perché reclusa lei che amava gli spazi immensi della vita e della libertà.


Nel raccontare la Merini la regista Melina Zumbo e la coreografa Silvana Lo Giudice si sono divisi lo spazio scenico ponendo sul proscenio in un angolo le poche cose quali libri, un quaderno e una matita strumenti indispensabili ad un poeta qual’era la Merini interpretata con sensibilità e bravura da Egle Doria e dall’altro lato è stato posto il narratore, nei panni del quale è Agostino Zumbo che compendia con misurate parole tutta la storia della poetessa; mentre sul palcoscenico sei abili danzatrici hanno dato corpo ed armonia ai fantasmi e alla vita della Merini fondendo in un’unica narrazione biografia e poesia con la musicalità e il ritmo del verso e della danza. Uno spettacolo di un’ora circa in cui Egle Doria ha ri-vissuto momenti importanti di una vita particolare mentre Agostino Zumbo ha letto con misura e quasi distillandole le parole poetiche della Merini in perfetto accordo con le danzatrici. Per cui nel passaggio dalla parola alla danza le coreografie della Lo Giudice visualizzavano i fantasmi di una vita, raffigurando la follia come un lenzuolo che avvolge e immobilizza la protagonista: in un successivo accordo la metafora diventa palese quando il narratore la libererà: così come la poesia liberò la Merini dalla follia. Oltre ad apprezzare l’impostazione registica dello spettacolo e l’assenza di tempi morti nel rievocare con leggerezza una storia dolorosa, non resta che sottolineare come poesia e danza abbiano trovato una rara sintesi spettacolare che va a tutto merito degli autori: Lo Giudice e Zumbo. Le musiche di Aubry, Mertens e Nyman hanno dato il ritmo allo spettacolo come un orologio alla vita. Ben affiatate, in splendida forma e instancabili le sei danzatrici Liliana Gaglio, Olga Nicoloso, Anna Sperandeo, Antonella Squillaci, Giorgia Torrisi, Silvia Torrisi hanno espresso attraverso la libertà dei movimenti la poesia dei versi della Merini, i suoi stati d’animo, la sua straripante femminilità.


Pubblico attento e coinvolto. Ha applaudito durante e alla fine dello spettacolo.