Alla meta
di Carmelo La Carrubba

 

 

Se non fosse per la drammaticità della situazione che si innesta nella lucida disperazione della protagonista questo spettacolo “Alla meta” di Thomas Bernhard per la regia di Walter Magliaro in scena al Teatro Musco per lo Stabile catanese potrebbe avere l’andazzo e lo sviluppo di una commedia. Il titolo suona ironico perché i protagonisti non raggiungono nessuna meta interiore e il viaggio che loro effettuano verso la casa a mare è un calvario per i rapporti ossessivi della madre nei confronti della figlia. Infatti non è una commedia e non sfocia nel riso per la crudeltà della condizione in cui si viene a trovare la protagonista: una attrice che ha derogato dal suo ruolo.

Essa è una teatrante con nonno clown che invece di continuare – come da tradizione – la carriera di attrice sposa per interesse un industriale che, fra i suoi beni, possiede una casa a mare da lei sempre sognata. Una condizione che pagherà a caro prezzo: l’uomo che ha sposato ha il suo disprezzo e i figli avuti da lui sono un bambino con pelle avvizzita, da vecchio, che muore in tenera età e una figlia che porta i segni di un vago ritardo con cui vive dopo la morte del marito.

Questo dramma che racconta un ambiguo rapporto familiare nello scorrere delle stagioni e nell’attesa di trascorrere i mesi estivi nella casa a mare è in fondo la rappresentazione di un quadro apparentemente normale che si sviluppa in maniera anormale e ciò accade quando si deroga da alcune regole: la madre che abbandona il suo ruolo di attrice e sposa l’industriale (c’è forse una metafora da leggere, oggi, sull’artista di teatro che deve puntare sulle proprie forze e non sulle sovvenzioni governative?) : la madre che schiavizza la figlia e dopo lo scrittore di teatro che li accompagnerà in villeggiatura: altri contrasti con la realtà: gli operai che chiedono la parcella per la tomba del marito o il pubblico a teatro che decreta il successo di un testo o di una prova di attrice.

Inoltre questo testo così come gli altri dell’autore viennese rappresentano la crudeltà dell’animo umano anche nei rapporti di una madre verso una figlia e si avvalgono di una rivoluzione strutturale nell’economia dello sviluppo scenico: si vanifica il dialogo fra i protagonisti nella ricerca della verità e si affida questo compito alla protagonista che attraverso il monologo diventa la sola con l’uso della parola; a lei è devoluto il compito di svelare il mistero di una verità che solo il teatro può contraffare o rivelare.

Un grande compito di responsabilità su un attore, nel nostro caso un’attrice Micaela Esdra che tiene la scena e dà parola al personaggio (nel primo atto per cento minuti): con grande impegno e capacità recitative che sono della grande attrice.

Il ruolo della madre che nel passato è stato della Moriconi, della Nuti, è sicuramente capace di stroncare una giovane “velocista” della scena mentre questo ruolo è per maratoneti  non solo per la tenuta ma perché riassorbe e condensa in sé spazio, movimenti, suoni, parole, maschere di una intera compagnia.

Rita Abela nel ruolo della figlia ha momenti di credibilità sorprendenti per i pochi spazi che la crudeltà della madre le consente; così Giovanni Sacchetti nel ruolo de “Lo Scrittore di Teatro” asciutto e misurato ha riempito con bravura lo spazio che il testi gli ha riservato.

Grande attenzione del pubblico su cui si riversava la “crudeltà” dell’autore e la bravura della Esdra ben ricompensata dagli applausi convinti degli spettatori.