Alla meta
di Carmelo La Carrubba


Un testo complesso per una grande attrice, Micaela Esdra, che dà voce e corpo al personaggio principale di una madre che domina lo spettacolo “Alla meta” di Thomas Bernhard in scena dal 30 gennaio al 6 febbraio al Teatro Musco per lo Stabile di Catania.
E’ la storia di una madre ossessiva che tratta duramente ma verbalmente la figlia un po’ ritardata mentre prepara i bagagli per l’annuale villeggiatura in un clima particolarmente agitato perché questa volta ci sarà un ospite, un drammaturgo conosciuto da poco. Su questo schema abbastanza normale se ne intravede un altro che sembra anormale.In quanto la madre vedova di un ricco industriale da cui aveva avuto due figli, uno dal volto senile prematuramente morto e l’altra lievemente ritardata succube della madre proviene da una famiglia circense.E’ una situazione singolare e anormale in quello che è il clichè di una famiglia borghese ma le origini circense della madre spiegano il carattere dispotico, da domatrice di lei nonché l’anormalità della situazione. Anche quando c’è la presenza dello scrittore che gode le simpatie della figlia l’atteggiamento della madre non muta fino al punto di ingenerare il dubbio che la potenza dominatrice della madre sulla scena e sugli altri sia il motore non tanto per raggiungere una meta che, in verità, non si capisce quale sia mentre diventa chiaro che quello che conta non è la meta ma la performance per raggiungerla.

Ed è qui che il gioco drammaturgico della vicenda dominato dalla madre cioè dell’attrice che la interpreta sviscera in un formidabile crescendo la sua storia con un linguaggio scenico preciso, puntuale ossessivo fino alla paranoia.
Micaela Esdra domina la prima parte dello spettacolo da giocoliera della parola mentre, in maniera esplicita, nella seconda parte, quando anche la scena assume la forma circolare della pista circense, diventa una funambola del gioco scenico mentre il suo “delirio” verbale assume i toni dell’assoluto.
Pertanto risulta chiaro che la meta non è altro che l’esibizione dell’attore e che solo il teatro, in maniera spietata, può dare e che la storia della madre è la storia dell’attrice che attraverso la parola, il suo uso, nonché l’uso dell’abuso, riesce ad esprimere sulla scena, in maniera artistica la crudeltà e il dominio, la anormalità e il sopruso attraverso sia il mestiere e la tecnica ma soprattutto il talento e la passione per un’arte e una disciplina che vanno sempre esercitate e amate.
In questo discorso sembrerebbe che la regia sia solo quella interna al personaggio e non alla drammaturgia che dà al personaggio la possibilità di eccellere creando quei tempi e quelle atmosfere consone all’azione scenica e questa simbiosi fra Walter Magliaro e Micaela Esdra è consolidata dall’arte e dalla vita.
Ben funzionali le scene di Sebastiana Gesù e le musiche di Ilario Greco.
Rita Abela è la figlia e pur nel poco spazio che le lascia la madre esprime temperamento e bravura. Ben introdotto nella parte dello scrittore di teatro Diego Florio.
Pubblico attento e dopo la lunga e apprezzata rappresentazione ha applaudito più e più volte con forza e convincimento.