Amleto
di Carmelo La Carrubba


Il protagonista della tragedia di Shakespeare “Amleto” (Ottima la traduzione di Alessandro Serpieri) in scena al Teatro Stabile Verga di Catania, incarna il dubbio esistenziale dell’essere umano in un’epoca, il Seicento, quando vengono meno le certezze rinascimentali e l’uomo – dopo aver cercato di capire la differenza fra essere e non essere, del fare e dell’apparire, affronta qualunque difficoltà per smascherare la menzogna. Questa sua ricerca conferisce modernità al personaggio il quale trova, alla fine, nella morte la certezza alle sue dubbiose domande.


In questo noir come nel genere giallo o nel poliziesco è d’obbligo la ricerca della verità e Amleto è alla ricerca non solo delle verità metafisiche ma anche di quelle quotidiane dove il delitto spesso è l’esito di una risoluzione dei conflitti umani. Nel nostro caso il protagonista ha scoperto e ne avrà successivamente la certezza che il fratello del padre – coadiuvato dalla propria madre – ha ucciso il proprio padre per impossessarsi del trono del regno di Danimarca. A svelare l’intreccio e a indicare gli assassini del padre sarà la rappresentazione teatrale che Amleto farà fare ai comici nella reggia davanti al re che turbato da dramma che rappresenta il suo delitto si allontana tradendo una profonda inquietudine. Nella scena del teatro nel teatro Shakespeare sottolinea come il teatro sia capace di scoprire la verità raccontando storie inventate diventando metafora letteraria o dello spettacolo.
Altro espediente è la follia del protagonista che in teatro diventa una maschera per muoversi ed ad indagare senza rivelare le proprie intenzioni. Questa follia ha radici antiche in quanto la “usavano” i tragici greci e appartiene alla follia data dagli dei che è superiore addirittura alla sapienza degli uomini. Al di là della follia vera questa forma di follia è soltanto un “dono divino” che diventa maschera nell’uso che ne fa il Baldo nel caratterizzare lo strano comportamento del protagonista.
Nella rappresentazione di questo noir lo spettacolo di Cartiglio si avvale – sua la coreografia e i costumi – della prevalenza del colore nero; inoltre regia e scenografia (assieme alla musica di Matteo D’Amico e alle luci di Gigi Saccomandi) hanno reso mobile il piano del palcoscenico per renderlo funzionale ai movimenti scenici e hanno scelto il nero delle quinte per sottolineare la parte insondabile dell’anima per meglio concentrare l’attenzione dello spettatore sulla drammaturgia della storia, l’interpretazione dei personaggi, sulla visione di un avvenimento che ha, a tratti, i toni foschi dell’incubo. In questa prospettiva di buio assoluto Amleto è la tragedia della morte.


Luca Lazzareschi è un nevrotico, autentico Amleto con tutte le caratteristiche che abbiamo notate; dà al personaggio alla fine una insolita rassegnazione come presagio di una fine imminente ed ineludibile.
Galatea Ranzi è Gertrude, regina di Danimarca e madre di Amleto, interpreta il personaggio con fredda consapevolezza dando al ruolo quella autorità che deriva dall’esercizio del potere, di cui è schiava come della passione per il cognato che fa parte del potere. Appare poco credibile, per il suo giovanile aspetto, nei riguardi del figlio che, in questa edizione, non appare così giovane.
Claudio, il re, il tiranno, il fratricida è interpretato con toni sicuri da Luciano Roman che vacillano quando nella confessione con sé stesso cerca il perdono.
Orazio è Paolo Musio, Laerte è Simone Toni; Nello Mascia nel ruolo di Polonio si muove fra i toni autoritari del padre e quelli cortigiani del consigliere.
Ofelia è Eva Drammis in un ruolo in cui il personaggio viene dominato dagli altri e dagli eventi e la cui follia non è maschera ma manifestazione di una malattia che la porta al suicidio.
Sergio Basile e Francesco Barbero hanno interpretato, nei tanti ruoli, anche quelli dei comici. Un cast di diciotto attori gestiti al meglio che si inseriscono nei vari ruoli con sicura professionalità.


Ho l’impressione – al di là del valore dello spettacolo – che il pubblico – componente determinante dello spettacolo – non gradisca spettacoli della durata di tre ore e quaranta minuti anche perché, in altre occasioni, si sono apprezzati registi, attori e maestranze con spettacoli di circa due ore senza che questi abbiano rinunciato all’essenziale e alla qualità anche perché questi ultimi non sono riusciti a darci di più; anzi c’è il rischio di sale mezze vuote che da un atto all’altro rischiano di svuotarsi.