Le antigoni
di Carmelo La Carrubba

 


Che il fascino del mito sia ancora intatto lo avvertiamo tutte le volte che cerchiamo una spiegazione agli enigmi dell’esistenza: tutte le volte le volte siamo costretti a riflettere sulle origini delle nostre pulsioni per capire noi stessi; ed è così che il mito rimane vivo ed inesauribile nelle sue risonanze.
Un conferma a quanto sopra detto ma è anche un arricchimento, è lo spettacolo “Le Antigoni” (da Soflocle a Brecht a Zambiano) su progetto scenico e regia di Gianni Salvo andato in scena al Piccolo Teatro di Catania, dove dal mito greco si perviene ad un orizzonte di rinascita, ad una visione utopica affidata a Polinice per una fratellanza umana.
Conosciamo tutti – ma per l’unico che l’avesse dimenticata – la storia di Antigone, l’eroina sofoclea che sfida le leggi dello zio Creonte: egli incarna il potere dispotico , è geloso della propria immagine, interpreta il suo ruolo duramente fino a negare le ragioni del cuore. Fa incarcerare la nipote ( che poi si suiciderà in carcere) perché ha violato la legge seppellendo il fratello Polinice che aveva combattuto – in uno scontro fratricida – contro Tebe di cui Creonte è il re.


Questa tragedia di Sofocle ha un fascino particolare perché affronta uno dei temi “eterni” dell’umanità: lo scontro fra il rigore della legge dello stato e le leggi del cuore e del sangue che vuole sia “giusto” seppellire un morto e non lasciarlo alla mercè degli avvoltoi. Gli argomenti abbondano fra i due schieramenti ma le simpatie, in massima parte , vanno all’eroina che diventa anche il simbolo della libertà della donna, della generosità del cuore capace di incarnare le emozioni della poesia. Ed è quello che ha fatto Gianni Salvo, andando oltre, come sopra è stato indicato, attingendo alla lettura di Maria Zambiano – dopo quella rigorosa di Brecht – in cui la scrittrice spagnola (vissuta al tempo della dittatura di Franco) autrice de “La tomba di Antigone” immagina che l’eroina greca abbia avuto una fine diversa dal suicidio: la Zambiano considera Antigone chiusa in una tomba in cui evoca i fantasmi dei protagonisti della sua esistenza con cui progetta una nuova vita in cui la legge sia sostenuta dall’amore.


Un progetto visionario nei contenuti a cui Gianni Salvo ha dato vita su una scena con pochi ma significativi simboli evocativi, la tomba dove Antigone soggiorna sdoppiandosi fra la ragazza greca di ieri e una giovane di oggi.
Se i costumi della Sessa sono “anonimi” non altrettanto si può dire delle maschere che rappresentano un modo di recitare e fare teatro tipico del mondo ellenico. Nella narrazione scenica Gianni Salvo si è affidato agli attori e alla loro forza evocativa, alla parola, ma anche alla fantasia e creatività del pubblico che nell’intimità di uno spazio limitato (non godendo dell’aria aperta degli anfiteatri) ha la possibilità di rendere più intenso il rapporto dell’attore con lo spettatore. Particolare attenzione merita la partitura musicale novecentesca di Pietro Cavalieri che ha creato emozioni e suggestioni a quanto suggeriva la scena in una fusione esemplare. Un compito arduo quello degli attori ben risolto anche nel gioco degli specchi e nel duplicare la partitura della protagonista con due brave attrici che sono Maria Rita Sgarlata e Tiziana Bellassai; Antonimo Caruso (Coro e Creonte) e Gianni Salvo nei panni di uno sconosciuto.
Pubblico attento per tutto la durata dell’atto unico (circa 60 m’): è esploso alla fine in un lungo persistente applauso.