L'aria del continente
di Carmelo La Carrubba

 


Molière in una sua commedia fece la satira spietata del borghese altrettanto fa Martoglio ne “L’aria del continente” col ricco possidente di paese, il siciliano don Cola Duscio. Un ritratto satirico di indubbia comicità sulla provincialità che sottolinea quanto sia causa ed effetto di un modo di intendere particolare capace solo di creare equivoci e fraintendimenti. Parliamo del capolavoro di Nino Martoglio che ritrae una certa Sicilia in un determinato periodo della sua storia in maniera comica-grottesca lasciandoci un ritratto indimenticabile di questo microcosmo di provincia. Tant’è che questa commedia è stata rappresentata dalle più importanti compagnie iniziando nel 1915 da Angelo Musco a Milano. Per lo Stabile catanese c’è l’edizione del 1970 (Teatro delle Muse) con Turi Ferro interprete principale e regista e scene del pittore Ciccio Contraffatto fino allo spettacolo odierno in scena al Teatro Musco, sempre per lo Stabile di Catania, con Pippo Patavina protagonista che ne cura anche la regia. Su questo testo gravano alcuni pregiudizi da parte della critica che l’ha sempre considerato un prodotto dialettale e verista senza percepirne l’ansia di rinnovamento che l’animava. Inoltre la cultura libresca – fuori dalle tavole del palcoscenico – ha considerato sempre il genere comico come subalterno al tragico senza notare la freschezza di chi sa cogliere le contraddizioni del vivere, la capacità di far ridere anche criticando se stessi con l’autoironia. Infine non si apprezzò abbastanza nel passato quello che fu un punto di forza del linguaggio di Martoglio: la sua parlata catanese, creativa, giocata su diversi registri fonici e concettuali, spinta alla deformazione del tragico fino al grottesco adoperando il dialetto come risorsa espressiva che raggiunge risultati qualitativi inimmaginabili.


Questo spettacolo sottolinea fin dal titolo come “L’aria del continente” è quella pretesa che hanno alcuni di differenziarsi dagli altri del proprio ceto e condizione perché credono di avere acquisito qualità e aperture mentali che altri nemmeno riescono a concepire. Come è quello che succede a Don Cola Duscio che dopo un intervento di appendicectomia a Roma torna completamente trasformato nel fisico, nell’abbigliamento e nel modo di pensare e in compagnia di Milla Milord, una sedicente aristocratica romagnola in verità una chanteuse e di origini, come si scoprirà alla fine, siciliane. Una avventuriera in cerca di gonzi. Per don Cola è l’inizio di una nuova vita, di una nuova cultura, di una nuova libertà verso le donne. Però la realtà dei rapporti che la falsa milord istaura con i paesani mette a dura prova la gelosia di don Cola che nell’epilogo a sorpresa svelerà al protagonista che l’astuta amante è di Valguarnera Caropepe, è figlia di padre ignoto e si chiama Concetta Cafiso.


Ha ben sostenuto il ruolo Luana Toscana su cui gira la vicenda con sobrietà e bravura. Ma il punto di forza dello spettacolo è Pippo Patavina che nei panni di don Cola ha modo di eccellere come brillante dicitore, comico-grottesco per le situazioni che affronta, per gli equivoci che crea e che deve affrontare, per la capacità di saper rappresentare attraverso il racconto, adoperando una lingua particolare, un improbabile intervento con risvolti comico-grotteschi esilaranti; di creare con la sorella – la bravissima Olivia Spinarelli – dei duetti di rara efficacia come con il cognato altrettanto bravissimo Marcello Per racchio che ci sorprende con la sua mutazione culturale di paesano anch’esso travolto dall’astuta Milord.


La caratterizzazione di ogni personaggio è stata interpretata al meglio da Fantesca Ferro, Nellina Laganà, Sara Emmolo, Alberto Bonaria, Vittorio Di Paola, Carlo Ferreri, Pippo Marchese, Carmelo Mascolino, Plinio Milazzo, Bruno Torrisi, Aldo Toscano, Giovanni Vasta.
Scene e costumi di Giuseppe Andolfo, musiche di Pippo Russo, Movimenti coreografici di Donatella Capraio e luci di Franco Buzzanca.
La regia di Pippo Patavina nel restituirci uno spettacolo in tutta la sua efficacia si è basata nel rispettare – come in una partitura musicale – e nel mantenere i tempi comici sempre tesi e incalzanti per tutta la durata del lungo spettacolo che ha tenuto ben desti gli spettatori che hanno applaudito durante e alla fine dello spettacolo con divertimento ed entusiasmo.