Arlecchino servitore di due padroni
di Carmelo La Carrubba

E’ in scena, alla sala “Verga” dello Stabile di Catania “Arlecchino servitore di due padroni” di Carlo Goldoni, regia di Giorgio Strehler e messa in scena di Ferruccio Soleri che ne è il protagonista, spettacolo simbolo del Piccolo Teatro di Milano che dal 1947 viaggia ininterrottamente in Italia e all’estero. Questo testo di Goldoni è anche un omaggio all’autore di teatro che per primo scrisse le sue commedie al soldo delle compagnie teatrali. Egli, dall’esercizio del mestiere, ricavò i principi compositivi che gli consentirono di raggiungere, dall’interno del teatro, gli obiettivi indicati dalla cultura letteraria del tempo che delegava all’autore dei testi la conduzione dello spettacolo.
Negli ultimi anni del settecento a Venezia, Goldoni fu il primo autore comico italiano e lo diventò per fare superare al teatro comico italiano una profonda crisi dovuta sia all’egemonia del melodramma sia al fatto che i comici non frequentavano Venezia per non entrare in competizione con i sontuosi all’allestimenti operistici. Goldoni fu un grande rivoluzionario della scena in quanto modificò i ruoli tradizionali della Commedia dell’Arte mettendo in scena coloro che li impersonavano: così fu risolto il problema delle distribuzioni delle parti; ricavò all’interno del mondo comico un repertorio di situazioni, di affetti, di tipi psicologici che si prestavano a rappresentare i vari strati sociali della popolazione.
Creò i caratteri dei personaggi e salvò dalle tradizioni tecniche dell’Arte le azioni pantomimiche, la presenza dei “generici” ,monologhi e concetti da mandare a mente, l’uso di linguaggi e dialetti differenti compreso un italiano particolare che veniva parlato dagli innamorati e infine i lazzi e le acrobazie della maschera come vitalità sua e del teatro.

In questa breve sintesi c’è buona parte della impostazione goldoniana della nuova scrittura teatrale e per come deve intendersi lo spettacolo teatrale. Strehler intuì la lezione di Goldoni e portando in scena questo spettacolo volle rappresentare con esso l’essenza stessa del testo e infatti in una sua dichiarazione egli ebbe a dire “Questo spettacolo ci ha accompagnato per tutta la vita rinnovandosi volta per volta”. Perché sappiamo che questo spettacolo è – ripetiamolo – il simbolo stesso del teatro, la sua rappresentazione in quanto dal ’47 prima con Marcello Moretti e dopo con Ferruccio Soeri è nato e rinato nel corso degli anni con centinaia di attori che lo hanno recitato. Esso testimonia inoltre della grande importanza del mestiere nella figura del teatrante nel sapere creare e rappresentare uno spettacolo e nel saperlo mantenere vivo nel tempo.

Nello spettacolo in scena la maschera di Arlecchino cattura lo spettatore con la sua spontanea ingenuità, per quelle esigenze elementari ma universali che caratterizzano ogni uomo quale la necessità di mangiare e quella di avere un lavoro e nel caso di Arlecchino ( nell’originale è Truffaldino) di avere un lavoro da due diversi padroni. E’ uno spettacolo finalizzato al divertimento puro, alla baldoria, all’analisi sociale e nell’allestimento di Giorgio Strehler sfiora la perfezione in un gioco ironico ed auto ironico fra i personaggi sia sulle situazioni sia sul modo di recitare aggiungendo allo spettacolo ulteriore motivo di intrigare e di rendere ulteriormente comiche le situazioni anche interloquendo con il pubblico da parte del suggeritore come a coinvolgerlo ancor più nello spettacolo. Anche la scena di Ezio Frigerio è la metafora del teatro nella sua essenzialità: una tenda-fondale che muta a seconda della realtà e delle illusioni che si succedono. La divisione degli spazi: quello rituale per la recita e quello dove la maschera riposa; di un teatro nel teatro ante litteram che nella sua semplicità rappresenta tutte le risorse della scena.

Franca Squarciapino ha creato i costumi di questa commedia popolare in maniera efficace, le musiche di Fiorenzo Carpi e le luci di Gerardo Modica completano le componenti dello spettacolo. Ferruccio Soleri dà vita alla maschera di Arlecchino con una giocosità mimica e gestuale fino al virtuosismo o alla acrobazia, certamente un po’ smorzata rispetto al passato ma in compenso puntando su una recitazione in cui prevale l’umanità del personaggio e la sua spiccata personalità. Ottimo tutto il cast perché affiatato e compatto come dimostra la scena della cena di Arlecchino rappresentata come una partita di rugby a cui tutti partecipano in maniera precisa e puntuale. Pubblico plaudente e soddisfatto durante e alla fine del lungo spettacolo.