Aspettando Godot
di Carmelo La Carrubba



Fra l’attesa e la speranza si sviluppa il capolavoro di Beckett (1906-1989) “Aspettando Godot” (1952) lo spettacolo andato in scena al Centro Zo alle ciminiere con l’intrigante regia di Guglielmo Ferro che in questa appropriata riduzione siciliana fa di tutto per avvicinarsi e capire e far capire le intenzioni artistiche dell’irlandese che pur vagando – apparentemente – nel vago aveva idee e convincimenti precisi sul modo di fare spettacolo e sui contenuti metafisici da esprimere.

 

In questa commedia in cui non succede mai niente agiscono persone che soffrono e sono felici e non hanno capito che stavano guardando la loro vita, una metafora della vita qual è l’attesa del domani che sfocia nel nulla e nell’attesa – in questa attesa – l’uomo svolge la propria vita: tant’è, che è stato detto, che in questa “storia” che non ha un inizio né una fine, ci ammalia perché è la nostra storia. Infine quest’opera rivoluziona il dramma naturalistico trasformandolo in farsa o – al limite – in una commedia “per passare due ore al buio senza annoiarsi”.


Beckett vedeva il mondo come incomprensibile e l’uomo condannato a compiere una serie di gesti privi di giustificazioni e di scopi. Una visione del mondo che era stata già espressa da Sartre e Camus che però nei loro testi teatrali avevano seguito dei procedimenti logici, costruito intrecci attendibili e personaggi e idee riconoscibili (cioè erano rimasti nei modelli del naturalismo) mentre in Beckett questo cessa di esistere; cessava la favola, non c’erano personaggi né vicende di cui seguire le peripezie, né una trama da seguire. Non c’era neppure un messaggio esplicito. O non esplicito ma da ricercare: quello della speranza che c’è nell’attesa che arrivi Godot. E la speranza – vi chiederete – non è un segno carico di valori umani e metafisici?
Come Beckett aveva raggiunto questi risultati? Ma attraverso una visione più che tragica grottesca della condizione umana. Inoltre alla dissoluzione della trama si accompagnava quella del linguaggio, alle tecniche tipiche del dramma si alternavano quelle del circo, del varietà, del cabaret che derivavano dal surrealismo che dava libertà di manifestazione a quello che l’individuo conservava dentro di sé, nel suo mondo interiore.
In Godot una delle caratteristiche del testo è che nessun significato è esplicito ma che ogni nome o situazione ne ricordano altre o sono la metafora di una condizione o umana o spirituale senza dimenticare che niente è dato per scontato: a chi chiedeva a Beckett chi fosse Godot egli rispondeva che se lo avesse saputo lo avrebbe detto, in un’altra che se lo avesse saputo non avrebbe scritto la commedia.

Il significato più ovvio deriva nel vedere in Godot il diminuitivo di God (e questo comporta una lettura dell’opera come variazione sul tema della morte di Dio); altra caratteristica come in Charlot di Vladimir ed Estragon hanno la bombetta in testa, vestono abiti malridotti ma con pretesa di eleganza com’è nel famoso vagabondo chapliniano, eroe novecentesco. E infine a proposito di Godot, Beckett stesso una volta ebbe a dire che il nome è sinonimo di “godasses” che è un sinonimo popolaresco di scarpe (quelle scalcagnate: come quelle troppo strette di Estragon o troppo larghe per i piedi di Vladimir). Infine Vladimir significa etimologicamente “colui che porta pace, che stabilisce l’ordine” mentre Estragon si rifà forse allo spagnolo “estrago” che vuol dire “distruzione”. Forse Beckett non aveva in mente quanto detto ma è certo che il contrasto fra i due personaggi è totale: Vladimir aspetta Godot, Estragone, ammesso che aspetti qualcosa, attende solo la morte che, a volte, progetta di affrettarla. Vladimir ricorda tutto. Estragone dimentica ogni cosa. Vladimir solleva il problema dei due ladroni crocifissi insieme a Cristo e definisce “una percentuale onesta” il fatto che uno dei due si sia salvato. Sembrano i due vagabondi le facce complementari della stessa stessa persona e infatti nonostante abbiano opinioni diverse non riescono mai a dividersi. E poi c’è l’interrogativo centrale su Godot dopo due appuntamenti in due sere consecutive debba necessariamente non arrivare mai. Che alla fine è irrilevante perché come abbiamo già detto il tema è l’attesa o meglio ciò che accade o che può accadere mentre si aspetta: è anche un modo di fare trascorrere il tempo che comunque passerebbe ugualmente nel tentativo di stabilire un contatto di qualsiasi genere con un altro essere umano. Ed è impeccabile la puntualità dei due nell’attendere Godot mentre dal loro chiacchiericcio sembra affiorare un barlume di speranza. Il loro linguaggio, le loro gag sono da circo, da varietà.
L’altra coppia è costituita da Pozzo e Luky: azzardiamo delle interpretazioni: l’uno potrebbe essere il corpo l’altro la mente L’uno il superego l’altro l’io; o si può fare una lettura sadomasochistica o rappresentare una metafora sociale se non proprio della lotta di classe, del rapporto fra padrone e schiavo in un sistema capitalistico in cui, fra l’altro uno mangia pollo e gli altri solo le ossa. Eppure il povero Luky sembra il più fortunato perché è senza speranza e non aspetta più niente rispetto al suo padrone che appare tronfio e sicuro di sé nel primo atto mentre è smarrito nel secondo perché è diventato cieco e inciampa ad ogni ostacolo finendo goffamente per terra.


A questo punto ci chiediamo allora che cosa racconta “Aspettando Godot”? Non c’è una risposta ma alcune possibili nessuna delle quali può rendere conto di tutto. Semmai quello che resta è l’immagine di questi personaggi ora patetici ora grotteschi riescono a lasciarci sulla loro e la nostra condizione di uomini che cercano di trascorrere il breve tempo concesso loro sulla terra accarezzando speranze che forse non si realizzeranno mai, che sperano di trovare un senso alla loro esistenza in ciò che fanno per restare in vita. I due atti finiscono alla stessa maniera “Allora andiamo?” “Andiamo” si dicono scambiandosi la battuta i due vagabondi ma “Non si muovono”.
La vivacità dell’opera sta ancora nella capacità che ha di far ridere sulla miseria della nostra condizione.


Guglielmo Ferro ha dato consistenza all’attesa e ha reso credibile l’assurdo di una situazione grottesca che condiziona gli uomini con una regia intelligente che tiene conto innanzitutto di ritmi scenici sostenuti che tengono desta l’attenzione del pubblico e nello stesso tempo – ripeto – danno consistenza a quell’attesa fatta di niente, danno possibilità all’attore di costruire – anche se in maniera faticosa – il personaggio e di “raccontare” anche se in maniera da circo, cabarettistica, metafisica una storia in cui i motivi comici nel loro grottesco sono tristi e amari e il riso che scaturisce ritorna in gola. Il merito oltre che della regia è degli attori bravi e affiatati che hanno contribuito a creare questo straordinario gioco scenico in cui sono presenti e ben rappresentati i motivi che abbiamo sopra elencati trascinandoci – come pubblico – in questa avventura artistica in cui abbiamo apprezzato bravura e maturità attorale nonché l’ottima forma di Agostino Zumbo nel ruolo di Vladimir e del suo contrario e alter ego Estragone di Rosario Minardi , inoltre il personaggio di Pozzo delineato da Domenico Gennaro – il padrone – che gioca col siciliano facendone risaltare musicalità e significati ben coadiuvato da un ottimo Lino De Motta nel ruolo del servo. Infine c’è Ivano Cerra il ragazzino che annuncia “il signor Godot, arriverà sicuramente domani” al suo debutto: fresco spontaneo come la speranza di cui è messaggero.
Una scena spoglia fatta di fogli di giornali ma carica di significati col mitico albero al centro e una musica da varietà che apre e chiude lo spettacolo che è stato ben apprezzato dal pubblico che l’ha a lungo applaudito.