L'avventura di Ernesto
di Carmelo La Carrubba

 

Fare una sorpresa alla propria famiglia dopo circa vent’anni che si è morti è un grande azzardo perché niente è più come prima, dalla scrivania che è stata tolta dallo studio, alla moglie che ha un amante. Perché l’evento di un tale che ritorna in vita più che un fatto reale è una metafora paradossale per affrontare la realtà dell’oggi in maniera grottesca.
La vicenda accade il I° novembre del 1969 in un interno borghese dove le pareti sono tappezzate in maniera da custodire la memoria di Ernesto, uno scrittore morto da quasi vent’anni. Su quest’immagine si apre lo spettacolo “L’avventura di Ernesto” di Ercole Patti, regia di Giovanni Anfuso, che lo Stabile di Catania ha messo in scena al Teatro Verga dopo una precedente edizione del 1971.


Con questo testo la tematica dell’assurdo debutta nella tranquilla scena italiana sconvolgendo ogni logica in quanto è la morte che diventa protagonista con tutte le conseguenze del caso : Ernesto, dopo sedici anni dal decesso, viene riportato in vita grazie ad un esperimento scientifico e il suo ritorno alla vita diventa un affare ingombrante, qualcosa di più imbarazzante della morte stessa. Il ritorno in vita di un uomo crea problemi esistenziali, contrasti fra i suoi desideri e il suo decrepito stato di salute, un impatto sociale particolare e uno sconvolgimento imprevisto con l’apparato burocratico che garantisce la nostra identità.


Questo racconto di Ercole Patti, adattato alla scena, ricco di intenzioni nobili per una critica ai principi etici del Novecento, non riesce ad esprimere una drammaturgia che ne sappia interpretare i contenuti né, per altri versi, volgendoli al comico attraverso la deformazione grottesca della realtà, ha saputo impostare i termini della commedia per ridere dei nostri vizi e ancora: se questa avanguardia avesse avuto lo stesso respiro europeo di un Ionesco o di un Beckett, attraverso “L’avventura di Ernesto” avremmo avuto una riflessione sulla vita o la morte o l’eros che domina i nostri desideri e non una commedia leggera su un uomo che, ritornando a casa, è l’unico a restare sorpreso che la moglie abbia un amante o la figlia indossi una minigonna che fa intravedere le mutande e che inoltre non è tenuto in quella
Considerazione di scrittore che credeva di meritare in quanto gli amici letterati ne vedono solo i limiti e i familiari hanno adoperato i suoi manoscritti per pulire i vetri o attivare il fuoco.
Ne è venuto fuori, in questo spettacolo, un gioco scenico poco convincente sia nei riguardi del protagonista, il morto-vivo, sia nei riguardi di amici e parenti che ad un certo punto si muovono sulla scena come in una danza alla ricerca del nulla.
Attori bravi nell’esprimere quel vuoto che l’evento ha creato: dal protagonista Sebastiano Trincale alla moglie Mariella Lo Giudice, da Miko Magistero, il critico letterario a Fulvio D’Angelo, Rosario Minardi, Olivia Spinarelli, Giorgia D’Urso.
Pubblico attento e alla fine plaudente.