Ballata per tre capinere
di Carmelo La Carrubba

 

 

Spettacolo singolare frutto di rara sensibilità quello andato in scena al Piccolo Teatro di Catania “Ballata per tre capinere” di Giovanni Verga nella elaborazione drammaturgica di Lina Maria Ugolini che fa parte della continua ricerca sui testi condotta da Gianni Salvo nell’adattarli al palcoscenico.
E lo spettacolo, di cui Gianni Salvo è regista e lettore di un brano, è la sintesi di precedenti esperienze, di letture sceniche quali il “Don Chisciotte” del Cervantes fatta qualche anno fa al Piccolo con uno straordinario concorso di “lettori”. Questo spettacolo nasce da un percorso teatrale itinerante a Vizzini e dalla precedente messa in scena di “Jeli il pastore” in cui Gianni Salvo sondava l’universo verghiano nel rapporto dell’uomo con la natura, con la società, con sé stesso nella quotidianità di un’esistenza dolorosa che lo stritola. Un mondo statico dove spiccano tre storie di donne: quella di “ Nedda”; della ‘ngna Pina la protagonista de “La lupa” e di Santuzza nella “Cavalleria rusticana” dove è presente l’altra figura femminile che è Lola.


Il compito della Ugolini è stato quello di unificare stilisticamente le tre storie ai fini di una drammaturgia che sapesse esprimere liricamente il tormento di tre anime: quello di Nedda oppressa dalla povertà che ringrazia la Madonna per aver posto fine con la morte alla sofferenza della piccola nata; quello di Santuzza e di Lola vittime della paura del pregiudizio e l’altra dalla voglia di emergere o quello della “lupa” vittima delle sue infuocate passioni.
In una scena nuda è presenza dominante una grande ruota disegnata da Oriana Sessa che cura anche i costumi, quella del tempo che domina e scandisce le vicende delle donne che sono in scena e che viene mossa – a seconda della stagione – dal cantastorie ovvero “u canzunaru dò tempu” vero metronomo dello spettacolo e simbolo unitario del rapporto fra l’uomo e la natura, i suoi cicli che vengono scanditi dai suoni primitivi e ancestrali creati da Simone Raimondo.
La prima novella “Nedda” ha al leggio quale lettore Gianni Salvo che svela e sonda con la sua voce insinuante gli intimi pensieri della povera Nedda. Una lettura magistrale capace di far vivere attraverso la sonorità della parola il pathos del contenuto. Ad essa Tiziana Bellassai dà la voce con la ballata e un recitativo seducente che rende struggente il lirismo della situazione.
In “Cavalleria rusticana” Nicola Alberto Orofino ha interpretato la drammaticità della situazione con grande intensa partecipazione emotiva rendendo “visivo” quanto i personaggi evocati stavano vivendo. Santuzza ha avuto il volto di Alessandra Lombardo che ne ha svelato anche le intime contraddizioni e le umane titubanze.
Infine la ‘ngna Pina de “La lupa” il personaggio inquietante di Verga espressione di una immensa persistente passione divoratrice interpretato da Anna Passanisi che ha in Fiorenzo Fiorito il lettore, narratore attento e puntuale nel ripercorrere il dramma della donna.


In fondo tre vittime, tre vinte, tre esistenze che vengono inghiottite dal tempo che li assorbe e travolge come foglie in autunno.
Un ruolo fondamentale ha la musica di Pietro Cavalieri che sa districarsi nel sottolineare, nell’esaltare, nel far vivere della vicenda i suoi momenti ora lirici ora drammatici.
Un’ultima considerazione sui “lettori” che tali vengono chiamati impropriamente perché senza voler fare la loro storia essi sono dei veri e propri interpreti e che il teatro italiano ha una lunga storia di protagonisti da Carlo D’Angelo a Vittorio Gassman ad Arnoldo Foà ai virtuosismi interpretativi di Carmelo Bene, alla modernità di Giorgio Albertazzi fino a Roberto Benigni interprete della “Divina commedia” o come lo fu a suo tempo Strehler col Faust di Goethe o Gianni Salvo con Cervantes e fra i miei ricordi c’è la “lettura” di Pippo Patavina, esemplare. Questo tema meriterebbe un discorso a parte; era soltanto per sottolineare che anche la lettura può diventare lettura scenica, drammaturgia, quando il lettore che la interpreta è capace attraverso la complessità della voce e della parola di essere all’altezza del compito. Come nel caso nostro.