Il bell'Antonio
di Carmelo La Carrubba

 

Un grande romanzo dalla genesi profonda è “Il Bell Antonio” di Vitaliano Brancati che nasce letterariamente dall’ammirazione che l’autore pachinese ebbe per Sthendal che nel “De l’amour” narrò una storia analoga ma per il nostro autore  fu anche la creazione di un affresco ma soprattutto di una metafora in cui era racchiuso il suo dramma politico.
Brancati giovanissimo fu fascista fino a toccare l’”Everest” della simpatia per il Regime ma una lunga crisi lo portò – nel tempo – a diventare – dopo la sconfitta – un antifascista crociano.
Il romanzo ha una complessità e uno spessore notevole e dalle pagine alle tavole del palcoscenico molto si perde.
Cosicché il dramma di Antonio Magnano cioè la sua impotenza è l’impotenza politica di una classe che si avvia al disastro come verso il disastro si avvia il matrimonio di Antonimo con Barbara Pugliesi. Il dramma incarna una visione più vasta di un male di vivere, un’impotenza a vivere.
Così come il Fascismo affascinò i giovani italiani fino al grottesco che fu raccontato in “Priamo ed Eros” così la bellezza perfetta rese fascinoso Antonimo e gli creò la leggenda dell’irresistibile giovane desiderato dalle donne, richiesto inutilmente dalla moglie del ministro, amico personale del Duce. Il riscontro in una città nera come Catania fu enorme come fu enorme la delusione in una città maschilista fatta – disse ironicamente l’Autore – di ingravidabalconi.


E’ una storia italiana in cui i vizi della provincia esplodono nel matrimonio dei due giovani, nel rapporto delle famiglie, nella figura del padre, fascista fino alla morte, forse il personaggio più emblematico dell’intera vicenda assieme a quello della moglie – per altri versi – in cui onore e orgoglio ferito di madre esplodono rancorosi nei confronti della nuora.
Ma se questa è si la storia del romanzo essa appartiene anche allo spettacolo in scena al Teatro Verga per lo Stabile catanese dal 23 al 30 dicembre nell’adattamento teatrale di Antonia Brancati e di Simona Celi , regia di Giancarlo Sepe in cui la storia ha subito il ridimensionamento del dramma che si svolge nell’ambito di un contesto personale e nei confronti delle famiglie che ne vengono coinvolte.
Il grande affresco dell’Italia fascista, di Catania nera, del grande fenomeno del maschilismo esagerato che diviene il fenomeno del gallismo non appartiene a questa indagine in quanto si è concentrato in una drammaturgia della confessione intima fra zio e nipote, fra suocera e nuora con la presenza della chiesa nelle vesti del parroco e nel contesto di una scenografia barocca di Carlo Di Martino in cui al centro “girano” le pagine del romanzo diventando linguaggio scenico rigoroso e lineare come sottolineato dalla riduzione e dalla conduzione registica.
Uno scavo e una resa di grande efficacia umana in cui emerge la figura di Alfio Magnano interpretato da Andrea Giordana, da Giancarlo Zanetti nelle vesti dello zio Antonimo, della madre di Antonimo interpretata con efficacia da Elena Callegari;nel personaggio di Antonimo ben reso il suo vuoto inconcludente ma non il suo fascino ambiguo da Luchino Giordana, solida la figura del notaio Pugliesi così come è stata ben tratteggiata la figura di Elena Ardizzone da Simona Celi; da Natale Russo nei panni dell’avvocato Ardizzone e , infine di Alessandro Romano in quelli di Padre Raffaele.
Pubblico attento per tutto l’arco dela rappresentazione e plaudente alla fine in maniera convincente e intensa.