"La Patente" e "Bellavita" 
 Due atti unici di Pirandello inaugurano il Teatro del Canovaccio

 

 L'uomo non è uno, ma tanti quante sono le sue relazioni con gli altri, costretto in una "forma" o "maschera" che gli altri gli attribuiscono. Questo l’assunto che troviamo nei due atti unici "La Patente" e "Bellavita" di Luigi Pirandello che hanno inaugurato la stagione di prosa 2002/2003 del Teatro del Canovaccio, la nuova sala nata a Catania, in via Gulli 12, nei pressi di piazza Gandolfo e diretta da Saro Pizzuto e Salvo Musumeci.

Nella primo atto, "La patente", novella pubblicata nel 1915, il protagonista è Rosario Chiàrchiaro, che cita in tribunale i suoi diffamatori per vedersi ufficialmente riconosciuta la qualifica di jettatore. Chiarchiaro, non tenta di uscire dalla sua "forma" ma vuole che sia la sua identità, in modo che non sarà più jettatore per diceria, ma "jettatore patentato dal regio tribunale". La pièce, secondo l’impostazione del regista Gianni Scuto, ricalca la volontà decisamente grottesca e bizzarra dell’autore, esprimendo pessimismo e grande comprensione al triste destino degli uomini.

Come sempre l'autore fissa l'attenzione del pubblico su un nucleo, su un fatto rappresentato: in quest'atto unico è la sfortunata storia di Rosario Chiàrchiaro, un disgraziato padre di famiglia cui è stato misteriosamente attribuito il potere di iettatore. Nei panni di Rosario Chiarchiaro, abito nero ed occhialini scuri, si destreggia con estrema autorevolezza Salvo Musumeci, mentre efficaci sono sia il giudice istruttore di Saro Pizzuto che l’usciere Marranca di Mario Sapienza che da al personaggio la giusta connotazione tra umorismo e pantomima. Completano il cast Giuseppe Carbone (giudice) e Marzia Zito (la figlia di Chiarchiaro).

L’altro atto unico è "Bellavita", tratto dalla novella "L’ombra del rimorso", risalente al 1926 e che vede protagonista un altro uomo pirandelliano, il dolciere Bellavita, tradito per lunghi anni dalla bella moglie con il notaio Denora ed ora vedovo. Ebbene Bellavita, con una forma sottile di vendetta, ha deciso di ossequiare in modo ossessivo l’amante della moglie, seguendolo come l’ombra del rimorso. E nemmeno la proposta da parte del notaio di provvedere a sue spese all’educazione del figlio Michelino, dissuaderà Bellavita ad ossessionarlo con la sua presenza. Ben tratteggiato nel suo dolore e nella sua sottile vendetta il Bellavita di Saro Pizzuto, mentre Mario Sapienza sottolinea, con uno strano modo di parlare e di muoversi, le paure ed il nervosismo del notaio Denora. Completano il cast Giuseppe Carbone (l’avvocato Contento), Marzia Zito (la moglie) e Salvo Musumeci (lo scrivano). Lo spettacolo, nei due brevi atti, reso estremamente lineare e scorrevole dalla regia di Gianni Scuto, che punta più sul lato grottesco delle due novelle, si avvale della scenografia di Bernardo Perrone, dei costumi di Rosy Bellomia e delle pertinenti ed originali musiche di Eugenio Arezzo.

 

 

  Maurizio Giordano