Un bellissimo novembre
di Carmelo La Carrubba



La letteratura spesso genera letteratura e ciò avviene nella ri-scrittura del testo “Un bellissimo novembre” , il racconto di Ercole Patti, nell’adattarlo alle tavole di un palcoscenico. In questo adattamento al teatro e cioè nel rapporto strutturale fra scrittura letteraria e scrittura scenica, gli autori dell’adattamento, sono riusciti a mantenere la forza e la validità del mondo descritto dallo scrittore catanese e lo hanno sviluppato fra un ieri e un oggi (1939 è l’oggi rispetto a dieci anni fa), fra un fatto funesto accaduto e una riflessione sviluppata sull’avvenimento da parte dei protagonisti.

Il regista e gli autori del libero adattamento del racconto di Patti nella loro opera di decostruzione e ricostruzione hanno avuto – nel realizzare la scena – la felice intuizione di saper razionalizzare lo spazio fra l’ieri e l’oggi collocati l’uno sopra e l’altro sotto: il magazzino dove si vive l’oggi e la soffitta dove viene rievocato l’amore di Nino per Cettina fino all’epilogo. I personaggi di Ercole Patti – nelle parole di Elio Vittorini – vogliono “fare il pieno della vita” per sfuggire ad una quotidianità vuota riflesso di un periodo storico non particolarmente esaltante e quasi per un risarcimento alla loro incapacità di vivere. Pertanto, in questi casi, è quasi sempre nell’eros che si cerca il riscatto che – purtroppo – non si riscontra mai perché quasi sempre il piacere sensuale consumato si risolve in un sapore di morte. Così come è nel caso di Nino il protagonista del racconto di Patti. Nel quale Cettina, la zia di Nino, è un po’ come la vita, imprevedibile e superficiale, disinibita e senza senso e i suoi sensi trovano soltanto in sé stessa le ragioni di un’esistenza che rispecchia più l’irrazionalità della natura che la volontà di dare ordine alle cose. Da lì l’insoddisfazione o la tragedia.

 

Parliamo a premessa dello spettacolo “Un bellissimo novembre” dell’omonimo romanzo breve di Ercole Patti nel libero adattamento di Gaetano Savatteri e Luigi Galluzzo per la regia di Mario Missiroli in scena al Teatro Verga per lo Stabile di Catania che apre la stagione teatrale del suo cinquantenario. Nello spettacolo i protagonisti – vecchi e nuovi – rivivono – dieci anni dopo i fatti raccontati da Patti; l’avvenimento nella casa di campagna dove assistettero alla tragedia del suicidio del povero Nino perché convocati dallo zio Alfio per un affare di famiglia. La scenografia di Lorenzo Ghiglia ha realizzato quella razionalizzazione dello spazio scenico su due livelli: una soffitta-alcova velata da una tenda merlettata, luogo della memoria e dei ricordi sospesa in alto e rievocata volta per volta e la scena in basso che è un grande magazzino dove sono ammassati mobili e suppellettili e un’Alfa-Romeo spider senza gomme ricoperte da lenzuola bianche.

Se la realtà dell’oggi è ben lontana da quella di dieci anni fa quando un ragazzo innamorato e geloso della bella e superficiale zia ha perso la vita è solo un’illusione perché il mondo di zia Cettina è sempre lo stesso; di diverso – oltre il clima storico – ci sono i problemi dei parenti assillati da preoccupazioni economiche, da ipoteche da togliere dall’immobile mentre i loro sentimenti rimangono carichi di risentimenti e di ripicche, di odio quando si scontrano vecchi e ancestrali rancori fra le due sorelle che sono Cettina e la madre di Nino in uno scontro finale duro e sconvolgente che acuisce ancor più il loro dolore e la loro incomunicabilità. Nell’economia del racconto la figura dello zio Alfio è quella beckettiana dell’aspettativa che non si realizza che però innesca l’azione e lo sviluppo della vicenda nel riunire nel riunire i parenti serpenti. Personaggi delineati come i rappresentanti avidi di un ceto medio di una provincia siciliana bolsa e inetta ma avida che ancora vanta tanti suoi rappresentanti. Il loro obiettivo è quello di trasformare la bella casa di campagna ormai abitata da due vecchie zie e quasi abbandonata in un relais anche se assistiamo più che a un accordo ad uno scontro in cui la vecchia vicenda li divide creando un clima di omertà e di cinismo.


La scrittura scenica di Savatteri e Galluzzo ha creato un nuovo testo, una valida letteratura, e uno spettacolo efficace per l’ottima regia di Missiroli che ha centrato i temi del racconto e la psicologia dei personaggi in maniera esemplare. Un esempio per tutti: nella scena-sequenza in cui Cettina si rivolge all’amante e lo invita a farla ridere, divertire, a fare una gita in macchina. E’ l’illusione di vivere le gioie del passato. Così l’amante invita Cettina a prendere posto sulla vecchia Alfa-Romeo, ormai un rudere nel magazzino dei ricordi, dove, insieme , simulano la gioia di una gita spensierata fra l’ebbrezza della velocità e l’ambiguità di situazioni che preludono all’eros. Una scena emblematica e metaforica di una situazione e di una psicologia. In questo spettacolo all’intelligente regia di Missiroli si unisce la musica di Benedetto Ghiglia che con melodica insistenza accompagna con accelerazioni e rallentamenti l’azione dei protagonisti, i moti dei loro stati d’animo.

 

Donatella Finocchiaro rasenta la perfezione nel ruolo della zia che vive con incosciente leggerezza il suo eros fino al pathos dell’epilogo nello scontro con la sorella, l’attrice Barbara che non le è da meno nel ruolo dell’antagonista nell’interpretare il gelido dolore per la perdita di un figlio. Di contro è Sasà: un ruolo ben calibrato da Federico Grassi, quale amante di Cettina. Giovanni Tuzza è Nino l’ardente e geloso nipote. Le due zie sono Nellina Laganà, la falsa cieca dalla tagliente ironia e Antonietta Carbonetti, velenosa parente. Ottima l’interpretazione di Orazio Mannino e di quel grande che è Marcello Per racchio che in poche battute delineano il loro personaggio fra viltà e falso eroismo come lo fu la storia del Fascismo. Emanuela Muni, Alberto Bonaria, Giovanni Argante hanno ricreato riusciti personaggi riscattandoli dalla macchietta.

 

Uno spettacolo degno di un cinquantenario e di un pubblico che l’ha apprezzato e applaudito.