La bisbetica domata
di Carmelo La Carrubba

 

Se il teatro è gioco, divertimento c’è da intendere come la leggenda che Shakespeare avesse origini siciliane è un’invenzione pretestuosa che serve per giocare in una lingua diversa da quella del Bardo e cioè la lingua siciliana per le possibilità che offre di alludere, di equivocare che nel gioco delle situazioni amorose o nelle combinazioni di affari ci sta alla perfezione.
E’ quanto sta alla base del testo shespiriano “La bisbetica domata” (1594) adattato al siciliano in scena al Teatro Brancati dal 10 al 20 dicembre e dal 14 al 17 gennaio con la regia di Turi Giordano in cui il tema del matrimonio di convenienza diventa il pretesto per scatenare il gioco attorale con quegli intendimenti verbali che arricchiscono il carattere del personaggio fino a definirlo.
Il gioco – si sa – a teatro, memori della Commedia dell’Arte, serve, oltre a definire il carattere del personaggio, a risolverne le intrigate situazioni e come nel gioco è tutto un pretesto per scatenare la verve attorale che, come sappiamo, ha lo scopo finale del divertimento cioè di creare comicità e scatenare la risata.
Obiettivo ampiamente raggiunto dallo spettacolo di cui parliamo sia per la ricchezza del linguaggio ma soprattutto per la capacità di attori consapevoli del gioco che arricchendoli di gag, entrando e uscendo dal personaggio come maschera, hanno reso esilaranti personaggi e situazioni.
Guia Ielo nel personaggio di Caterina ha modo di fare esplodere tutta una gamma di sottigliezze femminili che di quel mondo rappresentano rivendicazioni e necessità, anche contraddizioni nell’incontro-scontro con l’universo maschile per creare quell’intesa che poi viene beatificata dal matrimonio. Ma i caratteri sia quando si definiscono sia quando si adattano esprimono esigenze a volte insopprimibili che fanno a pugni con ipocrisie e luoghi comuni. E pur in un gioco che trascina alla risata, all’ironia delle situazioni c’è modo di trovare una morale cioè almeno una regola che faccia andare d’accordo due persone. Un compito svolto dalla protagonista con consapevole misura senza nulla togliere alla comicità del ruolo e delle situazioni in cui è coinvolta.
Agostino Zumbo, padre di Caterina ma anche di Bianca la figliola più piccola e più desiderata dai pretendenti per il suo carattere amabile è il perno di equilibrio in questo gioco scenico nel districarsi fra Caterina e i pretendenti e rappresentando – come padre – un elemento fondamentale in qualsiasi tipo di società per il ruolo che deve svolgere. Immerso nella comicità della situazione Agostino Zumbo ci dà una prova di maturità nel creare un personaggio a tutto tondo ricco di verve e sensibilità.
Filippo Brazzaventre è Petruccio, il pretendente di Caterina, che nel gioco del matrimonio combinato ci sta alla perfezione ma è o meglio rappresenta il maschio dominatore che riesce a risolvere e a portare alla ragione (si diceva così una volta) la donna irrequieta, “scavaddata”,con grilli di libertà per la testa. Ebbene mi sembra sia la componente debole di questo ragionamento che sicuramente andava bene ai tempi di Shakespeare ma che oggi a volerlo ricomporre mostra il lato equivoco difficile da accettare. Comunque nel gioco delle parti e in quello di domatore Brazzaventre ci sta bene e nella coralità della commedia si inserisce creando quel gioco di cui sopra si diceva.
Alla riuscita del racconto comico indispensabili sono i cosiddetti attori di contorno fra cui spiccano per bravura “ i servi” e fanno parte dell’ottimo cast : Giuseppe Bisicchio, , Fabio Costanzo, Angelo D’Agata, Lucia Fossi, Massimo Giustolisi, Monia Manzo, Raniela Ragonese, Giovanni Rizzati.
Pubblico divertito e plaudente durante e alla fine della rappresentazione per più e più volte.