La caccia
di Carmelo La Carrubba


 


Nella danza l’uso di bastoni, ombrelli, bombette è strettamente legato alla loro funzionalità ma si diffida sempre dal loro impiego – non solo per eccesso di purismo – ma perché si è convinti che il corpo con il suo movimento, la sua armonia possa esprimere i sentimenti e le azioni degli uomini così se ne raccomanda la parsimonia e specialmente in teatro, nel teatro di parola soprattutto, si tende a mettere in primo piano l’attore, il suo linguaggio del corpo, la gestualità, la voce, l’intensità dell’azione scenica per esprimere sentimenti, concetti, viltà, punizioni, denunce, scontri fra uomini e dei, ed apprezzare l’intenso significato della parola quando questa è quella di Euripide. I nuovi mezzi tecnologici a cui si rivolge un certo nuovo teatro (“La gaia scienza” di Barberio Corsetti) nasce dall’intento – è stato detto – di realizzare una ulteriore concessione alla visionarietà allo scopo di indagare l’oscuro e l’inesplorato, elementi che nel teatro sono l’essenza. Ebbene mi chiedo? E la capacità introspettiva dell’attore capace di rigirare come un guanto il suo mondo interiore per conoscere l’inconoscibile per mostrare forse quello che dovremmo tenere nascosto; è forse ormai cosa risaputa e inutile?
Confesso ancora che non ho mai giocato con un vide-game e pertanto quando si è alla ricerca di un linguaggio multimediale si è al cospetto di una tale espressione che assomma tante cose la cui reazione a tanta commistione genera confusione se non fastidio. Almeno nel mio caso che per età non ha usufruito né prima né dopo di questi giochi. Però, di fronte a una manifestazione del genere, a teatro, c’è il momento in cui si stabilisce l’interpretazione dell’attore e tutto funziona a meraviglia e si avverte l’inutilità di un eccesso di tecnologia che a teatro è superflua.
Questa la premessa allo spettacolo di Luigi Lo Cascio “La caccia” ideato da Nicola Console, Luigi Lo Cascio, Alice Mangano, Desideria Rayner liberamente tratto da “Le Baccanti” di Euripide in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile di Catania con un’affluenza di pubblico particolare per età ed appartenenza che spesso e volentieri manca purtroppo negli altri spettacoli.
In questo spettacolo l’indagine è svolta dal protagonista, solo sulla scena, visitato da fantasmi, dalle allucinazioni. E rievocare lo scontro fra Pènteo e il dio; uno scontro inevitabile in cui il tiranno di Tebe sfida Dioniso, ne rimane affascinato finendo per diventare da cacciatore facile preda del dio. La premessa a questo testo si trova nella tragedia “Verso Tebe” in cui si racconta del tiranno Pènteo che impediva di fare entrare il teatro nella città perché riteneva scandaloso fare trasparire la verità attraverso una rappresentazione teatrale. Qui Dioniso dio del teatro , della maschera,della metamorfosi, diventa protagonista, anzi è l’attore stesso ma è anche il dio crudele che smembra le sue vittime anzi – nel nostro caso – fa smembrare il figlio dalla madre Agave e dalle Menadi. Nella componente filmata dello spettacolo è presente un ragazzino, Pietro Rosa, che interpreta uno studioso di letteratura e mitologia greca: uno col cervello maturo ma col fisico da adolescente a cui tocca chiarire quanto tutti noi siamo lontani dalla tragedia greca.
La scena si avvale di una immensa lavagna che fa anche da schermo e da fondale e rappresenta il mondo interiore del protagonista da dove emergono le sue idee, le sue allucinazioni, la visione degli avvenimenti; da dove scaturisce la metafora della caccia e del tiranno che soccombe. Ma si avvale anche e soprattutto della interpretazione dell’attore Luigi Lo Cascio, sua la regia, che quando narra, al culmine dell’azione delittuosa, di Pènteo scoperto e fatto a pezzi dalla madre Agave e dalle sue compagne o di Agave che su un mirto reca la testa del figlio credendola di un leone ucciso durante la caccia rivela le doti di un attore tragico che sa evocare con crudezza realistica il dilaniamento del tiranno con la magia della parola, l’arte della comunicazione – la sobrietà della misura.
La metafora di questo spettacolo allude ad altri tiranni di cui la storia è piena e la minaccia di un loro smembramento dovrebbe farli riflettere ma soprattutto è un invito allo spettatore affinché non consenta che ci siano tiranni. Per la pace di tutti proporrei che ognuno evochi il proprio tiranno senza inutili negazionismi o ancor più inutili pentimenti.
In questo spettacolo la componente cinematografica è prevalente rispetto al nudo teatro e la miscela che dà l’illusione della fusione è opera specifica della visionarietà del video-game che ritengo gratuita anche se sperimentalmente necessaria per ribadire – almeno nel mio caso – che il teatro ha bisogno solo del teatro.
Luigi Lo Cascio, attore cult di film quali “I cento passi” e “La meglio gioventù” si avvale di un pubblico meraviglioso che lo segue a ragione a teatro perché è un bravo attore teatrale.
Pubblico plaudente durante e alla fine dello spettacolo calloso ed entusiasta.