Mi chiamo Antonino Calderone

di Carmelo La Carrubba

 

Dal documento alla Storia al Teatro è l’itinerario che la vicenda del pentito di mafia Antonino Calderone ha percorso e nello storicizzare un periodo della mafia catanese e nel diventare simbolo e metafora di un potere che alla fine sarà sconfitto.
Dal libro-documento di Pino Arlacch “Gli uomini del disonore” Dacia Maraini ha creato il testo teatrale “Mi chiamo Antonino Calderone” che è diventato spettacolo con la regia e l’interpretazione di Pino Caruso ed è in scena attualmente al Teatro Musco per lo Stabile catanese.
Essendo stato lo spettacolo creato per le scuole si è tenuto conto di portare all’attenzione dei giovani una vicenda – per molti aspetti – esemplare e rara che potesse togliere alla mafia quell’aura eroica
Che spesso una errata presentazione di essa ha creato nei giovani. Quale una ammirazione per il coraggio, per il potere di comandare e di fare soldi facilmente senza mai scavare nella coscienza di questi individui.


La sagra dei padrini ha fatto i suoi danni e ripristinare nella coscienza civile di un giovane le componenti etiche per un giudizio critico non è cosa facile ma è lo scopo della scuola e l’intima e più profonda essenza del teatro.
Personaggio insolito nel panorama mafioso Antonino Calderone era un omone dai grandi baffi, di carattere mite che non sarebbe diventato mafioso se non fosse stato fratello di Giuseppe Calderone, cannarozzo d’argento, capo della cupola mafiosa siciliana pur essendo vissuto a Catania e non a Palermo. Alla morte violenta del fratello esplode il dramma suo e si dà alla latitanza per sfuggire ad una severa punizione. Verrà arrestato perché comunque mafioso e partecipe di omicidi però commessi da altri che rappresentavano il rovello della sua coscienza e che lo portarono ad un pentimento vero da non paragonarsi con quello di altri pentiti in cui la componente opportunistica è in sovrabbondanza.


Lo spettacolo è il monologo di questa esperienza in cui il protagonista confessa ad un registratore la sua vita come se fosse davanti ad un magistrato; nel caso specifico è il pubblico a giudicare.
Pino Caruso di cui ho apprezzato – per le sue doti di scrittore – la interessante e lucida intervista data a Toni Zermo, ha interpretato e diretto la figura di Calderone in maniera discreta, senza eccessiva drammatizzazione come se il personaggio più che parlare della sua vita riflettesse su di essa togliendo così allo spettacolo quella spettacolarizzazione drammaturgica che lo rende vivo interessante e coinvolgente.
Anche se la vicenda comunque faccia riflettere e forse era questo l’obiettivo che lo spettacolo si proponeva.
Pur nella sua bravura Pino Caruso non ha voluto svelare i passaggi drammatici della vita di Calderone e il personaggio ha mantenuto la sua confessione con i toni bassi di chi si libera finalmente di un fardello,con fatica, sottolineando l’inutilità di una vita spesa male.
Molti applausi alla fine dello spettacolo.