Il cappello di carta
di Carmelo La Carrubba

 

Nel panorama del teatro italiano contemporaneo la scrittura scenica di Gianni Clementi – nella sua apparente semplicità – riesce a far rivivere larghi squarci di vita quotidiana con riferimenti storici che ne documentano la veridicità.
E ad aprire il cartellone del Teatro Brancati ad inizio di stagione è un testo del prolifico (Sugo finto, etc.) autore con lo spettacolo “Il cappello di carta” che si avvale della interpretazione di uno strepitoso Tuccio Musumeci nel creare il personaggio di Carlo, muratore in pensione.


Lo spettacolo racconta la storia di una famiglia di operai siciliani emigrati a Roma; della loro vicissitudini durante l’ultimo conflitto mondiale, nell’anno 1943 quando, fra l’altro, Roma fu bombardata dalle fortezze volanti americane ( con gravi danni al quartiere San Lorenzo) o quando, nello stesso periodo, nell’ottobre, i tedeschi imposero agli ebrei un alto prezzo in oro per la loro salvezza; avuto l’oro calpestarono il patto e deportarono dal ghetto nei campi di sterminio in Polonia gli ebrei rastrellati.


Pur tra così tragici avvenimenti illustrati da documentari d’epoca, lo spettacolo ha la connotazione della commedia comica anche se dai risvolti amari ma dai toni poetici che tendono più che alla commozione al riso non per fini satirici ma perché la vita è dalla angolazione da cui si guarda che prende il significato: ora triste, ora allegro, ora comico. Nel caso nostro è la comicità che la fa da padrona.
Al centro della storia il protagonista è un uomo autoritario, forse un po’ svanito attorniato dal figlio muratore che ne ha ereditato il mestiere, dal nipote che non vuole fare il mestiere del nonno, una nipote che vive la sua stagione amorosa,una nuora che non accetta più le stranezze del suocero, una figlia vedova in cerca di sistemazione. Il nucleo familiare verrà completato dall’amico del figlio che diventa il protagonista della stagione amorosa della nipote.
Un microcosmo rappresentativo di una famiglia italiana in tempo di guerra che si dibatte con problemi spesso irrisolvibili.
Nei momenti di vita quotidiana in cui si snodano le più svariate e consunte situazioni ha modo di rivelarsi il talento comico di Tuccio Musumeci nei panni del protagonista che sa monopolizzarle e rendere comiche fino al paradosso: così i momenti di convivenza diventano occasioni per rendere esilaranti con battute fulminanti quella che doveva essere una pigra convivenza mentre così diventa uno strano inferno che tanto diverte lo spettatore.
 

Quella delle battute fulminanti è una delle caratteristiche dell’attore Musumeci che , creata la situazione comica la esalta con la battuta suscitando nello spettatore una risata, larga, intensa, liberatoria.
A ciò si aggiunge la padronanza dei tempi scenici e comici che sono incalzanti: in ciò Tuccio Musumeci è un maestro assecondato da una regia intelligente e da un cast di attori comici che “gira” come la vicenda attorno al protagonista. Ognuno di loro diventa ora “spalla” ora “protagonista” a seconda delle circostanze.
In questo gioco scenico che diventa linguaggio comico il pubblico coinvolto ride e si diverte. Perché le situazioni commoventi tali non diventano se si sposta l’angolazione che ne rovescia il senso fino a farle diventare comiche a cui si aggiunge la battuta fulminante che crea sorpresa rovescia i significati e scatena la risata.
Loredana Marino, Massimo Leggio, Olivia Spinarelli, Laura Tornabene, Claudio Musumeci e Josefra Forlì offrono – ognuno nel proprio ruolo - ha offerto una prova attorale di alto profilo.
Giuseppe Romani è il regista; la scena è di Riccardo Pisacane; i costumi delle sorelle Rinaldi. Le musiche sono d’epoca con canzoni o sono state prese da colonne sonore come quella significativa che sottolinea la morte di Calvero in “Luci della ribalta”.
Pubblico divertito e plaudente durante e alla fine dello spettacolo.