Cartellone rappresentazioni classiche 2007
di Carmelo La Carrubba


Il XLIII Ciclo di Rappresentazioni Classiche si svolgerà nell’anfiteatro greco di Siracusa dal 10 maggio al 24 giugno 2007. Il debutto sarà affidato alle “Trachinie” (le donne di Trachis) di Sofocle giovedì 10 maggio mentre il giorno successivo – per l’alternanza fra gli spettacoli – sarà la volta di “Eracle” di Euripide. Il testo de “Le Trachinie” è stato tradotto da Salvatore Nicosia; la regia è affidata a Walter Magliaro mentre le scene e i costumi sono di Giovanni Carluccio; le musiche di Arturo Anneghino. Micaela Esdra sarà Deianira, la protagonista.

 

La tragedia “Eracle” è stata tradotta da Giulio Guidorizzi mentre la regia è di Luca De Fusco, le musiche di Antonio Pofi, i costumi di Maurizio Millenotti, le scene di Antonio Fiorentino, le coreografie di Alessandra Panzavolta. Paolo Graziosi interpreterà il ruolo di Eracle. Altri interpreti sono Sebastiano Lo Monaco, Ugo Pagliai, Deli De Maio, Luca Lazzareschi, Giovanni Di Rauso, Diego Florio.

In ambedue le opere è presente il mito di Eracle raccontato ora da Sofocle ora da Euripide: la caratteristica del protagonista soflocleo è l’affermazione e la difesa di un ideale d’onore rispetto al quale tutti gli altri valori si subordinano; inoltre la contrapposizione è tra gli affetti familiari e la disciplina guerresca, tra il recupero e la difesa della memoria eroica di un uomo valoroso e la crudeltà che non perdona il suo errore. C’è sempre – alla fine – una parola che si leva a ricomporre e a concludere la contesa. In controluce, nel mentre, si sviluppa il tema dell’amore coniugale, dell’amore familiare, dell’amore per la memoria dei defunti, dell’amore per la vita. C’è, inoltre, lo scontro fra ordine umano e ordine divino e il dispiegarsi del fato che impone ineluttabilità allo svolgimento della vicenda.
Sofocle – si sa - è finissimo osservatore della psicologia del personaggio a cui conferisce consistenza etica e ne svela l’intimità. Infine nel testo sofocleo prevale la parola e l’ampio uso dei monologhi favorisce lo sguardo introspettivo dell’autore che indaga su memorie, incertezze, intime lacerazioni e dissidi dell’anima. L’intervento degli dei è sempre decisivo e inoltre l’autore non interpreta il mito ma registra i fatti e la colpa nei suoi protagonisti è insita nel loro esistere sempre con il consenso degli dei. C’è in quest’opera un’angoscia trepidante che investe e illumina in maniera incredibile e particolare il personaggio di Deianira. Ne “Le Trachinie” Eracle, nel suo errare, è intento alle sue imprese fatali mentre la moglie Deianira a Trachis in Tessaglia col figlio Illo si strugge nell’attesa. Eracle distrugge città e conquista Iole la figlia del re e la porta con sé come concubina. Si scatena la gelosia di Deianira per la rivale. Eracle – senza la volontà della moglie – viene da essa avvelenata col sangue del centauro Nesso – che fu custodito per anni – di cui cosparge il chitone da donare allo sposo, credendo di donargli un filtro d’amore per riaverlo. Il nucleo poetico della tragedia è incentrato sulla consapevolezza d’una passività ineluttabile di fronte alla legge di Eros, un “morbo” di cui la moglie e Iole e innumerevoli donne, come Eracle stesso e perfino gli dei, sono preda. Sotto questo aspetto l’umanità, l’intrinseca fragilità dell’uomo emerge in tutto il suo dolore e ridimensiona la forza di un personaggio come Eracle o la potenza degli dei quando sono colpiti dal “morbo” della gelosia.
Mentre in “Eracle” di Euripide, essendosi consumata la frattura fra gli uomini e gli dei, egli ne cantò l’impossibile conciliazione. Euripide fu uno spirito innovatore e un precorritore dei tempi perché intuiva e anticipava le crisi e le trasformazioni di un’epoca in divenire. Sul piano della drammaturgia egli portò avanti il processo avviato da Sofocle, rispettò la struttura del dramma così come ebbe in eredità dai suoi predecessori, perfezionandola e potenziandone l’aspetto drammatico. Il suo rapporto con la religione fu certamente problematico ma c’è nei suoi testi un’ansia autentica di religiosità. In “Eracle” c’è il protagonista che ha salvato la sua famiglia e i suoi figli dalla morte e dopo aver liberato Tebe dal dominio di Lico e sembra aver superato ogni ostacolo egli viene accecato dalla follia, il “morbo” che in qualsiasi momento insidia l’uomo che ne diventa preda. Per ordine di Era, Lissa, la follia penetra nella mente di Eracle, e l’eroe uccide i suoi cari senza rendersene conto, scambiandoli per la moglie e i figli del suo nemico. Quando si rende conto dell’accaduto assistiamo alla fase di scoramento e di passività che avvolge la figura dell’eroe che evolve in maniera impressionante fino alla infelicità incolpevole del personaggio vittima del capriccio divino e specchio della nullità umana. Una tragedia nella tragedia nell’assistere alle tempeste che si possono scatenare nell’animo umano che non ha sentore della propria impotenza, del proprio limite e che rendono altamente poetico il dramma della fragilità che sostanzialmente è insito nell’umano e di cui la parola eccelsa dei tragici è capace di mettere a nudo.