Il cavaliere Pedagna
di Carmelo La Carrubba


Nel solco di una tradizione sia letteraria che teatrale chiude la stagione al Teatro Vitaliano Brancati lo spettacolo “Il cavaliere Pedagna” di Luigi Capuana dall’11 al 28 maggio in scena in un perfetto equilibrio fra dramma e comicità così com’è nell’indole e nell’immaginario del siciliano.
Il testo fu scritto nel 1903 da Capuana in italiano per il capocomico Ermete Novelli che poi non lo mise in scena e così l’autore ne fece una seconda edizione (“Lu cavaleri Pidagna”) in vernacolo per Giovanni Grasso che nel 1904 al Teatro Adriano a Roma ebbe un notevole successo.
Il testo di Capuana divenne un classico perché “rivoluzionò” la tradizione costruendo una nuova drammaturgia che divenne fra le più innovative del teatro italiano con Martoglio e Pirandello.
E’ la storia di un uomo, il cavaliere, lacerato da un conflitto di sentimenti fra il risentimento per la fuga della giovanissima figlia per amore che sposa – contro la sua volontà – un giovane studente spiantato da cui ha due figli e il suo personale risveglio dei sensi – in lui vedovo – che innamoratosi di una canzonettista vorrebbe lasciarle in eredità il suo cospicuo patrimonio. Il cavaliere è in quella fase della vita in cui inizia il cammino del non ritorno a cui un uomo non vuole arrendersi e in particolare in quella stagione in cui – sempre un uomo – vuole apparire più giovane. Forza immaginativa e fragilità umana diventano i pilastri in cui costruisce il futuro – in maniera eccessiva - un uomo a cui spetterebbero altri doveri. Questo l’aspetto del dramma!
Di contro c’è la comicità nell’andazzo del vivere comune in cui l’arte del riso di Tuccio Musumeci dà senso e colore al quotidiano in cui vive la paradossale situazione del cavaliere che drammaticamente innamorato si presta al ridicolo della situazione.
Trovare l’equilibrio scenico fra dramma e comicità è stato il compito del regista Giuseppe Romani che ha imposto tempi e ritmo a un linguaggio che si dipana drammaturgicamente fra la vanità del cavaliere s il risvolto comico in cui hanno modo di eccellere sia le gag di donna Mara con una strepitosa Guia Ielo sia la compassata presenza di Tuccio Musumeci che lancia le sue battute come Cupido le frecce e che rende la sua presenza scenica di così apparente naturalezza come se non si trattasse di un attore che rende eccezionale anche il gesto più artefatto. Una presenza straordinaria per la ricchezza di comicità che emana ben coadiuvato da Turi Giordano nel ruolo del preposto Balata o di Miko Magistro nella componente comica o di Riccardo Maria Targi nel ruolo del mafioso in un crescendo per una comicità – che attingendo alla farsa – dà consistenza al riso e ad una comicità che coinvolge in pieno lo spettatore facendolo partecipe del gioco, rendendolo complice delle situazioni e insieme spettatore divertito delle stesse.
Un gran bello spettacolo divertente me che dà anche modo allo spettatore di riflettere sui casi della vita che coinvolgono padri e figlie e uomini che non sanno adattare l’andatura alla via che stanno percorrendo creando squilibri che possono diventare drammatici.
Non sarà così perché in questo teatro tradizionale il finale consolatorio era d’obbligo e così è stato come da copione anche perché in una commedia la soluzione positiva è insita nella possibilità di una bella risata: cosa che avviene puntualmente per quasi tutto l’arco dello spettacolo in cui fra situazioni, gag, battute c’è modo di fare esplodere le contraddizioni che sono l’anticamera della comicità.
Maria Rita Sgarlata è nel ruolo della figlia e il suo è una interpretazione decisamente drammatica e di buon livello mentre Evlyn Famà nella parte della cantante di operetta ha modo di “giocare” col personaggio rendendolo deduttivo ma anche comico. Una ottima presenza.
I piccoli Cristian Cozzo e la nipote di Guia Ielo Guia Buccheri sono una piacevole presenza per la loro sicurezza recitativa.
Pubblico numeroso e felicemente divertito e plaudente per tutto l’arco della rappresentazione.