Chantecler
di Carmelo La Carrubba

 

Il teatro comico fin dagli esordi ha portato in scena come protagonisti i pennuti e con “Gli uccelli” (414) di Aristofane ha raggiunto qualcosa di eterno e definitivo quando in maniera grottesca e scurrile ha narrato la storia di Pisetero e Euelpide in fuga dal mondo degli uomini perché delusi, approdarono fra cielo e terra nella città degli uccelli. E, a proposito dello spettacolo “Chantecler” di Rostand  (1868-1916) in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile catanese, anch’esso incentrato sulla metafora dei pennuti – e il potere – che vivono in un pollaio che è un vasto cortile, diremo che l’opera di Rostand è narrata con una lingua dotta, in versi , un poema comico con finalità satiriche si compone in quattro tempi divisi in due atti.
E’ una satira agli uomini: uno specchio della società di oggi. Il testo francese è stato tradotto e rielaborato – mantenendo il verso – da Enzo Moscato in una mescolanza di dialetti in cui prevale il napoletano. Egli ha voluto ricreare quella Babele che è Napoli attraverso la sonorità e i rumori di una città e di una lingua. Inoltre l’idea degli animali da cortile è stata definita dagli Autori nella loro satira  come una baraonda lirico surreale romantico comunista che andava bene – a nostro avviso –  alla fine dell’ultima Guerra Mondiale e il dopoguerra quando l’Italia si avviò dalla civiltà contadina a quella industriale che svuotò i i cortili, i pollai perché l’allevamento dei polli si faceva in batteria. E infine la satira ad una comunità che non riesce ad essere comunista per i difetti degli uomini non ha riferimenti illustri né con Russia o Cina né con quella “rifondata”  che è nella mente di Bertinotti o con le nuove formazioni che veleggiano verso mete che prima osteggiavano.

Che cosa resta allora da capire di questa storia e a chi è rivolta veramente questa satira? Non è dato sapere! Resta una storia d’amore di un gallo idealista, Chantecler, che è convinto che il suo canto faccia sorgere il sole – situazione veramente comica – e una fascinosa fagiana. E della realtà del pollaio nella sua metaforica rappresentazione in cui si riflettono le condizioni  sociali di una società in cui i gallinacci sono i proletari mentre gli uccelli notturni, i rapaci e rappresentano quelli di destra e le bande giovanili; in cui gli aristocratici sono capeggiati dalla faraona e infine i rospi che incarnano la crudeltà borghese dei nostri giorni? Restano, in verità, solamente i bellissimi variopinti costumi di Silvana Polidori e i magnifici attori del cast che si muovono sulla scena e le coreografie di Andrea Taddei con movimenti scenici e una gestualità  credibile per dei pennuti che – ormai -  come la società di oggi non fanno che sniffare cocaina e in cui Pietro Contempo, Chantecler, il gallo dei galli interpreta il suo ruolo con mesta convinzione. In questa rappresentazione drammaturgica in cui la regia ha mosso 25 attori più 5 musicisti in scena in movimenti individuali e corali ben orchestrati si accompagna la musica di Enzo Gragnaniello diretta da Pippo Russo che fonde suoni di strumenti arcaici e della moderna ricerca elettronica che risulta non solo come collant fra le varie storie ma in certi momenti ne diventa protagonista.

Citiamo gli attori per la loro bravura, dei veri mimi, perfetti nei dettagli e nella coralità dell’impianto scenico. Pietro Contempo è un romantico innamorato animato da grandi speranze e altrettanti illusioni. Carla Cassola  è la faraona. Ernesto Lama è il merlo, straordinario tessitore di trame. Rossana Bonafede è un delizioso pulcino. Agostino Zumbo è un serioso e ambiguo tacchino. Imma Villa è la fagiana innamorata. Giovanni Carta  è Orione, Gilles Coullet un elegante galletto. Daniele Gongiaruk è il gufo mentre Olivia Spinarelli è il cane; Evelyn Famà ed Egle Doria due gallinelle e tutti gli altri, bravissimi, di questo insolito pollaio.

Il pubblico ha applaudito alla bravura e fatica degli attori, alla loro esibizione nel ruolo.