'U Ciclopu
di Carmelo La Carrubba



“’U Ciclopu o L’alba dei satiri” di Euripide nella versione siciliana di Luigi Pirandello ( che la trasse da quella di Ettore Romagnoli ) con Vincenzo Pirrotta regista ed interprete principale è lo spettacolo in scena al Teatro Verga per lo Stabile catanese e rappresenta, nelle intenzioni del Pirrotta, un modo di ricerca sulle tradizioni popolari siciliane e mediterranee da innestare al teatro di sperimentazione. Questo testo è un dramma satiresco e deriva dall’area della più antica mitologia siciliana che inneggiava nello spirito dionisiaco al dio del vino: Pirrotta scandaglia voci e sonorità arcaiche dell’entroterra siciliano e fra questi privilegia l’inno a Bacco che caratterizza il canto e il comportamento dei satiri a cui si associano una rielaborazione delle lamentazioni della Settimana Santa che si ascoltano tuttora nei riti delle Madonne e dalle lamentazioni nasce l’urlo dei satiri come espressione di sofferenza e di dolore ma anche di chi vuole liberarsi dalla stretta soffocante del potere.

L’urlo dei satiri scaturisce dallo scontro fra sogni e conflitto quando si affronta il mito della grotta del ciclope che potrebbe essere una culla protettiva e risulta spesso una camera della tortura come la realtà si appresta a rivelarci con estrema puntualità. Infine in quell’urlo i satiri esprimono la loro speranza di libertà. Pirrotta si muove col rigore del “centista” nella vocalità e nel modo di “aggredire” i fatti da raccontare ma è palese che i suoi orizzonti culturali e creativi vertano nell’approfondimento vocale e musicale nel lavoro sul corpo e sulle danze tribali, sull’esigenza di creare uno spettacolo corale che sappia rappresentare attraverso i classici greci la Sicilia fin dalle sue origini di cui questo Ciclope è documento e momento speculativo per restituirci le radici di una terra dove sono presenti i caratteri di un popolo e di una cultura che da Euripide e Pirandello, da Bacco ai riti carnascialeschi, dai canti contadini ai riti spirituali delle Madonne stanno a testimoniare. Pertanto la lettura fatta dal Pirrotta è aderente allo spirito euripideo e la costruzione dello spettacolo nelle sue deformazioni iperboliche e nei costumi curati dalla scenografa Giuseppina Maurizi è ispirata alle pitture delle anfore del tempo.
Giovanni Calcagno è il ciclope che viene portato in scena su una “vara” come un santo fra lazzi, frizzi, danze sfrenate, salti enormi, gesti volgari e dopo che l’hanno festeggiato lo beffeggiano e le fila del gioco beffardo sono tenute da Ulisse, l’esuberante Vincenzo Pirrotta, non senza la partecipazione dei satiri ben rappresentati dal corifeo interpretato da Antonio Silvia diventano i veri protagonisti della storia. Tutto nelle loro mani, nei loro gesti, nelle loro parole diventa comico, divertente perché la drammaticità euripidea si è rovesciata in comicità. L’interprete che dà il segno alla scena è Sileno, Filippo Luna, che ne esaspera i caratteri fino al parossismo svelando così uno dei più profondi caratteri dell’animo mediterraneo. Con grande maestria e abilità atletica si è mosso il coro che ha interpretato al meglio la sua funzione scenica con indubbia efficacia recitativa, ha ritmato l’esibizione, i movimenti della danza, è riuscita a muoversi sulla scena sempre con l’autorità e la consapevolezza del ruolo. Mi chiedevo – ma è solo una domanda senza risposta – quale avrebbe potuto essere lo sviluppo narrativo dello spettacolo se ad interpretare il ruolo del Ciclope fosse stato Vincenzo Pirrotta.

 

Pubblico attento e plaudente durante e alla fine dello spettacolo.