La città di plastica
di Carmelo La Carrubba

 


E’ di questi giorni la dichiarazione del premier turco Erdogan in cui egli dice che le donne non sono uguali agli uomini e che a loro compete la maternità. E qualora le nostre menti di occidentali progressisti si crogiolassero nell’arrogante superbia di essere noi i migliori, c’è da dire che ai centri antiviolenza contro le donne dei 16 milioni erogati (meglio dire promessi) non è ancora pervenuto un centesimo. Pertanto non c’è chi non senta l’esigenza culturale di un teatro civile che faccia riflettere ed educhi i giovani delle scuole ad un futuro di civiltà ed eguaglianza. Breve preambolo per lo spettacolo “La città di plastica. Nel giardino dei sogni” che il 25 novembre ha aperto la stagione teatrale al Teatro Musco per lo Stabile catanese in concomitanza e a supporto delle manifestazioni contro le violenze sulle donne e contro gli omicidi al femminile che, purtroppo, tanto frequenti ed efferati avvengono dalle nostre parti.


Il testo in scena è di due giornalisti: Silvia Resta e Francesco Zarzana che hanno raccontato in breve tre storie vere di donne: Neda, la studentessa iraniana uccisa a Teheran durante i moti di piazza contro la rielezione di Ahmadinejad ; Hanifa, la ragazza afgana che per sfuggire alla schiavitù del marito padrone, un vecchio violento, si dà a fuoco; infine Rose, keniota, lavoratrice nelle serre cioè in queste “città di plastica” dove le donne tagliano rose e sono costrette a respirare in un clima asfittico polveri tossiche, fermentazioni di concimi, i cui veri beneficiari sono le multinazionali occidentali. Tre vite di donna tre sogni spezzati. Tre esempi emblematici di una realtà più vasta: un’unica metafora di quanto ancora nel mondo si è lontani di quei principi di eguaglianza che enunciati alla fine del Settecento trovano ancora feroci resistenze in regimi totalitari ed ideologicamente agguerriti: ma ancora di più - nella violenza sulle donne – quello che lascia esterrefatti – ma è il punto da centrare – è la mentalità maschilista che non è solo dei talebani ma di molti giovani nostrani. Per cui siamo lieti di riferire che lo spettacolo è già in programma per le scuole.


Monologo secco ed incisivo in cui la protagonista si affida alla intensità della parola, alla gestualità, al linguaggio del corpo, per far rivivere le storie delle tre ragazze in maniera vera così come vere sono fatti e avvenimenti che li accompagnano e ne esce fuori uno spettacolo di circa un’ora in cui la partecipazione emotiva dello spettatore fa tutt’uno con lo sdegno che suscita la potenza recitativa di Claudia Campagnola che ora è Neda, ora Hanifa, ora Rose rappresentando la verità di una condizione sociale, il momento storico in cui ancora in nome delle<ideologie religiose musulmane si mortifica, si uccide l’umano al femminile.


Teatro civile di rara efficacia anche per l’interpretazione della Campagnola che è stato trascinante nel creare una empatia fra platea e palcoscenico sorretta dalla regia di Norma Martelli che ha saputo coniugare parola, suoni (David Barittoni), canto, musica emotivamente straziante. Le scene di Camilla Grappelli e Francesco Pellicano alludevano e facevano riferimento ai luoghi e agli attrezzi narrati dal linguaggio scenico. La poesia di Forough Fraroschzad è stata letta da Antonella Civale.
Norma Martelli ha voluto al termine della rappresentazione e di un lunghissimo prolungato applauso ringraziare lo Stabile e il suo Direttore Artistico Giuseppe Dipasquale per la disponibilità, la collaborazione e la sensibilità dimostrata.