La claque
di Carmelo La Carrubba

 


Leggevo che “Il barbiere di Siviglia” 200 anni fa al suo debutto o meglio alla “prima” a Roma esordì in una bolgia in cui l’opera fu solennemente fischiata. Mentre dalla seconda sera e tutte le altre è stata applauditissima e l’avvenimento fece piangere di soddisfazione l’Autore. Si disse che i fischi furono provocati (pare ad arte) dallo stesso impresario Sforza Cesarini (quasi una claque alla rovescia per aumentare il successo delle repliche). Quest’opera pare sia la seconda rappresentata – dopo “Carmen” – di ogni tempo e la mia sorpresa fu rivolta alla leggenda che l’accompagnò la sera della “prima” e che un elemento apparentemente estraneo alla rappresentazione ne potesse decretare il successo o l’insuccesso a prescindere del valore dell’opera.
Gli amanti del teatro sanno che gli attori in particolare si servono del trucco per rendere “vera” o “reale” o “vero” o “reale” un personaggio o una situazione e riescono a creare un linguaggio scenico capace di rendere l’apparente finzione in cristallina verità. E’ l’arredamento o i costumi o il trucco del viso complici le luci, la musica, l’interpretazione tutti elementi che creano quell’atmosfera di credibilità capace di innescare il fenomeno dell’empatia fra il palcoscenico e la platea fra l’attore e lo spettatore. In questo apparente filo diretto si inserisce un altro trucco, questa volta in platea, fra il pubblico (elemento attivo e componente dello spettacolo che alla fine ne decreta il successo) nasce la claque che non è componente spontanea del pubblico ma è costituita – come recita il Devoto-Oli - “da un gruppo di persone reclutate per applaudire uno spettacolo o un attore, dietro adeguato compenso”.
Il fenomeno non è di ora ma direi nasce con le rappresentazioni fin dai teatri di pietra e forse già nelle agorà quando un oratore cercava di arringare i presenti o una moltitudine di persone. Ebbene la claque dimostrò tutta la sua necessità e funzione in quanto riesce a calamitare l’attenzione degli spettatori e ancora riesce ad orientare come per captazio benevolentiae il pubblico verso l’oratore. Essa rappresenta una garanzia e uno stimolo per fare uscire dall’isolamento lo spettatore attraverso la risata compiacente, l’applauso e così via. Di contro le grida, gli schiamazzi o il lancio di ortaggi ne decretavano il dissenso.
Questo artificio consolidatosi nei secoli serve – ripeto – a orientare o disorientare il pubblico: nel fare affiorare nel pubblico quella condiscendenza che sfoci nell’assenso esprimendo meraviglia, sorpresa per la bravura degli attori che sono sul palcoscenico e di colpo godono di questa condivisione attraverso il lavoro trascinante della claque.
Se la scoperta dell’empatia dovuta ai neuroni a specchio è scoperta recente quella della claque è conferma di una tradizione tutt’ora viva e vegeta in teatro.