La classe viva
di Carmelo La Carrubba

 

 

Uno dei temi prediletti da Gianni Salvo regista e autore di “La classe viva”, lo spettacolo andato in scena al Piccolo Teatro di Catania sabato e domenica scorsa è quello dell’infanzia: la stagione più feconda dell’uomo nel segno della libertà e della rivoluzione. Una rivoluzione – come lo fu per i surrealisti – che annienti il senso comune – cioè la banalità – e mantenga una libera espressione non convenzionale.
Sulla scia di Kantor che ne “La classe morta” , regia di Gianni Salvo, aveva affrontato il tema dell’infanzia perduta facendone un bilancio esistenziale di bimbi-adulti che ormai avevano abdicato alla fantasia e al sogno, Gianni Salvo, di contro, ne “La classe viva” rimembra di questa stagione – con lo stupore del bambino – la freschezza di un’età prima ancora di ogni mortificante omologazione dovuta all’opera nefasta degli adulti.


L’analisi spietata di Gianni Salvo nel ritrovare l’origine dei nostri sogni o delle nostre crudeltà nel testo di Kantor continua nel secondo spettacolo nel rintracciare un “orizzonte futuro, specchio di Alice che nel suo “oltre” proietta il desiderio di infinito.”
Nel gioco scenico ideato da Gianni Salvo con la scenografia surreale di Oriana Sessa che ha creato una classe sbilanciata nei banchi e nelle finestre disastrate la parola è quella di Prevert, Zenone, De Crescenzo, Jonesco, Scialoia, che nell’ottica suggerita da Vitrac invita ad una visione surreale della realtà nei suoi aspetti ora allusivi ora paradossali capace però di rivoluzionare il vecchio rapporto verso orizzonti non convenzionali.


Con cinque formidabili attrici Tiziana Bellassai, Egle Doria, Carmen Panarello, Anna Passanisi, Maria Rita Sgarlato ben orchestrate dalla regia, il nucleo drammaturgico di una problematica così intensa s’è sciolto in un incantevole linguaggio infantile, nella filastrocca, nel delirio vocale quasi un’esplosione pirotecnica che contempla anche la possibilità di scardinare come in un vortice l’opprimente senso comune. Una trovata registica geniale nella sua semplicità ma efficace nel dirompente linguaggio musicale come in un varietà surrealista.
Anima di queste musiche e della loro originalità è Pietro Cavalieri che ha reso ridenti ed eloquenti le voci e i gesti dei protagonisti: da non dimenticare, per la loro bravura, Nicola Alberto Orofino nel ruolo del bambino-saggio consapevole che non ci sarà posto per lui fra gli adulti e Giuseppe Carbone nel ruolo del bambino-simbolo che incarna l’innocente fantasia dell’infanzia fino alla certezza che “non ci sono più bambini” perché la stagione dell’infanzia è finita.
Cultura e poesia si intrecciano in questo spettacolo ben gradito dal pubblico che ha applaudito a lungo al termine della rappresentazione.