Cloture de l'amour
di Carmelo La Carrubba

 

Parlare di un amore che muore o di un amore morto è come descrivere il percorso di un bisturi attraverso la dissezione analitica che percorre per rintracciare le cause dell’avvenimento mortale che l’ha causato.
E’ questa la sensazione che ne ricava lo spettatore dallo spettacolo in scena al Teatro Musco per lo Stabile di Catania “Cloture de l’amour” (Fine di un amore) di Pascal Rambert , sua la regia, traduzione di Bruna Filippi e interpretato magistralmente da Anna Della Rosa e Luca Lazzareschi: i due attori si confrontano attraverso i loro monologhi, i loro sfoghi rievocativi nell’impossibile ricerca delle cause e delle colpe da attribuire l’uomo alla donna e lei all’uomo. Un dialogo ormai impossibile tant’è che la rappresentazione avviene in una scena bianca illuminata dal neon dove i componenti della coppia non più tali – affrontano un dialogo con loro stessi – in un interminabile e sterile soliloquio – quanto del loro passato, del loro amore non esiste più ed amaramente costatano che quello che prima brillava ora non è più che amara sofferenza, rabbia, incapacità di comprendere.

Sicuramente l’elaborazione di un avvenimento importante che finisce nella vita di una persona non è un’operazione semplice in quanto coinvolge principi etici e culturali, modi di vita e riflessi delle nostre personalità che spesso sono lontane da quella necessaria autocritica che potrebbe aiutarli nel capire sé stessi e gli altri. Ma questo è un discorso che valica i confini del teatro in cui gli attori con i loro personaggi sono confinati in un circuito emotivo – come è il nostro caso – da dove ne usciranno con le ossa rotte. Perché la mancanza di dialogo fra i due, l’assenza di dialettica, di comprensione , di amore: che tutto illumina, riduce le finalità del soliloquio al dolore della disperazione nel costatare la fine di quello che era stato gioia e felicità e ora è diventato fredda realtà di un avvenimento finito malamente.


L’impostazione drammaturgica dello spettacolo, la regia sottolineano con l’assenza del dialogo fra i due, l’assoluta drammaticità di una storia finita in quanto i due personaggi effettuano ognuno il loro monologo: prima l’uomo e poi la donna; con caratteristiche diverse nel trovare accuse verso l’altro. L’impressione che se ne ricava è di due esseri che soffrono, che le analisi che conducono attraverso la loro rievocazione è come la relazione scientifica alla fine di una dissezione anatomica più che su parti fisiche su esperienze psicologiche che alla fine si coinvolgono reciprocamente.
I due monologhi coprono uno spettacolo di circa 100 m’ di durata dal ritmo più che incalzante – direi asfissiante – in cui è inserito un coro di bambini che porta o meglio dovrebbe portare speranza in qualcosa che finisce: i due attori per quanto bravi nell’esporre le ragioni del loro disagio, pur convincenti nella creazione dei loro personaggi, non riescono – nei loro spesso scialorroici giochi di parole – a superare del tutto una certa noia e per la ripetitività delle situazioni e per la staticità dei loro comportamenti che non diventano movimento scenico, linguaggio teatrale.


Pubblico attento per tutto l’arco dello spettacolo: plaudente alla fine con ripetute chiamate.