Le allegre comari di Windsor
di Carmelo La Carrubba

 


- Chi pensa disturba e si tende ad isolarlo. – Su questo convincimento Leo Gullotta ha creato il personaggio di Falstaff che col suo fisico e la sua mentalità si presta ad incarnare quella diversità che rappresenta “il dito nell’occhio” per ogni società.
Parliamo dello spettacolo “Le allegre comari di Windsor” di Shakespeare in scena al Teatro Verga per lo Stabile catanese che ha per protagonista uno spumeggiante Leo Gullotta.
Il testo di Shakespeare scritto intorno al 1600 richiesto dalla regina Elisabetta I che di quel personaggio era innamorata e da cui traeva grande godimento e la scena e i costumi di Luigi Perego ruotano intorno alla figura della regina che occupa per buona parte il palcoscenico e da cui fuoriescono i protagonisti della vicenda incentrata su Falstaff. Il racconto è sulla società dell’epoca che viveva sotto le “sottane” della sovrana e l’occhio della corte in cui il passatempo preferito è il dileggio reciproco fra i presenti. E pur spiccando la figura del grasso e spregiudicato Falstaff – che di quella società è la coscienza critica – non dimentichiamo che le vere protagoniste sono le donne, le comari che con intelligente lungimiranza domineranno l’azione scenica fino a mettere la parola fine alla vicenda. Esse sono ancora quelle che puniranno Falstaff e quanti dissentiranno dal loro potere. In questa rievocazione di una corte c’è l’affresco di una società che nelle coordinate è ancora presente nella nostra quotidianità e che è protagonista in quella commedia odierna in cui la collettività si agita sotto le gonne del potere. Un’attualità che oggi come ieri è sostenuta indifferentemente dal bonario benestante, o dal meschino geloso, dallo scaltro pedante o dall’antipatico saccente in cui il divertimento preferito è, al solito, il parlare male deli altri e in cui spicca – fra l’altro – la diversità di Falstaff perché non è ipocrita e mantiene una sincerità ricca di coraggio nell’essere sé stesso.
La regia di Fabio Grossi che con Simonetta Travenetti ha curato la traduzione e l’adattamento del testo in maniera fedele e sinceramente gradevole ha mantenuto tempi scenici sostenuti e un impianto corale inframezzato con canto e musica che ha ingentilito lo spettacolo ma ha mantenuto – soprattutto – una comicità grottesca resa dal fisico del protagonista e dalla sua sfrenata sincerità. In questo gioco scenico corale gran rilevanza hanno le quattro donne: Rita Abela, Valentina Pristina, Cristina Capodicasa e Mirella Mazzanghi che hanno, particolarmente quest’ultima, disegnato dei caratteri di donne ben ricche di personalità e umanità così Gerardo Fiorengano, Fabio Pasquini, Gianpiero Mammoni e tutti gli altri del folto cast.
Dulcis in fundo: Leo Gullotta che ha creato con sincero amore un personaggio che tanto gli somiglia nella impostazione culturale e nei modi di vivere una battaglia civile fra le più difficili da sostenere in una società meschina ed ipocrita. Una gran bella interpretazione basata su una comicità dal grottesco misurato.
Pubblico attento e partecipe che ha applaudito lo spettacolo a lungo durante e soprattutto alla fine dello spettacolo.