Concetto al buio

di Carmelo La Carrubba

 

 

In un teatro di nicchia quale è Scenario Pubblico frequentato esclusivamente da giovani con l’eccezione del sottoscritto e di qualche altro addetto ai lavori è andato in scena lo spettacolo “Concetto al buio” dal romanzo di Rosario Palazzolo con l’esperta ed intelligente regia di Guglielmo Ferro che ha affrontato un tema difficile e delicato quale quello della pedofilia con misura e ha risolto scenicamente il dramma del ragazzino creando una drammaturgia della sofferenza.

 

Il dramma è incentrato su un ragazzino di tredici anni che in Sicilia vive segregato in una stanza buia e si chiama Concetto. Egli sfoglia il diario che ha scritto come una lettera a Gesù in cui confessa il suo dramma o meglio la sua sofferenza per le molestie subite. Molestie che subì pure il fratello Carmelo suicida o un’altra ragazza che ebbe un figlio a cui diede il suo nome prima che gli e lo togliessero. Sono storie delicate nei toni ma dure nella sostanza che trovano una enorme forza evocativa nel linguaggio semplice e secco di un ragazzino che con naturalezza alternando lingua e dialetto perviene alla verità e alla responsabilità di un prete artefice del misfatto.
L’argomento non è solo importante perché attuale o perché ha chiamato in causa la chiesa e tanto coraggio ha avuto l’attuale pontefice nell’affrontare con chiarezza tale argomento ma perché in queste storie di solitudine che spesso – ma non sempre - nascono all’interno di qualche “confessionale” gli esiti irreversibili che marchiano mentalmente queste vittime sono irreparabili e criminali. Tant’è che spesso si risolvono – come nel caso di Concetto – con il suicidio.
E bisogna essere netti e senza indulgenza contro chi accampa “distinguo” quando si affronta il tema della pedofilia in ragione di un certo relativismo – giustamente condannato recentissimamente da Claudio Magris .


Un grande pregio ha lo spettacolo basato su quello che ho chiamato la drammaturgia della sofferenza magistralmente diretta da Ferro che ha dettato tempi e ritmi scenici ineccepibili in un vorticoso gioco attorale che ricorda il montaggio cinematografico per la facilità con cui alterna luoghi diversi e situazioni che si susseguono nella confessione di Concetto che coinvolge altri personaggi sempre recitati dagli stessi attori che sono Agostino Zumbo, Giova nni Arezzo e Francesco Maria Attardi. In questa vicenda Agostino Zumbo ha creato un personaggio “vero” frutto del suo talento e del suo mestiere divenendo il motore dell’azione scenica che condiziona la vita di Concetto e degli altri e in questo ruolo “difficile” mantenere la credibilità con una recitazione misurata non è impresa da poco: a questa resa stilistica è impostata la recitazione di Francesco Maria Attardi e di Giovanni Arezzo che danno un vero saggio di bravura nel “confessare” la loro sofferenza con toni sostenuti ma profondi e veri.
La musica di Massimiliano Pace ha sottolineato – come un orologio – l’incubo di quella sofferenza in chi subito violenza; la scena di Nanni Musiqo Ragusa e Anna Cordio è stata creata con angoli e spazi ben definiti capaci di contenere e tipizzare la storia in situazioni diverse; infine Melina Zumbo ha vestito i protagonisti di nero sottolineando il luttuoso degli avvenimenti com’è nel costume isolano. Melina Zumbo, nelle vesti di stilista, è reduce dalla sfilata di Londra dove con altre quattro colleghe siciliane ha riscosso un enorme successo.
In questo spettacolo ben raccontato ci sono dei momenti importanti in cui un eccesso di simbolismo nuoce perché non aggiunge niente allo spessore del dramma: in fondo la bellezza dello spettacolo è nella misura del racconto.
Pubblico attentissimo per la durata dello spettacolo e alla fine applausi intensi.