Copenaghen
di Carmelo La Carrubba



Un  incontro per una chiacchierata fra scienziati che sostanzialmente non svela niente di preciso allo spettatore diventa l’occasione per uno scatenarsi di interrogativi umani e scientifici che appartengono all’uomo in particolare e, in generale, all’umanità tutta.

E’ quello che accade nel settembre 1941 a Copenaghen in casa del fisico teorico Niels Bohr e della moglie Margrete e dell’allievo e amico il tedesco Werner Heisemberg. In verità Heisemberg e Bohr sono già morti e attraverso i loro fantasmi che rivediamo in un’aula universitaria di fisica ricca di immense lavagne piene di formule che attestano il cammino scientifico dei due ricercatori nei confronti della conoscenza di verità che sappiamo sono sempre relative e dove spesso il tutto è dominato dal dubbio che è il lievito di tanta ricerca. I due dissertano accalorandosi e scontrandosi – presente la moglie di Bohr – non più come fantasmi ma con la loro problematica che è poi quella della scienza nelle finalità e implicazioni.

Un tema interessante e affascinante quello dello spettacolo “Copenaghen” (1998) dell’inglese Michael Frayn in scena al Teatro Ambasciatori per lo Stabile catanese  che attraverso il valore delle parole fa rivivere un tempo calamitoso come quello della Seconda Guerra Mondiale in cui le sorti rimasero per un po’ incerte e comunque avrebbero segnato – nel bene e nel male – svolte decisive. Per rappresentare questo snodo sono in scena due giganti della fisica mondiale, due premi Nobel, due coscienze una danese Bohr di origine ebraica e un tedesco Heisemberg, un patriota che vorrebbe evitare una seconda sconfitta alla Germania che però non è un nazista e presente ai loro dialoghi è la moglie di Bohr Margrete che ha molta familiarità con la fisica teorica perché fa da segretaria al marito e ne batte a macchina gli elaborati e come ebrea, conosce meglio di altri il dramma di un popolo e la scelleratezza di un altro.

Ritornando all’assunto del dramma e al perché Heisemberg andò nel 1941 da Bohr non si possono fare – oggi come ieri – che delle congetture: Heisemberg venne spontaneamente da Bohr per sapere  dei segreti sulla scissione dell’atomo e sulla possibilità  dell’impiego dell’energia per costruire la bomba atomica e fin dove si era praticamente arrivati alla costruzione della stessa oppure fu “costretto”  - dopo gli interrogatori avuti con la Ghestapo e dalle pressioni che i nazisti posero nella costruzione della bomba per battere gli americani nella convinzione che chi avesse posseduto l’arma avrebbe avuto in mano la vittoria finale! Quindi i colloqui scientifici sottintendono, sono carichi di inquietanti interrogativi, pressioni, minacce, ed è evidente che la competenza scientifica, la loro indubbia ricerca della verità, in questo contesto assume i toni della implicazione etica, dello schieramento politico, della barbarie che avrebbe ucciso migliaia di persone inerte per la follia di alcuni. Riproponendo in maniera crudele un dramma immenso tutte le volte che si discute di guerra e tutte le volte che l’uomo con la sua coscienza può evitare o meno – anche a costo della propria incolumità – agli altri morti e sofferenze.

Per rappresentare un tale dramma soltanto dei titani della parola e della scena potevano cimentarsi nel riesumare i fantasmi di una tragedia che vide in primo piano gli scienziati. Cosicché tre attori che hanno alle spalle scuole ed esperienze diverse si misurano, si confrontano nel rendere dinamica la staticità di un’azione scenica che è incentrata su un conflitto interiore che esplode in sede di conversazione in cui si stagliano le loro personalità, la loro umanità, la loro eticità e quant’altro contraddistingue un uomo nel suo rapporto e nelle sue responsabilità con l’umanità. Ne è derivata una interpretazione fra le più alte che a volte sfiora il funambolismo recitativo se non si risolvesse nel marcare in maniera precisa i caratteri dei tre personaggi: Umberto Orsini, Bohr, è il pensatore misurato e responsabile, geniale ricercatore, dubbioso, capace di ricredersi sempre pronto a non lasciarsi sfuggire la minima occasione per capire e svelare verità scientifiche. Massimo Popolizio, Hisemberg, personalità nevrotica ma vera, esprime in maniera esaltante la gioia della scoperta, come le pressioni ricevute o l’ambiguità di certe situazioni, la ricerca dell’amicizia anche quando si rende conto che le scoperte sono individuali ed esalta – in maniera notevole – le doti umane che sono alla base del loro lavoro. Giuliana Lojodice, Margrete, rappresenta la misura, la razionalità umana, il tenere i piedi per terra, che dev ‘essere presente anche nei grandi colloqui. Con la sua presenza modera, dà dei consigli straordinariamente umani, rappresenta quanto di meglio l’umanità può offrire agli altri per renderli equanimi e giusti. La sua interpretazione misurata non è aliena di un amaro pessimismo nel valutare gli sviluppi di quelle conversazioni.
La regia di Mario Avocado è all’insegna di una misurata attenzione verso l’impostazione dell’azione scenica che si sviluppa in maniera piana e avvolgente fino ad esplodere negli scontri che alla fine restano contenuti.

Le scene sono di Giacomo Andrico, i costumi di Gabriella Majer mentre le musiche di Andrea Liberovici seguono, sviluppano il rigore intellettuale dei temi trattati.
Spettacolo bellissimo per la potenza recitativa e la profondità del tema che ha creato una intesa perfetta fra i tre interpreti attraverso tempi scenici dal ritmo oltremodo tempestivo ed incalzante ben apprezzato dal pubblico che ha applaudito e ancora applaudito alla fine dello spettacolo.