| Così è, se vi
pare |
|
di Carmelo La Carrubba |
Alla
fine della parabola in tre atti “Così è, se vi pare” (1917) di Luigi
Pirandello tratta dalla novella la signora Frola e il signor Ponza, suo
genero, dopo che ognuno dei protagonisti ha dato la sua versione dei
fatti la signora Ponza, nel salotto di casa Agazzi, di fronte alla
curiosità del paese, così conclude: “… la verità? E’ questa che io sono
si, la figlia della signora Frola… e la seconda moglie del signor Ponza.
Per me, io sono colei che mi si crede!.”
In questo modo Pirandello chiariva quello che poi fu chiamato
“pirandellismo” e nello stesso tempo che la verità vera è l’opinione che
uno si fa dei fatti e quindi – deduciamo noi – che la verità è
soggettiva e che su uno stesso avvenimento si possono avere versioni
diverse se non diametralmente opposte.
Pirandello con la sua rivoluzione novecentesca nella valorizzazione
dell’io ancora una volta poneva al centro del dibattito culturale il
pensiero individuale e ne giustificava le ragioni con le sue opere di
cui “Così è, se vi pare” ne è un esempio eloquente sia stilistico che
ideologico in cui esprime la sua visione sofferta e acutissima della
condizione umana nel mondo moderno dove egli dimostra, con la sua arte,
che è piena di pietà per coloro per coloro che non riescono più ad
illudersi, la fondatezza del suo principio. L’azione si sviluppa col
ritmo ossessivo della tensione che cresce in paese, fino allo spasimo,
di fronte alla incapacità di rintracciare un senso comune nelle vicende
familiari del signor Ponza. La gente non accetta questi “diversi” ne
vuole squarciare il mistero e vuole ricondurre la storia ai criteri
correnti della evidenza e della logica. Il dramma non è solo la
dimostrazione della parabola che non è possibile conoscere il reale (il
finale enigmatico non fa luce sulla vera identità della moglie di
Ponza); ma conserva un significato più profondo e consiste a smascherare
i desideri ipocriti di giustizia e probità di persone che si comportano,
in realtà, in modo ottusamente crudele verso coloro che sono degli
esclusi. E il loro confronto fa gridare i soliti benpensanti “E allora,
pazzo, nessuno dei due? Ma uno dev’essere, perdio!”. E di fronte ad una
visione statica secondo cui si può credere solo a ciò che si vede, si
contrappone il “se vi pare”. E ancora: i protagonisti il signor Ponza e
la signora Frola restano legati da una comune compassione.
L’intermediario fra i due esclusi-attori e la società-pubblico del
salotto del prefetto è Laudesi, interpretato in abiti maschili da
Mariella Lo Giudice, considerata la voce dell’autore e la coscienza
critica del dramma perché è l’unico che ha il potere della risata, cioè
di irridere il senso comune. Infine si assiste alla scena finale – da
noi proposta all’inizio di questa nota – in cui al “Per me, io sono
colei che mi si crede” Laudesi, beffardamente, risponde: “Ed ecco, o
signori, come parla la verità” concludendo con una risata agghiacciante
ma liberatoria.
Pirandello non ha risposte verso il mondo borghese perché – volente o
nolente – è borghese anche lui e per quanto possa irridere il mondo
borghese non può che accettarlo e l’individuo, impotente contro di esso,
non può chiudersi che in una disperata solitudine così come accade ai
tre protagonisti di questo dramma. Introduciamo lo spettacolo “Così, è
se vi pare” in scena allo Stabile catanese della sala Verga per la regia
di Guglielmo Ferro e l’interpretazione di Ida Carrara, Pino Micol,
Mariella Lo Giudice e gli allievi della scuola dello stesso teatro.
Nella drammaturgia di Guglielmo Ferro la parabola pirandelliana viene
proiettata in un fantascientifico futuro – visualizzato dai filmati che
vengono proiettati in alto delle pareti della scena in cui un occhio
invisibile – che tutto sa e controlla – a sua volta – vessa dittatori e
perseguitati. In questo bunker dove è stato trasportato il salotto
borghese di Pirandello la scena è come un labirinto con tante possibili
porte senza sbocco e questo fa riflettere sul fatto che anche Ferro come
Pirandello non ha risposte “nuove” al riguardo e che oggi come ieri la
verità è colei che ognuno crede che sia perché la figlia-moglie e il
mistero irrisolto della sua identità continua ad affascinare e a
scombussolare ancora oggi il pubblico.
Quello che Ferro ha marcato con autorità e convinzione nel suo gioco
drammaturgico è la violenza del testo nei confronti del privato,
l’intromissione efferata e incivile nella vita personale in cui
l’Autorità istituzionale incarnata dal prefetto ha modo di condizionare
gli altri in maniera dittatoriale. Ebbene nella messinscena di Ferro –
con i rumori che testimoniano un terremoto, l’atomica – assistiamo nella
catastrofe che cancella tutto come un governo possa cancellare nomi,
sesso, gesti e dove la violenza, la meno dolorosa, alla fine, è
confessare la propria verità. Che vuol dire!? Ritornando a quanto si
diceva sopra: l’impostazione pirandelliana, la sua filosofia
interpretativa nonché il suo scetticismo, la valutazione dell’io, ancora
oggi hanno una validità e una modernità folgorante.
E ancora: nella lettura di Ferro che evoca i fantasmi pirandelliani non
c’è tempo per questa visione paradossale, per quel grottesco ed
umoristico modo che ebbe Pirandello nel rappresentare e, in questo modo,
criticare l’eccesso e il paradosso; perché questo giovane e talentuoso
regista avverte la mancanza di speranza insita in quella società e nel
suo futuro. Colpa dei tempi! Che qui vengono avvertiti con estrema
sensibilità. Ida Carrara, nei pani della signora Frola, ci ha offerto
un’interpretazione magistrale che per compostezza e profondità di toni
resterà nel ricordo di quanti hanno assistito allo spettacolo; esprime
la tragedia di un animo che soffre e non vuole svelarsi. Di contro Pino
Micol caratterizza il personaggio del signor Ponza con freddo raziocinio
fino ad assumere le motivazioni di chi sa giocare fra verità e finzione
in maniera abilissima mostrando la sua posizione con apparente
convinzione di funambolo nel sapere mascherare o esibire la sua verità.
In fondo interpreta i convincimenti dell’autore, il cosiddetto
pirandellismo e il come si sia arrivati alla caduta di ogni certezza.
Mariella Lo Giudice nei panni di Laudesi ci restituisce con maestria
colui che interpreta tutti gli snodi della vicenda: ora con ironia, ora
con amarezza, oracon una collera contenuta. Elena Sardella veste con
abiti da sposa il personaggio della signora Ponza: è colei che dice la
famosa frase chiave e simbolo dell’intera vicenda; un’astuzia letteraria
che diventa una meteora intesa ad infittire il mistero. Su piani diversi
si muovono – come degli automi – tutti gli altri interpreti del folto
cast da Fulvio D’Angelo il prefetto che carica i toni della satira nei
confronti del potere.
Con promettente impegnasi muovono nei vari ruoli gli altri interpreti
ben caratterizzati, dalla regia, in questo gioco delle parti; notiamo
Francesca Ferro, Lydia Giordano, Federico Grassi, Fiorenzo Fiorito,
Barbara Grillo e così gli altri. Stefano Pace ha curato la scenografia
che si uniforma alle finalità della regia, così come i costumi creati da
Dora Argento che vestono i fantasmi pirandelliani. Funzionali le luci di
Franco Buzzanca e le musiche di Massimiliano Pace. Infine, ma è stato
sopra detto, l’attenta e scrupolosa regia di Ferro che ha saputo
amalgamare i vari piani del dramma in questo spettacolo sulle ambiguità
del Novecento; ben recepito dal pubblico che lo ha a lungo applaudito.